Per la prima volta il mondo là fuori, con le sue luci, i suoi colori, la sua maestosità di forme, non era più un rifugio, non era più l'appunto di un Dio alla piccolezza dei miei problemi: era un labirinto di trame, un'ammaliante creatura delle notti primordiali ammantata di sole, una pianta carnivora nascosta sotto a una costellazione di asfodeli piovigginanti sulle imposte aperte.
Il mondo, quello vero, io non l'avevo visto: non si vede. Il mondo vero era nel buio al di là di una porta ora chiusa, invisibile nella luce di una stanza ora squarciata dal giorno. Proprio come una nuova vita quand'è ancora senza nome, esso aveva cominciato a formarsi dalla collisione di due cose che da sole non significano niente: due voci. Nessuna voce può dire niente, o può dire di aver detto niente, se non c'è qualcuno ad ascoltarla. E aveva, all'inizio, la forma dello spazio tra due corpi, come la sagoma vuota rimasta da un ritaglio nella carta. E così come pare che la verità profonda dell'altro mondo si disveli nelle cose grandi, nei tramonti, nelle montagne che sfidano il cielo e nelle stelle lontane, l'essenza di questo mondo è invece una cosa intima, la linea che si traccia tra due volti che si incastrano, ed è sempre più evidente man mano che non si vede più.
Questo è un mondo e questa è una verità che misteriosamente sono sottratti alla vista, forse perché essa è il tranello teso dall'altro mondo. Se vedi nitidamente, non stai vedendo nulla. È un mondo il cui aspetto ti è dato guardare solo da vicino, troppo vicino: sai di vedere quando inizi a non vedere, quando le forme sfumano e i contorni si perdono.
Però puoi ritrovarli nelle mani.
Esse conoscono la strada. Hanno memoria di questo mondo anche se non lo hanno ancora mai toccato. Che siano forse le sue figlie, svezzate nella notte dei tempi?
Questo mondo è ancora una terra senza nome, che si fa timida nell'alba. Probabilmente il motivo è che l'altro mondo lega le mani con lo spauracchio della volgarità. E così ci si ritorna la notte. Un po' si ricostruisce, un po' si ritrova, sempre al buio, con la sicurezza di chi al buio cammina a tastoni in una casa che sa di conoscere. Casa di mani, di dita e di suoni. Ma le voci non parlano di questo mondo: non saprebbero descriverlo. Si fanno beffe dell'altro. Vita, morte, denaro, religione. Perché l'altro mondo vive delle cose note, mentre la bellezza di questo è l'inaspettato. È la rondine e il bambino, il bambino che ancora non conosce la rondine, non sa chiamarla, né se temerla o amarla. Questo mondo è la rondine. Questo mondo, con le sue verità, è la verità dell'altro, la sua spontaneità la felicità dell'altro, è il brivido lento dell'epifania, l'ispirazione dello scrittore. E vive e muore ogni giorno, in un tempo che è solo suo, incalcolabile. Ed è difficile ogni giorno dire se esso esista ancora, perché non puoi cercare una città se non sai come chiamarla: puoi solo avere la fortuna di ritrovarla e riconoscerla. Se nessuno dicesse al bambino che quella è una rondine, lui non la dimenticherebbe comunque. Perciò non fare domande, non chiederti. Non chiamare la rondine. La parola da sola è il linguaggio dell'altro mondo.
La verità di tutte le cose sta nelle cose senza nome.
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Spettacolo per una persona
Short Story[Contiene la novelette "Senza spazio di salvezza", vincitrice del premio Wattpad "Facciamo in fretta - 2^ edizione"] [Contiene il racconto horror "La noia dei morti", eletto tra i vincitori del contest di Halloween di @TheHopeTeam] Una volta ho vist...
