Capitolo tre

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CRISTIAN

Sono sdraiato sul letto che ormai profuma di sesso, il braccio a occultarmi la vista delle nudità di Summer, la quale non si è ancora decisa a rivestirsi come le ho intimato poco fa.

La testa mi pulsa e lei sta solo peggiorando il mio principio di emicrania, dovuto non solo all'enorme quantitativo di alcol che mi circola in corpo, ma anche a quei pensieri che, puntuali, sono tornati subito dopo l'amplesso. Mi sento sporco; ogni volta che tocco il corpo di una donna mi sembra di tradirla, ma non posso davvero farne a meno. Quei cinque minuti in cui il fottuto cervello si spegne, i gemiti come unico sottofondo al silenzio della mia anima, i quali invadono la mente lasciandomi libero di respirare, sono vitali per non gettarmi nell'apatia.
Meglio essere stronzo e perverso, che un uomo spento alla deriva.

Torno col pensiero su questa cozza, che non sembra volersi togliere dalle palle nonostante la mia totale indifferenza. Le molle del letto emettono un cigolio sordo, un movimento troppo vicino a me per i miei gusti; non tardo a percepire il suo tocco all'altezza del tatuaggio che feci in onore di lei, quando ancora la mia vita mi apparteneva, quando i suoi sorrisi rischiaravano le mie giornate. Questa troia non deve permettersi neanche di sfiorarlo con quella lurida mano adatta solo a fare seghe.

<< Che cazzo credi di fare, eh? Se avessi voluto le tue dita addosso, ti avrei chiesto di avvolgerle intorno al mio uccello, non credi? >>, le chiedo sprezzante, bloccando di scatto il suo polso e allontanandolo dal mio corpo, il tono di voce basso, ma incisivo, più tagliente di mille lame.

Lei fissa i miei occhi, ora aperti, con espressione impaurita. Fatica a deglutire, sembra incapace di respirare e distoglie fulminea lo sguardo dalla mia maschera di puro odio; so bene che non vorrei essere nei panni della mia povera vittima quando i demoni vengono a galla a parlare per me.

Tanto sono incazzato che decido di giocare un po' con lei, di mortificarla abbastanza da far sì che lei e quel suo culo da puttana si levino dai coglioni.
Mi piego verso il suo collo, racchiudendo quelle ciocche ramate in un pugno; sento come trema, avverto la sua aspettativa, quel mix di terrore ed eccitazione che la porta a stringere le cosce e bagnare quelle pieghe che non otterranno altro da me.

<< Che c'è, eh? Ne vuoi ancora? O forse hai paura di me... Eppure mentre ululavi come una cagna prima, non mi sembrava ti spaventasse poi così tanto il lupo cattivo... >>, le sussurro all'orecchio, facendole emettere un mugolio, il quale esce da quelle labbra che quasi quasi farei scorrere ora sulla mia asta, giusto per umiliarla come merita.

Non sono però in vena adesso, voglio che se ne vada all'istante, ecco perché le lecco quel pezzo di carne sensibile dietro al lobo, attizzando le sue fiamme mai spente, facendole risalire una necessità di essere riempita che sadicamente non soddisferò.
<< Vedi di tornare a casa, Cappuccetto Rosso, e porta tanti saluti alla mamma >>, pronuncio in modo piatto, lasciandola di stucco, palesemente sconvolta dal mio cambio repentino d'umore.

Recupero la comoda posizione abbandonata poc'anzi, tornando bellamente a ignorarla.
Non so se per le parole che le ho detto o perché finalmente ha fatto funzionare quell'unico neurone che ha in testa, ma sento il materasso cedere, segno tangibile che è pronta a concedermi i miei spazi, la mia solitudine, frangenti che portano in me un cocktail perfetto di commiserazione, malinconia, rancore.
Rancore verso un Dio che ha deciso di togliermi tutto. Sì, tutto, perché questo erano per me.

Il ticchettare sulle sudice mattonelle della stanza mi comunica che, ringraziando il cielo, sta levando le tende, non prima però di aver fatto rimbombare fra queste quattro mura la sua voce acuta che mi grida di essere uno stronzo.
<< Se lo hai scoperto ora, riconfermi i miei sospetti >>.
<< E quali sarebbero? >>, sbuffa stizzita.
Riapro gli occhi, puntando le mie iridi spietate nelle sue, tutt'ora lucide per il soddisfacente orgasmo che le ho concesso e per la voglia di cazzo che le ho fatto tornare.
<< Che quando Dio ha donato un cervello, devi aver sicuramente sbagliato fila >>.

<< Vaffanculo, Chris! >>.
Non ne posso più di questa sanguisuga, sono allergico alle femmine isteriche, tanto più se starnazzano dopo aver ottenuto una scopata da urlo col sottoscritto, quando dovrebbero baciarmi i piedi per aver concesso loro questo privilegio.
<< Senti, ragazzina, la mia pazienza ha un limite. Levati dalle palle e quando esci, chiudi la porta >> e lei mi prende finalmente in parola, sbattendo talmente forte quel pezzo di legno laccato bianco, da averne rotto di sicuro i cardini.
Poco male, tanto so che tornerà, conosco le tipe come lei, quelle che pur di riavere un amplesso di quella portata non esitano a denigrarsi, implorando di avere la tua asta dentro di loro per la seconda volta. Io però non concedo mai seconde volte, non più.

Sono annientato. Mi accascio al suolo, inerme, sembra che una mandria inferocita continui a calpestarmi, avverto un dolore sordo in ogni parte del corpo. Colpo dopo colpo, il petto si squarcia, la testa si svuota, l'anima vola via, lontano da me.

<< Ora del decesso: Quindici e trentaquattro! >>

Mi alzo, comincio a battere le mani sul suo petto, quasi fossi un defibrillatore, vedo le mie dita che si imporporano di un rosso scarlatto, ma ignoro ogni cosa. Non può finire tutto così. << Respira, cazzo... ti ho detto respira! >>

Delle braccia mi afferrano dalle spalle, mi dimeno come un forsennato. << Lasciatemi andare. >>

Altre mani mi avvolgono, sono circondato, non riesco a liberarmi.

<< Amore no... non lasciarmi >> urlo dilaniato, mentre sento che le forze abbandonano a poco a poco il mio corpo.

Sono morto oggi, con loro... La vita mi ha tolto tutto, non ho più nulla da perdere!

Mi sveglio di soprassalto, gocce di sudore imperlano il mio volto, sostituendo quelle lacrime che non ho più versato da quel fatidico momento. Passo una mano sulla fronte, tentando invano di riacquistare un po' di lucidità, oltre al respiro fino a poco fa strozzato.
Mi alzo e, sbandando come un'auto in panne, raggiungo quel piccolo bagno dalle tonalità spente, le stesse che avvolgono la mia anima.

Osservo allo specchio un uomo straziato e dilaniato, quello che ho annullato pur di poter andare avanti ed eliminare la sofferenza. Purtroppo il sonno non concede la sua grazia, Morfeo riporta alla mia mente ogni singolo dettaglio di quella dannata notte, come una punizione divina al male che faccio ogni singolo giorno a chiunque incroci il mio cammino.

Scuoto la testa e l'odore di alcool e sesso permea le mie narici. Sposto la tendina non più bianca, ma di un colore giallognolo dovuto alla nicotina, e mi immergo sotto il getto d'acqua fredda, ghiacciata come il mio cuore. Altri due profondi respiri e torno in me.

Scusa se son stronzoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora