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«Dicono che sono pericoloso.
Che se ti avvicini, ti rovino.
Forse è vero.
Ma tu sei già troppo vicina.»
Rares conosce solo il buio. Il mondo per lui è fatto di ombre, di sopravvivenza, d...
Mi butto sul materasso sfondato, il respiro ancora corto, i muscoli che non smettono di tendersi come corde pronte a spezzarsi. La schiena mi brucia, la gola sa di ferro e bile. Non è paura. Non lo è mai. È rabbia che non trova sfogo, un veleno che mi divora da dentro e che peggiora ogni volta che provo a fermarmi.
La roulotte è silenziosa, troppo piccola per contenere tutta la mia irrequietezza. Lei è lì, come sempre. Seduta sulla sedia che da anni scricchiola sotto il suo peso, le mani intrecciate, gli occhi puntati su di me. Quegli occhi scuri che non hanno mai imparato a smettere di sperare. Nonostante tutto. Nonostante me.
«Ti stai uccidendo,» dice piano, con quella calma che mi irrita più di un urlo. Sbuffo, passo una mano tra i capelli bagnati di sudore. «Risparmiami la predica, mamma.» «Non è una predica. È la verità.»
«La tua verità.» La mia voce esce tagliente. «La mia è che là fuori non c'è niente da salvare. Nessuno da cui farsi salvare.»
Lei non si lascia spostare. Non lo fa mai. «C'è sempre qualcosa da salvare. Anche solo te stesso.»
Rido. Un suono basso, amaro, che rimbalza contro le pareti sottili della roulotte.
«Io? Mamma, guarda bene. Non c'è niente da salvare. Sono già quello che tutti pensano che sia: sporco, pericoloso, sbagliato. Un ratto di strada. Uno zingaro senza posto.»
Il suo sguardo si stringe, si fa duro, e so già dove andrà a parare. «Non voglio che tu finisca come tuo padre.»
La mascella mi si tende. Ogni volta la stessa frase. Ogni volta la stessa lama che mi graffia dall'interno. «Non sono lui.»
«Ti stai muovendo sulla stessa strada,» ribatte senza alzare la voce. «Troppo orgoglio, troppa rabbia. E finirai esattamente come lui.»
«Lui è morto perché si fidava della gente,» sputo fuori, serrando i pugni. «Io non farò lo stesso errore.»
Lei sospira, un suono che sembra vecchio quanto il mondo. Poi cambia registro, come se potesse ancora aggiustarmi, come se non avesse capito che io sono già rotto.
«Ti basterebbe poco per sembrare diverso. Una camicia pulita. Un paio di scarpe decenti. Tagliarti i capelli, magari. Potresti confonderti con loro. Potresti... sembrare normale.»
«Normale?» ripeto, quasi ridendo. «Non esiste niente di normale, mamma. Esiste solo gente che finge meglio di altri. Vuoi che io finga per accontentarli? Per far credere a quelli della città che non puzzo di miseria? Sai bene che non funziona.»
«Funziona abbastanza,» insiste, avvicinandosi. «Funziona a non farti ammazzare per strada. Funziona a non farti guardare come fossi spazzatura.»
«Sono spazzatura,» le rispondo, con un ghigno storto. «È così che ci vedono. Ed è così che sopravvivo: ricordando a me stesso che non valgo niente ai loro occhi. Non cercando di sembrare qualcuno che non sarò mai.»