Il professor Mancini

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Tempo fa la mia professoressa di inglese entrò con un uomo anziano nella mia classe. Ero confusa, inizialmente. Pensavo fosse suo padre, e non capivo perché lui fosse lì. Mi irritava un po' la sua presenza, non lo volevo. A metà lezione, dopo che quest'uomo ci osservò tutti come per studiarci, la prof lo presentò.
"Ragazzi, lui è il professor Mancini, farà potenziamento inglese"
L'uomo non rispose.
Continuava a fissarci.
Aveva piccoli occhi azzurri, arrossati, stanchi. I suoi capelli erano rasati e grigi scuro. Aveva la pelle leggermente olivastra. Era un po' trascurato in ambito vestiario. Camicia di flanella metà fuori e metà dentro i pantaloni, i quali erano troppo laghi. Mocassini vecchi, usurati, da chissà quanti passi, in chissà quanti posti. Aveva poi una giacca di pelle marrone, enorme, anche per un uomo della sua stazza. In mano aveva un quaderno, non ricordo il colore della copertina, perché era sempre aperto, e prendeva continuamente appunti. Decisi dopo un accurata osservazione, che quell'uomo mi interessava. Dopo quella lezione in cui lui aveva solo accennato un saluto a tutti noi, con una voce roca a profonda, non lo vidi per diversi mesi. Un giorno però una nostra insegnate si assentò per una settimana intera. Così il professor Mancini venne nella nostra classe per un po'. Il giorno della prima lezione entrò con la sua ventiquattrore usurata, e subito mise a zittire tutti con la sua voce profonda come un pozzo senza fine. Ci disse che avremmo dovuto prendere appunti o in ogni caso stare attenti. I miei compagni sbuffavano tutti, ma io sotto sotto ero incuriosita. Ci chiese che cosa stessimo facendo di storia. Risposi io. Il prof inizialmente fu sorpreso. Penso che pensasse che fossi l'ultima persona in quella classe a voler alzare la mano, e solitamente era così, ma volevo vedere cosa sarebbe successo, volevo vedere a che punto voleva arrivare con quella lezione. Ci raccontò un po' della storia americana, inizialmente in italiano ma poi cominciò a farci domande in inglese, per testare la nostra attenzione e la nostra conoscenza della lingua. Nessuno rispondeva, silenzio totale. Decisi che, visto che sambrava fossi l'unica a capire cosa stesse dicendo, avrei risposto al posto degli altri. Passarono diverse lezioni in questo modo, lui faceva domande sulla storia o sulla geografia, io rispondevo per la classe. Un giorno però decisi che ne avevo abbastanza. "Prof, perché non ci racconta la sua, di storia?" Ci fu un sussulto generale, e il prof assunse un espressione divertita ma anche leggermente spaventata. "La mia storia eh? Bene". Cominciò a parlarci del suo passato da bambino. Restava spesso dai suoi vicini di casa, che di mestiere facevano gli insegnati, perché i genitori erano sempre a lavoro. Grazie a quella coppia imparò a quattro anni a leggere, e a cinque a scrivere. Arrivato alle scuole elementari dovettero trasferirlo in due classi avanti a quella che avrebbe dovuto frequentare. Il professor Mancini subì gravi atti di bullismo, e fino alle superiori non ebbe molti amici. Dopo essersi diplomato e laureato, viaggiò. Inizialmente per hobby, in seguito per lavoro. Visitò gli Stati Uniti, il Canada e molta parte dell'America del sud. Visse in Africa per qualche anno, poi vide l'Asia, e riuscì ad girare per gran parte dell'Europa. Grazie a questi frequenti viaggi imparò l'inglese in modo quasi perfetto. Si sposò ed ebbe un figlio, o almeno, ci parlò solo di lui, che ora vive in Australia. Era fiero di lui, diamine se lo era, gli si illuminavano gli occhi quando lo descriveva. Poi, a causa della vecchiaia, il prof dovette andare in pensione, e dopo qualche tempo iniziò ad insegnare inglese in qualche scuola. Le sue lezioni si facevano man mano più interessanti, e ogni tanto parlavamo solo noi due, del mondo, del futuro, della vita. Il prof Mancini non piaceva quasi a nessuno, ma a me sì. Tutte le volte che entrava in classe sorridevo, e lui notava il mio sorriso in tutti quei bronci. Non mi importava se gli altri non volevano fare lezione e volevano oziare, io facevo domande, davo risposte, conversavo. Era divertente, era liberatorio. Poi avvenne. Dopo quasi un anno che il professore non si presentava a scuola, e dopo che io quasi mi dimenticai di lui, avvenne. Un mio compagno me lo disse. Il professore era morto. Il giorno prima. Era morto. Morto. Morto. Sono uscita dalla classe correndo, non volevo ascoltare nessuno. Il professor Mancini, con i suoi racconti, le sue barzellette che solo io capivo, i suoi rimproveri, le sue conoscenze, i suoi viaggi, il suo inglese, erano ora chiusi in una bara. Il prof puzzava di alcool spesso. Giravano voci. Voci brutte. Si diceva fosse un drogato, un alcolista, un depresso. Ma io le ho sempre ignorate. Io gli volevo bene comunque. E ora anche il lieve odore di wiski che si percepiva quando entrava in classe non c'era più. Oltre al pianto, arrivarono le supposizioni. "Forse è morto perché perché il suo fegato non reggeva più tutti quegli alcolici"
"Forse beveva per dimenticare la sua malattia"
"Forse voleva solo farla finita di lottare per una causa persa"
Ma non si vive di forse. Il prof era morto, ma io no, quindi avrei preso il suo posto, avrei insegnato tutto quello che lui mi aveva trasmesso, perché voglio che l'insegnante migliore che ho avuto sia ricordato come un saggio, non un debole che non sapeva affrontare il suo problema. Le voglio bene professor Mancini, riposi in pace.

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