Era una sera d'agosto:
io stavo fuori in pantofole e stringevo il mio petto e le braccia; lo facevo perché avevo un presentimento.Aspettavo che l'ambulanza partisse, che le luci blu smettessero di accecarmi;
che lui uscisse.
Magari in piedi,
che alzasse le braccia, raggiante come lo è sempre stato.'Esci, rimani ancora un po' accanto a me, solo un altro anniversario insieme... solo un altro giorno.'
Mi ripetevo questo.
Ma nulla.
Solo le voci di chi usciva a vedere.
Guardavano curiosi, ipotizzando, parlando;
Guardandolo morire.
Ma niente.
Neppure le loro ipotesi, le speranze di chi aveva capito lo facevano uscire.Sentivo solo il tremolio dell'ambulanza,
sentivo le voci urlare: 'libera'. Le gocce di sudore scivolare sulle fronti dei dottori, il suo petto alzarsi, ma mai svegliarsi.
E poi, quando le luci si spensero e le porte si aprirono, lo sguardo di chi non voleva essere lì, mi puntò. Teneva le mani in mano e si avvicinava.Sono stanca, lo sono sempre stata.
Stanca di vivere.
Però lui rendeva i giorni più leggeri, meno monotoni.
Alleggeriva la mia schiena.
Sono stanca degli anni, ho vissuto abbastanza; ma rimango io e non tu.Sapevo che sarebbe uscito di scena per primo, ma mi consolavo nell'idea che ci saremmo spenti insieme.
Di lui mi rimangono le foto, le lenzuola,
i ricordi e la sua tomba.
Mi manca, è inutile negarlo; ma ritorneremo insieme, devo solo aspettare il treno.
Aspettare la luce.Marta Guerci
19.03.2021