CAPITOLO 3

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SEVEN


Il viaggio - di appena quattro minuti contati - riesce a essere comunque la cosa più surreale che mi sia capitata negli ultimi due anni.

Io che abbasso il finestrino, lui che lo tira su perché "anche se siamo ad aprile, fa comunque ancora freddo", io che abbasso lo stereo e lui che alza il volume per farsi sentire fino alla contea limitrofa, io che gli chiedo di non distrarsi alla guida e lui che fa di tutto meno che restare concentrato sulla dannata guida.

Sto per avere un esaurimento nervoso, e sono arrivata a Red Shades da appena due ore. E non ho ancora incontrato nessuno fra quelli che avrebbero potuto rendere il mio soggiorno un inferno!

L'emporio di Mo è tale a quale all'ultima volta in cui sono stata qui. Ha ancora le decorazioni natalizie incollate alle vetrine, e la pubblicità del fertilizzante che recita "Solo per questo mese, uno sconto ulteriore sulla fornitura" è sempre lì esposta, nonostante ne siano passati più di 20, di mesi.

Lancio un'occhiata in giro prima di scendere dal pick-up; sembra che la fortuna abbia deciso finalmente di assistermi: non c'è in giro quasi nessuno.

Ho appena messo a terra il primo piede, quando la figlia di Mo, Grace, esce dalla porta del negozio, raggiante come l'ho vista forse soltanto al ballo di fine anno, in terza media. 

E sta guardando me. 

Non mi ha considerata per due decenni e ora mi accoglie come se fossi la cosa più bella del pian... 

Ah, no, la fonte della sua gioia estrema non sono io ma il mio compagno di viaggio. Infatti, il sorriso cristallizzato di Grace si spegne non appena mi mette a fuoco.

Lo vedo persino da qui, il petto che le si gonfia per la stizza, la mascella le si serra un attimo dopo.

«Fammi indovinare», dice Quentin chiudendo la portiera - devo ammettere, in un modo delicato che non mi sarei mai aspettata - e voltandosi a guardarmi con le braccia incrociate sul finestrino abbassato, «non è una tua grande fan».

Non lo guardo nemmeno, quando rispondo lapidaria: «Non sapeva nemmeno che io esistessi, fino a cinque secondi fa. Credo sia solo stizzita perché non può venire qui a strusciartisi addosso».

Lui solleva entrambe le mani, i palmi rivolti verso di me. «Io non glielo impedirei di certo».

Faccio roteare gli occhi e mi rimetto comoda sul sedile del passeggero. «Ti aspetto qui».

«Sicura? Non hai paura che spenda tutti i soldi di tuo padre in rastrelli, pluviometri e tralicci per rampicanti?».

«Non più dell'idea che una falciatrice ti cada disgraziatamente su un piede».

Lo sbuffo che sento è di certo una risata, ma Quentin la spegne in un soffio, buttandomi addosso il suo risentimento.

«E allora perché eri così preoccupata quando mi ha dato la sua carta di credito?».

Aggrotto la fronte e lo guardo come se fosse caduto a ripetizione dal seggiolone, durante la sua infanzia. «Ma di che diavolo stai parlando?».

«Di te che ti fai venire la gastrite non appena la carta di credito di tuo padre mi finisce fra le mani».

Mi servono alcuni secondi prima di capire che ha detto davvero quello che pensavo di aver sentito la prima volta, ma non ho nemmeno intenzione di provare a spiegargli perché si sbaglia di grosso. 

Appoggio un gomito al finestrino  e mi giro dall'altra parte. Non merita una risposta.

Deve aver afferrato il concetto, perché poco dopo sento la sicura del pick-up scattare e i passi dei suoi stivali logori che si allontanano.

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