Liverpool sembrava estremamente bella quel giorno.
La nebbia avvolgeva con lugubre fare protettivo le case rossicce della cittadina inglese, che contava poco meno di quattrocentosessanta mila abitanti. Le vie erano spoglie, bruscamente private della vita che le animava di solito, delle grida dei bambini che giocavano, giù in strada, che non si avvicinavano mai ai ragazzi che fumavano con la schiena appoggiata, in posa strafottente, sui muri di mattoni rossi. Non c'erano cani randagi che si abbaiavano, rabbiosi. Non c'erano nemmeno quelli che lavoravano, in giro. Niente avvocati. Insegnanti. Giornalai, postini. Il mondo si era fermato.
Ma il calore del museo Warrington aveva attirato folla. Dozzine e dozzine di persone mormoravano nelle ampie sale bianche, osservando, superficiali, i quadri dei mediocri artisti che avevano esposto la loro arte al brusco e apatico giudizio del pubblico mondano, a cui piacevano, ormai, solo le cose materiali, quelle che potevano comprare con le sterline che avevano i banca, e che potevano toccare dimostrare di possedere, quelle che potevano vantarsi di avere di fronte ad amici invidiosi e parenti scorbutici. Non importava altro. Certi concetti astratti erano scomparsi. Quelli non li potevano comprare, si dovevano creare. Ed ecco la fregatura: ci voleva tempo, dedizione, impegno. E tutti avevano troppa fretta.
Stu lo sapeva bene. Sapeva che erano lì per dare un giudizio insignificante su qualcosa che a lui stava a cuore. In fondo, avrebbero potuto togliergli tutto: la sua casa. I Quarrymen. I pochi soldi che aveva. La vista di Liverpool, all'alba, dalla cima della cupola della chiesa di St. Peter. L'odore dell'erba bagnata dopo le solite giornate uggiose inglesi. Persino Astrid. Perchè lui l'amava, sì, ma come tutto, anche l'amore finisce. E se non succede, ci pensa la morte. Potevano privarlo anche dei vestiti che aveva indosso, ma non dell'arte, che era l'unica cosa che lo portava lontano. Che lo faceva sfogare con calma, canalizzando i pensieri in pennellate precise, che cercava di controllare, talvolta non riuscendoci. Qualche volta gli capitava di sentirsi di troppo. Specialmente in primavera. Perchè succedono un sacco di cose in quel periodo. Nascono fiori, crescono chiome, si diffondono i profumi delicati della purezza. Tutto prende vita e niente la perde. E allora il mondo è tanto pieno che ti metti a pensare cose come 'E io qui che ci sto a fare? Ad occupare spazio?'. A quel ragazzo capitava troppo spesso. E si sedeva su uno sgabello con una gamba più corta delle altre, con le mani che stringevano con rabbia profonda i suoi capelli in quel momento appiattiti sulla testa, e, stringendo i denti, saltuariamente anche per sopportare una terribile emicrania, tentava di non urlare. Vinceva sempre quella battaglia. E quando finiva quel momento terribile, si chiedeva se sarebbe stato in grado di vincere anche la guerra.
Stuart si alzò con nevrilità dal piccolo divano nuovo in finta pelle nera che se ne stava accucciato all'angolo dell'ampia sala. Le mani tremavano leggermente, formicolando.
'Bello, sai chi li ha fatti questi quadri da coglione?' John Lennon si avvicinò al ragazzo, senza occhiali e con il profumo di pulito della casa di Mimi addosso. Gli buttò una pacca sulla spalla, che lo fece barcollare un poco. 'Ah non lo so amico, uno schizzato, suppongo' sorrise. 'Ciao John' farfugliò. 'Sono belli, Stu. Hai fatto qualcosa di grande' disse l'altro, ignorando completamente il saluto. 'Sì, lo so' si ficcò le mani, che ancora formicolavano come se si fossero addormentate e ora tentassero un lento e sofferto risveglio, nelle tasche capienti dei pantaloni di stoffa larghi. 'C'è qualcun altro che conosciamo ad esporre?' 'No, non che conosci tu almeno. Ci sono i miei compagni di corso' 'E sono tutti maschi o stanotte non passerò la notte da solo?' 'John.' lo interruppe l'altro, con disappunto e una punta di divertimento. Sempre il solito, eh Lennie? pensò, scuotendo la testa e sorridendo amaramente. 'Ti sto solo chiedendo se mi presenti qualcuna che, possibilmente, somigli alla nostra cara Brigitte. E per "somigliare" intendo l'avere occhi, labbra, capelli, e tette. Soprattutto tette. E se fuma è meglio.' Per solidarietà della sua stessa tesi fece per accendersi una sigaretta, e Stuart notò che la marca non era più quella di sempre. Non era quella dei pacchetti che compravano insieme e poi condividevano sulle panchine verdi bagnate dalla pioggia del giardino della chiesa di St. Peter. Per qualche motivo, ci rimase estremamente male.
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Beatles (One shots)
Historia Cortauna raccolta di one shots sui Beatles, gli uomini più fantastici che il mondo abbia mai conosciuto. (Perché io le so scrivere le descrizioni, vero?)