9 dicembre | 11.40 a.m.
Aveva sempre saputo di non essere normale. Di essere diversa. L'unica domanda da farsi era se fosse un bene o un male.
Fino a quel momento non aveva fatto che rovinarle la vita. Che toglierle la vita. Ma ora non sapeva più dire neanche chi fosse, per cui quella diversità aveva perso importanza.
Ma solo quando quella cosa che hai sempre odiato, contro cui hai sempre combattuto ti viene a mancare, ti rendi conto che non potevi farne a meno. E la rivuoi indietro, a tutti i costi. Lizzie rivoleva indietro ciò che la rendeva speciale e, per averlo, doveva riavere la sua conoscenza, anche se sapeva che avrebbe potuto costarle di nuovo la vita. Ma non aveva paura, non più. Era pronta a rivendicare la sua identità.
Dopo che Annabeth se n'era andata senza dirle dove e a cercare chi, Lizzie aveva deciso che quello era il giorno giusto. Uscita dai Wellington Gardens arrivò lì davanti e si fermò un attimo a contemplare la scritta.
"Orfanotrofio Cuori Uniti - Wellington"
Era di nuovo lì, ma stavolta non sarebbe scappata. Aveva le farfalle nello stomaco e una forte angoscia le serrava la gola, ma prese un respiro profondo e varcò la soglia del cancello. Stranamente le porte erano aperte.
Le alte mura bianco sporco incrostate si facevano sempre più vicine e la voglia di tornare indietro aumentava a ogni metro. Ma Lizzie non si sarebbe arresa, non quel giorno.
Avvolse la mano intorno alla maniglia della porta principale e cercò di aprirla. All'inizio le sembrò bloccata, ma bastò spingere un po' e alla fine si aprì con uno scricchiolio.
Ricordava quel posto. Non l'ultima volta che c'era stata, no... Ma la prima volta che aveva messo piede in quell'atrio, quella sì, la ricordava bene. Aveva provato un odio profondo per quel posto sin dalla prima occhiata che gli aveva lanciato.
Improvvisamente la stanza cambiò. Non era più vecchia, sporca, buia... e abbandonata. Era nuova, nuova come se fosse il primo giorno di apertura. Era il primo giorno di apertura.
Inizialmente le sembrò che i tetti si fossero alzati, che le pareti si fossero allargate. Ma no, non era la stanza: era lei, era diventata incredibilmente bassa, era... una bambina.
Lizzie passò una mano sulle lunghe trecce che le scendevano giù dal capo, poi guardò il suo braccio e la sua mano. Si vedeva a malapena, tra le fessure delle dita che gliela avvolgevano stretta, nell'ampio palmo.
Guardò in su e la madre le sorrise. Ma quello non era un sorriso, Elizabeth conosceva bene quello sguardo, quel finto sorriso pieno di rimpianto represso. Lo stava per fare, stava per abbandonarla lì, in quell'orfanotrofio.
La piccola Lizzie sporse lo sguardo dall'altra parte e incrociò quei piccoli occhi azzurro cielo, ancora accesi e luminosi. Noah teneva l'altra mano della madre e guardava la sorella terrorizzato, nascondendosi tra le pieghe del lungo vestito.
La madre li trascinò all'interno dell'atrio, fino al bancone al centro, dove si fermò a parlare.
- Andate un attimo lì a giocare con gli altri bambini, va bene? Io e la signora vi raggiungeremo subito, non appena avremo finito di scambiare due chiacchiere - la madre sorrise ai gemellini e li lasciò andare.
No. Non voleva lasciarla. Dovevano riportarla lì, riportarla indietro. Quello era l'ultimo contatto, lo sapeva già. Ora che poteva guardare tutto da quel punto di vista, dal futuro... era davvero orribile. Non poteva sopportare di vedere la sciocca e ignara bambina allegra che era. Se solo fosse stata... se solo avesse capito prima, non l'avrebbe lasciata andare via così facilmente.
Lizzie prese a giocare col fratello, ignorando la madre che li guardava sul punto di scoppiare in lacrime. La signorina al bancone le disse le ultime parole e fu a quel punto che Elizabeth vide sua madre uscire di corsa dall'edificio. La guardò e cercò disperata di inseguirla, ma era troppo tardi. Due alti signori la bloccarono per le braccia, impedendole di fare un passo. Incrociò per l'ultima volta lo sguardo della madre dal retro del finestrino dell'auto e scorse la lacrima.
Urlava e si dimenava e urlava ancora più forte.
- Mammaaa! Nooo, mammaaa! Dove vai?! Perché? Non mi lasciare qui! MAMMA!
Scoppiò in lacrime e guardò il fratello, che non riusciva a capire cosa stesse succedendo. Poi l'immagine si dissolse. Fu come se qualcuno avesse spento l'interruttore dei ricordi.
Era in ginocchio, in lacrime. Fisicamente era tornata grande, ma si sentiva come la bambina di 14 anni prima. Era distrutta, come se fosse passato solo un secondo da quel momento.
Un contatto caldo. Sulla spalla. Sollevò la testa all'improvviso, spaventata.
Ebbe uno strano miraggio. Le sembrò di vedere sua madre che le sorrideva. Ma aveva gli occhi troppo scuri e i capelli ancor di più, non poteva essere lei. C'era buio e non riusciva a vedere nulla, ma a quanto pareva non ci fu bisogno di prendere il suo telefono e accendere la torcia, perchè la ragazza di fronte a lei la anticipò.
Era Crystal Smith.
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Moyasamu 2
Paranormal⚠️Prima di leggere questo libro è necessario leggere "Moyasamu"⚠️ "Fa più male quando un sogno viene infranto, più che quando non viene realizzato" Annabeth pensava di aver finalmente raggiunto la felicità, ma un nuovo imprevisto piomba inaspettatam...