Lo spiraglio

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"Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco, per colmare tutta la vita di un uomo?"

(F. Dostoevskij, "Le notti bianche")

Se il cielo fosse stato un'unica immensa bocca, la bocca sanguigna di una balena delle favole, sul punto di inghiottire il mondo, ecco che dalle sue profondità sarebbe sgorgato fuori il canto delle cicale, in un solo ossessivo lamento di miseria, e sarebbe stato l'ultimo squillo di tromba con cui l'umanità avrebbe presentito la propria fine, e la fine avrebbe avuto il colore rosso dei papaveri, delle volpi e delle ciliegie.

Nel piccolo vano d'ingresso del condominio, in cui il portone se ne stava incastrato con le spalle strette, lo schiamazzo degli insetti rimbalzava frenetico da parete a parete, amplificandosi. Più il capo era accostato all'uscio, più le voci si intensificavano e si amalgamavano in un unico rombo di onda che si srotola.

Mentre tentava di far girare la chiave nella vecchia toppa malconcia del portone, Alba aveva l'impressione che le cicale le stessero grattando le orecchie dall'interno del cranio. Non riusciva a sentire nient'altro, nemmeno i suoi stessi pensieri. Forse era questo il vero motivo per cui indugiava tanto sulla serratura.

Il tramonto riflesso nel vetro era violaceo e fumoso.

Alla fine, qualcuna tra la serratura e Alba cedette per prima, e le cicale rimasero chiuse fuori.

La porta dell'ascensore era aperta. Sembrava una mano distesa, fotografata nell'atto di un saluto. Alba non rispose alla gentilezza e cominciò a salire le scale. Gli ascensori erano per i pigri e per chi andava di fretta, e lei non era né pigra (non per quel tipo di cose, almeno), né aveva alcuna fretta di arrivare a casa. Non aveva mai fretta di arrivare da nessuna parte, in realtà.

Quando andava ancora al liceo, un piccolo liceo classico che in cent'anni di esistenza aveva acquisito la propria meritevolissima - e altrettanto piccola - fama, l'autobus la congedava ogni mattina sul limitare del centro. Il centro storico della città in cui Alba cresceva era un esagono disegnato con precisione geometrica, lascito di un antico presidio militare romano, e la fermata dell'autobus e la scuola sorgevano su due lati pressoché opposti. Perciò, per cinque anni, alle sette e trentacinque (minuto più, minuto meno, a seconda del meteo e del traffico), Alba si avviava dalla fermata verso il corso, a volte con le cuffie nelle orecchie, altre volte nelle orecchie solo l'adagio della città che si sgranchiva le membra. Camminava sempre lungo lo stesso lato, cambiava solo quando sentiva che l'abitudine l'avrebbe uccisa. E proprio per questo lo faceva così raramente: per non stancarsene mai. D'altra parte, le piaceva riuscire a riconoscere i posti che s'inseguivano in direzione del suo liceo; non tanto, però, ripetendoseli a memoria, ma memorizzandone gli odori: l'attimo stesso in cui scorgeva la passamaneria del forno, già stava calcolando l'esatto punto in cui, inspirando a pieni polmoni, avrebbe potuto saggiare l'aroma del pane appena sfornato al massimo della sua intensità, come se le riempisse la pancia. A volte inspirava quasi con ansia, col timore che quello sarebbe stato il giorno in cui non avrebbe sentito nulla, e il mattino sarebbe stato un po' più duro da mandare giù.

Oltre a respirare e ad ascoltare, Alba doveva anche guardare, possibilmente ogni cosa. Le persone, le chiese, i piccioni, il cielo. Talvolta, quand'era riuscita a salire sull'autobus delle sei e cinquanta, arrivava talmente presto da essere lì nel preciso istante in cui l'illuminazione pubblica si spegneva. Ed era come un sogno, o come un segreto fra due amanti. Il problema, che per Alba problema non era affatto, è che non avrebbe potuto sentire, né ascoltare, né tanto meno vedere alcunché, se avesse camminato con fretta. E ne vedeva tanti, diversi da lei, mentre camminava. Gente della sua stessa scuola. Che poi ritrovava dodici minuti dopo nel cortile d'ingresso, ciascuno fermo, in piedi, ad aspettare. Per che cosa avevano corso, allora? Alba non lo capiva. Correre, solo per fermarsi di nuovo. Udiva i loro passi concitati alle sue spalle, cominciava a vederli avvicinarsi con la coda dell'occhio, prima che le passassero accanto, per poi superarla. Quasi le piaceva il pensiero di poter essere d'intralcio. L'ultimo anno, era arrivata al punto di non accelerare il passo neppure quando si accorgeva di essere in ritardo (non per colpa sua, erano sempre i mezzi pubblici.) Succedeva talmente di rado: che male c'era? Nessuno l'avrebbe uccisa per questo, perché capita a tutti di arrivare in ritardo, persino ai professori. Perdersi tutte quelle piccole cose, tutta quella bellezza ancora intorpidita dalla notte, come la principessa addormentata di qualche fiaba: per quale ragione?

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