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• I: Maschere e Vermi Neri

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Guidato dal tuo odore verso climi
affascinanti, vedo un porto fitto
d'alberi e vele ancora affaticate
dal fluttuare dei marosi
-Charles Baudelaire-


Caleb aprì gli occhi e faticosamente si mise seduto. Era intirizzito e il cielo aveva assunto quella luminosa tonalità di rosso profondo che separa il crepuscolo dalla notte mentre inondava per l'ultima volta quel giorno Promontorio delle Rondini. Il mercato era iniziato e lui udiva le urla e gli schiamazzi dei venditori.

Si massaggiò lentamente gli occhi, cercando di smettere di vedere tutto quel sangue e il corpo senza testa cadere a terra. Slacciò un sacchettino di pelle e si svuotò il sabbioso contenuto sulla lingua. Subito il sapore amaro gli fece venire i conati di vomito, ma cercò di reprimerli. Man mano che gli entrava in circolo, il ricordo della morte di quella sconosciuta dai capelli scuri svanì dalla sua testa, rimuovendo quel terribile ricordo dalla sua memoria. Poi con un sospiro, guardò verso il porto.

L'autunno era arrivato, ma non sembrava che gli Dei avessero troppa fretta di farlo sapere ai venti e ai boschi: l'erba era di un verde vivido e il mare ondeggiava dolcemente contro le navi attraccate al porto.
Caleb era profondamente grato di tutto ciò. L'autunno, con l'incombente spettro dell'inverno a venire, era sempre un tempo di paure. Neppure il più saggio, il più dotto degli uomini era in grado di dire se il successivo raccolto sarebbe stato anche l'ultimo.

C'è stato un tempo in cui Promontorio delle Rondini era florido. Dove i suoi grandi e vasti mercati venivano visitati persino dai Re; dove navi immense e luccicanti attraccavano al porto per fare rifornimento e tu potevi rimanere là ad ammirare la loro bellezza. Ma tutto questo prima che regnasse l'Imperatore. Prima che iniziasse l'Epoca Tetra.

Sulla cima dell'albero più alto, Caleb si godeva il vento osservando con circospezione il promontorio ai suoi piedi, giù nella vallata. Spiccavano botteghe, stalle, navi e migliaia di persone che si spostavano rapidamente da un posto all'altro. A lui piaceva starsene là da solo, con la brezza a scompigliargli i capelli. Si arrampicava sui rami degli alberi, a gambe incrociate, con gli occhi chiusi. Quando stava lassù, era come pacificato. Poteva concentrarsi solo su se stesso, sui suoi pensieri più nascosti, su quella vaga malinconia che certe volte lo abbracciava, sul mormorio lento che ogni tanto sentiva levarsi dal fondo della sua anima.
Era cresciuto troppo in fretta, diventato uomo troppo presto per colpa di suo padre che aveva abbandonato lui e la sua famiglia, lasciandolo a carico di sua madre che era, a quel tempo, solo di poche settimane in attesa di un'altra bocca da sfamare.

Col tempo aveva imparato a dimenticare ogni ricordo di lui, ma spesso covava ancora l'insidioso sospetto di non essere mai stato alla sua altezza. I suoi penetranti occhi azzurri erano sormontati da sopracciglia scure, sfoggiava una spettinatissima zazzera di innaturali capelli cremisi che lo contraddistinguevano come abitante del freddo e inospitale Regno del Nord. Lui era anche alto per la sua età, e anche molto. Alto e magro. Possedeva ancora dei tratti giovanili, da ragazzo, eppure erano anni che si comportava come un uomo.

I suoi abiti erano pesanti e in spalla aveva uno zaino di cuoio graffiato.
Era uscito di casa che era ancora notte, avviandosi per uscire fuori dal Regno, perché sapeva che là l'unica cosa vivente a parte la poca popolazione, erano dei lupi pelle ossa e qualche civetta. Era uscito anche se sapeva che al suo ritorno ne avrebbe pagato le conseguenze.

Il Regno del Nord non era di certo molto accogliente e popolato. Non si riusciva mai a scorgere il terreno, per via del costante ghiaccio e vi abitavano pochi marinai e pescatori. Era un regno isolato e non molto considerato per il commercio. Perennemente ricoperto da manti di neve spessi quaranta piedi e dai venti glaciali che soffiavano dall'estremo-nord.
Ma era il freddo il vero nemico degli abitanti. Quel freddo era terribile quanto unico: ti scivolava addosso come l'aria, cominciavi a tremare, a battere i denti, a pestare i piedi per terra, a sognare buon caldo caffè speziato e falò che ardono. Era il freddo che bruciava, ma non durava molto. Perché una volta dentro di te cominciava a riempirti, finché non ti rimaneva più la forza per combatterlo. Ti sedevi, ti addormentavi. Pochi erano in grado di sopravvivergli. Solo quelli nati sul posto avevano qualche speranza, abituati già al freddo prima ancora di nascere, quando avvolgeva i corpi delle loro madri e dei loro padri.

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