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«Dicono che sono pericoloso.
Che se ti avvicini, ti rovino.
Forse è vero.
Ma tu sei già troppo vicina.»
Rares conosce solo il buio. Il mondo per lui è fatto di ombre, di sopravvivenza, d...
Mia madre mi afferra per le spalle e mi strattona verso di sé. «Il colletto, Rares. Vuoi davvero farti vedere conciato così?»
Sbuffo, ma le lascio fare. Non perché voglia—perché so che è inutile. Le sue dita callose lisciando il tessuto hanno lo stesso peso di una catena. Nel riflesso opaco di una ciotola d'acciaio appesa alla parete intravedo la mia immagine: occhi scuri, infossati, la pelle tirata che sembra sempre troppo stretta sul cranio. Un fantasma in abiti puliti.
«Mamma, posso farlo da solo.» «No, non puoi.» La sua voce non lascia spazio a discussioni.
Lascio che continui a sistemarmi come fossi ancora un bambino, e forse per lei lo sono. Per me, invece, sono soltanto un corpo costretto in un costume che non mi appartiene. Il gilet ricamato, il cappellino nero, il colletto rigido: simboli che per lei hanno ancora valore, per me soltanto ferri arrugginiti che mi trascinano a fondo.
Eppure, quando mi poggia il cappello sulla testa come fosse un'incoronazione, non riesco a respingerla. Perché lei è l'unica cosa che non odio completamente.
Il suo volto, scavato dal tempo, è ancora bello. Bello in quel modo che fa male, perché ricorda ciò che non posso proteggere. Gli occhi scuri mi scrutano, profondi come una fossa in cui potrei cadere e non tornare più su. Li odio, perché mi vedono per quello che sono davvero.
La stringo tra le braccia. Un gesto impulsivo, quasi violento. Lei resta sorpresa, rigida, poi mi accarezza la nuca. E io mi ricordo del bambino che ero: piedi scalzi, campi, sole. Una visione così lontana da sembrare appartenere a qualcun altro.
«Sciocco» mormora, rimettendomi in ordine come se il mio abbraccio fosse stata un'inutile distrazione.
«Andiamo, piccolo condor. Siamo in ritardo.»
Quel soprannome mi punge come spine sotto pelle. Piccolo condor. Per lei significa orgoglio. Per me significa gabbia.
Fuori, l'aria della sera mi graffia i polmoni. Cammino accanto a lei, il braccio saldo sotto il suo, come un bastone umano che la tiene in piedi. Ogni suo passo riecheggia incerto sui ciottoli, e io stringo la mascella. Odio il pensiero che un giorno non avrò più la forza di sorreggerla. Odio la fragilità. Odio l'idea che il mondo ce la strappi dalle mani.
Il villaggio vive, brucia, danza davanti a noi. Falò che spezzano l'oscurità, musica che vibra nelle ossa, voci che si sollevano come stormi di corvi. Le donne mi vedono arrivare e sgranano sorrisi falsi, mi tirano le guance come fossi ancora quel ragazzino paffuto che non sono mai stato. Io sorrido a denti stretti e mi sgancio, lasciando che mia madre distragga la folla.