Capitolo 5

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Mi alzai di scatto. Lo sbalzo di pressione mi fece girare la testa e per un minuto la vista mi si oscurò. Sentii delle urla, una voce familiare ma distorta dal dolore, mi precipitai alla porta e guardai attraverso il piccolo oblò di vetro su di essa, ma non riuscii a distinguere nulla per via dell'umidità. Abbassai la maniglia ma si rivelò chiusa dall'esterno. Con uno scatto improvviso tirai un pugno verso la finestrella che esplose in mille pezzi, ci infilai una mano e con un po' di difficoltà riuscii ad aprire la porta e ad uscire in corridoio, ero carica di adrenalina tanto da non accorgermi di avere un braccio ricoperto di sangue. Estrassi un frammento dalla ferita e mi cominciai a guardare intorno, avevo una strana sensazione, non era il solito corridoio: qualcosa era cambiato. Un lungo corridoio si estendeva davanti a me, sembrava non finire, era talmente stretto che aprendo entrambe le braccia riuscivo a toccare le sue pareti, che erano tappezzate di porte dal legno vecchio e rovinato. Mi misi a correre, sentii la ferita bruciare e il sangue che mi colava dalle dita verso il basso, l'intonaco scrostato e caduto a terra scricchiolava ad ogni mio passo. Inciampai su una mattonella mancante del pavimento e per restare in piedi mi aggrappai alla porta sulla mia sinistra. Lentamente alzai lo sguardo verso la mia mano e notai che era appoggiata su dei solchi. Con orrore realizzai che combaciavano con la forma di graffi umani.
Chiusi le palpebre e per un secondo mi balenò davanti l'immagine della "donna grigia" terrorizzata e dagli occhi spiritati che si aggrappava freneticamente alla porta nel tentativo di resistere all'uomo vestito di bianco alle sue spalle che la tirava per le gambe. Mi allontanai e ripresi a correre setacciando tutte le stanze alla ricerca della fonte di tutte quelle urla. Arrivai ansimando alla fine del corridoio ritrovandomi davanti ad un'enorme porta a due ante di acciaio nero sotto la quale si intravedeva uno spiraglio di luce. La aprii di colpo e rimasi accecata dall'intensità del bagliore emesso dal neon, ma la cosa che mi lasciò attonita fu l'improvviso silenzio. La stanza era arredata esattamente come la mia tranne che per il letto situato al centro della stanza sulla quale giaceva un corpo. Evan.
Il cuore mi saltò in gola e con passo incerto mi avvicinai a lui. Era legato da cinte di cuoio sia ai polsi che alle caviglie, un tubo largo quanto il mio indice, collegato a un macchinario, era infilato nella sua gola, dei cavi elettrici erano attaccati alle sue tempie. Andai verso di lui con un misto di confusione e speranza. Allungai una mano per posarla sul suo petto e sentire se il suo cuore batteva ancora, ma non appena lo toccai i suoi occhi si spalancarono.
Non era Evan, era Colin.
-"Svegliati"- Urlò.
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Aprii gli occhi e mi ritrovai schiacciata dal peso di una guardia che mi scuoteva per le spalle.
-"Avanti svegliati! Cos'è successo qua?!" -
Mi aggredì.
-"io...."-
Mi tirò uno schiaffo talmente forte che la mia testa scatto di lato, gli occhi mi si riempirono di lacrime . La guardia mi prese per un braccio e mi mise in piedi sbattendomi al muro.
-" Ammettilo! Sei stata tu! L'hai fatta scappare!"-
-" i-io non so niente"- balbettai.
-"certo dicono tutti così, ma una giornata di isolamento ti schiarirà le idee."-
Ero terrorizzata e confusa, mi lanciai fuori dalla stanza nel tentativo disperato di fuggire ma la guarda mi placcò da dietro e mi fece cadere a terra facendomi sbattere violentemente la testa. Le orecchie cominciarono a fischiarmi, il mio campo visivo si riempì di piccoli puntini neri. Vidi la guardia avvicinarsi e prendere lo slancio per sferrarmi un calcio allo stomaco ma persi i sensi prima che si abbattesse su di me.
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Ero seduta sul pavimento e la mia schiena era appoggiata al muro, in una stanza completamente buia e dall'aria consumata. Avevo i crampi allo stomaco per la fame, la testa mi scoppiava e avevo la bocca talmente asciutta che ad ogni lieve respiro l'aria mi raschiava la gola. Non sapevo da quante ore ero lì ma mi sembrava un eternità e non avevo idea di quanto tempo ancora dovevo rimanerci. Le mie braccia erano bloccate da una camicia di forza talmente stretta da impedirmi quasi di respirare. I pensieri cominciarono a vorticarmi nella mente: dovevo forse raccontare tutta la verità? Magari mi avrebbero ucciso o forse sarebbero stati contenti di avere due pazze in meno di cui occuparsi. Questi dubbi continuarono a martellarmi finché un inserviente in camice bianco spalancò la porta. Mi rannicchiai in un angolo temendo di essere nuovamente picchiata ma con gentilezza si avvicinò e mi tolse la camicia di forza, mi diede la mano e mi aiuti ad alzarmi.
-" Tranquilla, sono qui per aiutarti."- mi sussurrò.
Mi riportò nella mia stanza, come aveva detto Colin la finestra era già stata riparata. Mi fece sdraiare sul letto, mi misurò il battito cardiaco ed infine mi diede una borsa del ghiaccio. -" tienila sulla testa per almeno 10 minuti, vedrai che ti sentirai meglio."-
Fece per andarsene ma sull'uscio si fermò e disse -" quasi dimenticavo.-" mi passò un biglietto perfettamente ripiegato in quattro, lo presi ed aspettai che se ne andasse.
"Non ti preoccupare, ho già risolto tutto. -C"

L'urlo del silenzioDove le storie prendono vita. Scoprilo ora