CAPITOLO 2

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QUENTIN

Sapevo che Ronny aveva una figlia che andava al college ma, dopo averlo conosciuto un po' nell'ultimo mese, mi aspettavo che fosse più simile a lui, una nerd dal cuore di burro, magari anche un po' insicura.

La ragazza che ha appena tentato di fracassarmi il cranio con un bastone, invece, è ben lontana dall'idea che mi ero fatto.

E questo mi rende uno str**** di prima categoria, visto che l'ho appena accusata di essere giudicante e superficiale.

Ronny e sua figlia iniziano a parlare del più e del meno mentre io proseguo con l'imballaggio di quel casino che è il suo studio. Capto solo qualche frase, per lo più di lui. La ragazza tiene la voce bassa e ha un tono troppo delicato perché io riesca a decifrare qualcosa che abbia senso.

Non sono mai stato un impiccione, se sono campato finora è soprattutto grazie al fatto che sono uno che si fa i c**** suoi, eppure mi ritrovo a voler scoprire qualcosa in più sulla bionda che mi lancia occhiate da sopra la spalliera del divano.

E come ho detto, essendo uno str**** di prima categoria, non faccio nemmeno nulla per lasciarle credere che non me ne sia accorto: ogni volta che intercetto il suo sguardo curioso, sollevo un angolo delle labbra o un sopracciglio per farla sentire a disagio. E non funziona, perché la tizia non si scompone e non diventa rossa come un peperone, nient'affatto! Lei tiene il punto con un'espressione truce.

Assemblo un altro scatolone e fisso la base con il nastro adesivo da imballaggio ma, mentre sto srotolando la prima striscia, questo pensa bene di abbandonarmi e finisce a metà del suo lavoro.

Mollo lo scatolone incompleto e raggiungo padre e figlia in salotto. «Ehi, Ron», gli dico con il pollice puntato verso lo studio, «mi servirebbe dell'altro nastro adesivo».

Lui si alza immediatamente dal divano con il sorriso che gli va da una parta all'altra. «Ma certo, lo trovi...». Sembra rifletterci su, poi si dà un colpetto sulla fronte. «Accidenti, ecco che cosa avrei dovuto comprare ieri! Sapevo di aver dimenticato qualcosa!».

«Non fa niente», minimizzo con un'alzata di spalle, «posso fare un salto dal ferramenta».

«Davvero per te non è un problema? Mi faresti un favore, ho ancora qualche difficoltà a guidare». Muove la mano fasciata e sghignazza. Si allunga verso il portafogli che ha lasciato sulla consolle dietro il divano e ne estrae una carta di credito. «Spero non ti dispiaccia, non ho contanti sufficienti».

Ronald Ross è davvero una brava persona e deve ringraziare che sotto sotto lo sia anche io.

Tendo la mano verso la carta elettronica che mi sta porgendo, ma ho anche la malaugurata idea di spostare di nuovo lo sguardo sulla figlia che, se i pensieri potessero materializzarsi, in questo momento vorrebbe scrollare forte suo padre.

E a me sale il sangue al cervello.

«Forse però dovrebbe andarci la ragazzina», sbotto ritirando la mano tesa, «così starebbe più tranquilla».

Ron mi fissa senza capire. «Seven? E perché dovrebbe andare dal ferramenta per tranquillizzarsi?».

Prima che lei possa controbattere, come aveva già iniziato a fare, tronco subito ogni sua parola. «Credo abbia paura che io vada a comprare le sigarette a Panama e lì rimanga, a vivere con i tuoi soldi».

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