Life is a suicidal

38 6 2
                                    

Meno sette,
un piccolo slancio delle gambe e riesco a guardare di sotto.

L'acqua è lontana, scura, in qualche modo rilassante, e mi promette tante cose, come ad esempio la pace e il silenzio. Quello che sento, invece, è caos, ed è troppo rumoroso: auto, schiamazzi, clacson, urla, litigi, oggetti lanciati da una parte all'altra della stanza, pianti- il problema è che quel caos lo sento dentro, forse proviene dal mio interno. Anzi, ormai mi sono convinto che dev'essere proprio così. Ho un interno rumoroso, un'anima che urla e una mente che non mi lascia in pace mai, mai, mai, e io pagherei qualsiasi cifra per avere un po' di silenzio. Ma non si può, non funziona così, e il silenzio non lo otterrò mai. Vorrei essere come tutti gli altri, confondermi tra la folla, essere normale; che poi, cosa significa essere normali? Per il dizionario "normale" significa seguire la norma, la consuetudine o una regola generale, ma come può una persona essere normale? La vita non segue norme, il carattere della gente non ha consuetudini e non ci sono regole generali per affrontare le scelte che condizionano la vita, perciò come si può definire qualcuno normale e qualcuno invece no?

Meno sei,
mi volto all'indietro mentre il vento mi scompiglia i capelli, osservo la gente che passa.

Camminano tutti in fretta, corrono da una parte all'altra presi dai loro impegni e nemmeno se li pongono, tutti i problemi che invece uccidono me. Ridono al telefono, controllano orari, riguardano appunti, c'è chi osserva il panorama dal ponte e forse loro sono gli unici che capiscono qualcosa del mondo perché questo panorama, l'ultimo che vedrò, merita almeno qualche minuto della loro frenetica vita. Il vento è forte e mi fa volare i capelli davanti al viso, di nuovo. Nemmeno mi sforzo di spostarli, tanto cosa importa? Vedo il mondo attraverso questo velo che mi protegge, l'ha sempre fatto, nascondendomi alle persone a cui non volevo svelarmi. Tutti si sono fatti un'idea di me, tutti pensano di sapere come sono e cosa mi passi per la testa, ma quanto può essere arrogante la gente che pretende di conoscermi quando nemmeno ricorda di che colore ho gli occhi?

Meno cinque,
con un semplice slancio facendomi forza sulle braccia mi metto a sedere su questa ringhiera.

È fredda più di quanto mi aspettassi, lo sento attraverso il tessuto spesso dei jeans, neri come tutto il resto. Mi guardo intorno con calma. Sono certo di non sembrare preoccupato o triste o sconvolto, o qualsiasi altra cosa uno si aspetterebbe, ma d'altronde non ho mai voluto che la gente scoprisse che sono tutte queste cose, e perfino un po' depresso. Alla fine credo di essermi rassegnato al fatto di esserlo, depresso, ed è stato strano perché l'ho negato a me stesso con così tanta ostinazione che veder crollare una convinzione simile è stato destabilizzante. Depressione è una parola troppo definitiva, per tutti questi anni mi sono sempre ripetuto che non sono depresso, sono solo triste, che la mia non è una brutta vita, è stata solo una brutta giornata, non posso essere veramente depresso perché domani andrà meglio. Ma questo domani dov'è? Io ancora non l'ho raggiunto e forse è anche vero che la mia non è una brutta vita, ma oggi è stata una brutta giornata, molto più brutta di quelle che l'hanno preceduta. Mi sono anche chiesto cosa differenzi la tristezza dalla depressione, alcune volte, e credo di esser arrivato a una specie di conclusione. La differenza fra loro è simile a quella tra un incubo e un brutto sogno: tutti credono che i loro brutti sogni siano incubi fino a quando non passano una notte in preda a un incubo vero.

Meno quattro,
non traballo neanche un attimo mentre mi alzo in piedi.

È alto, per un secondo penso "ma cosa stai facendo? Potresti cadere!". Poi rido di me, solo nella mia testa ovviamente perché è da tanto che non rido per davvero, senza sforzarmi o senza fingere, e credo di essere diventato davvero un bravo bugiardo dato che nessuno ha mai scoperto la mia recita. Nemmeno le persone che mi giuravano che sarebbero state con me per sempre, nemmeno gli amici che mi promettevano aiuto e sostegno, neanche la famiglia che diceva di volermi bene e di tenerci a me, veramente. Nessuno è riuscito a superare quel muro che mi ero creato intorno nonostante fosse un muro debole, fatto semplicemente di capelli scuri troppo lunghi fatti crescere per coprirmi gli occhi, e visto? bastava un alito di vento per spostarli perché ora mentre sono qui, in piedi su questa ringhiera, nulla copre il mio volto.

Meno tre,
sono calmo come non mi sentivo da tanto tempo mentre mi sbilancio all'indietro, non esito.

Non ho idea del perché io abbia deciso di farlo in questo modo, la maggior parte delle persone guarda l'acqua mentre si butta, e lo fa saltando, prendendosi tutte le responsabilità del caso e ponendo fine alla propria vita con un ultimo gesto di coraggio. Ma non io. Io mi lascio cadere all'indietro e basta. Non mi importa nulla del coraggio, non mi importa di guardare l'acqua sotto di me, tanto so che c'è. Non mi importa neanche del modo in cui porrò fine alla mia vita a dire il vero, l'importante è che finisca, nient'altro. Mi lascio cadere all'indietro perché è rilassante e rassicurante, per un momento mi sembra di essere nella mia stanza, tra un millesimo di secondo la mia schiena incontrerà il materasso e sarà comodo e accogliente, come ogni giorno, come sempre. Guardo dritto avanti a me mentre cado, mi strofino le mani assieme come quando fa freddo, sono tranquillo. La mia mente è silenziosa ed è in questo esatto istante che capisco che ho fatto la cosa giusta. Non arriva più nessun rumore da dentro di me, non esito a lasciarmi andare, è tutto fin troppo facile.

Meno due,
so che la caduta durerà circa sette secondi mentre davanti ai miei occhi compare il cielo.

È fresco e incontaminato, così calmo e pacifico. Lo vedo per poco, l'attimo successivo i miei occhi incontrano l'acqua. È scura, appare esattamente identica a quando l'ho vista dalla cima di quel ponte, solo che ora è più vicina, le onde sono più violente e posso sentirne lo scrosciare al di sopra dell'aria che mi fischia nelle orecchie. Sto cadendo in fretta. Sono i miei ultimi secondi di vita, ma questo pensiero non mi spaventa, non mi spaventa per niente. Dopo tutti questi anni di brutte giornate ora mi sento in pace, non riesco proprio a pentirmi di ciò che ho fatto e lo so che la gente non capirà. Per tutti sarò un pazzo suicida che è tragico e vigliacco, oppure che voleva far sentire in colpa gli altri, oppure ancora che voleva attirare l'attenzione su di sé, probabilmente neanche adesso che mi sono ammazzato capiranno come sto. Probabilmente neanche adesso che mi sono ucciso per davvero cercheranno di capirne il motivo. D'altronde non l'hanno mai fatto, perché iniziare ora?

Meno uno,
mi incolperanno di averli fatti soffrire, mi incolperanno di tutto e non si chiederanno nulla.

Ma a me non importa, non più, perché ora niente di tutto questo ha più a che fare con me. Vedo l'acqua, vedo che si avvicina, so che manca così poco, solo un battito di ciglia-

Il richiamo del vuotoDove le storie prendono vita. Scoprilo ora