L'elfa, la lucertola e la locanda

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Sono passate quasi quattro settimane da quando sono approdata sulle coste vicino a Rujk, questa strana città umana abitata da tutte le razze possibili. Almeno, credo che siano tutte, ho incrociato degli uomini-rettile, i Delizan; gli orchi, degli elfi alti che da bravi balordi che sono vogliono essere chiamati Hiejf anche se gli umani li chiamano comunque Dehielan; ho visto un paio di elfi dei boschi come me e qualche uomo-bestia. Probabilmente dentro le mura della città ci sono anche gli elfi delle paludi o altri tipi di orchi e uomini-bestia ma, per il momento non posso varcare i cancelli. Già, secondo l'umano armato che c'è di guardia non ho abbastanza soldi per entrare in città quindi devo rimanere all'esterno. Guardo ancora una volta gli occhi al di là del pesante elmo di metallo che ricadeva in avanti sulla testa perché di una taglia troppo grande. «Mi dispiace Jiasyfy ma non puoi entrare. Finché non potrai dimostrare che non hai intenzione di entrare in città per derubarne gli abitanti non potrai oltrepassare i cancelli.» Il tono è gentile ma non ammette repliche, devo trattenere la risata per l'ennesima volta perché la voce di quella ragazza in armatura sarebbe stata dolce se la sua bocca non fosse stata coperta da quel brutto elmo metallico. La giovane ragazza mi sbarra l'ingresso inclinando di lato la lancia perché sta passando il suo superiore e deve dare una parvenza d'ordine. L'uomo si ferma accanto a noi impettito mettendo in mostra la corazza d'acciaio a piastre. A differenza di quelle dei soldati semplici la sua è liscia e lustra, indossa la corazza sopra a una tunica rossa e dei bracciali di cuoio, il suo elmo è aperto sul viso e ornato con delle piume sulla sommità. Lo tiene con fare disinvolto sotto al braccio perché sa che la sua mole e la spada che teneva al fianco avrebbero fatto desistere ogni tentativo d'aggressione. «Che ci fai ancora qui piccola Dewooan?» carica di disprezzo l'ultima parola, il termine con cui gli umani chiamano la mia gente.
«Oh salve Roukar» poi snocciolo una serie di parole in elfico di cui non comprende il significato, altrimenti mi avrebbe staccato la testa di netto con la sua spada. Forse gli avrei anche fatto un favore dato che gira voce che non l'abbia mai utilizzata in un vero combattimento.
«Impara la nostra lingua maledetta elfa» poi si volta verso la ragazza in armatura e l'apostrofa con tono severo «e tu Nixif, se scopro la sua presenza in città ne pagherai le conseguenze. Non mi importa se tu ti trovavi di guardia a un altro cancello o se eri a letto a smaltire una sbornia. Sono stato chiaro?»
«Certamente Capitano Roukar» prontamente scatta sull'attenti e inclina il capo in segno di saluto al suo superiore. L'uomo ci da le spalle e attraversa il primo di due cancelli che portano in città. Gli faccio un gesto osceno e una pernacchia con la lingua.
«Jiasyfy, mi spieghi perché fai così? Se per caso qualcuno ti sentisse e glielo traducesse ti farebbe processare e giustiziare nell'arco di mezza giornata.»
«Il fatto è che nessuno della mia gente gli riferirebbe quello che gli ho detto, è un grande e grosso umano che odia tutte le razze differenti.»
«Non ti preoccupa il fatto che un umano magari possa riferire?»
«Un umano? Nixif non farmi ridere dai, quello che parlo io è il dialetto di un villaggio di pescatori del nord della regione, ti pare che qualche umano possa essersi interessato a imparare la nostra cadenza»
«Hai ragione, è improbabile» sposta il peso da un piede all'altro «comunque sia mi tocca eseguire gli ordini, devo chiederti di allontanarti dai cancelli. Ci vediamo in serata alla locanda?»
«Certamente» annuisco scuotendo il capo e sbuffo allo stesso tempo. Mi allontano dalla ragazza con cui due settimane prima ho stretto amicizia e mi dirigo ai limiti della zona abitata. Oltrepassando una delle ultime baracche fatte di fango e paglia un odore dolce mi entra nelle narici: la vecchia Sigmardstha preparato un dolce tipico della sua città natale, probabilmente dopo cena me ne avrebbe portato un po' da assaggiare. Continuo a camminare per un centinaio di metri e mi fermo sotto le fronde di un albero di Raspo e mi allungo sollevandomi sulle punte per raggiungere uno dei frutti. Una volta vinta la lotta col ramo che non voleva cedermi tanto facilmente il bottino, pulisco il frutto in un lembo della tunica di lana grezza e lo addento, la polpa arancione è dolce e il succo comincia a scorrermi lungo il mento per poi cadere e macchiarmi gli stivali di pelle. Imprecando in silenzio scuoto il piede e finisco il frutto. Il sole ha già superato metà del suo ciclo ma c'era ancora luce, avrei aspettato ancora prima di andare alla locanda. Mi siedo su un sasso piatto e osservo per un po' il boschetto che si estende davanti a me. Gli alberi non sono lontanamente paragonabili a quelli della mia terra natale ma li trovo comunque molto belli, le foglie larghe e piatte sono concave e gli steli spessi le tenevano sollevate anche sotto la pioggia, quindi trattengono l'acqua e possono essere utilizzate per riempire le borracce. Gli umani evitano quel boschetto perché pensano che sia infestato da spiriti maligni ma la realtà è ben diversa: all'interno ci vivono degli Spriggan, degli esseri vegetali che proteggono la natura, posso sentirne la presenza in quanto Elfo dei Boschi però questi sono schivi, anche se mi inoltrassi nella vegetazione non li vedrei, non mi avrebbero attaccato come avevano già fatto con i cacciatori però mi starebbero alla larga.
«Oh Jiasyfy! Sapevo che ti avrei trovata qui» la voce mi fa sobbalzare e mi mise di malumore.
«Shagraz'ar... che ci fai qui?» l'uomo-lucertola se ne sta immobile a una ventina di metri da me, le mani lungo i fianchi, «sai che anche se ti avvicini di più non ti mordo vero?»
«Ma... lì ci sono degli spettri verdi. Non voglio che mi prendano.» Il muso allungato di Shagraz'ar è tremante e il colore della sua pelle è cambiato dal consueto marroncino slavato a un verde pallido.
«Shag, quante volte ti devo dire che gli Spriggan non ti uccideranno solo perché ti sei avvicinato a una macchia verde che loro proteggono?»
«Non ho paura, solo non mi fido di quelle creature. Potrebbero attaccarmi senza che me ne accorga e se mi ferissero come farei a uscire dalla foresta eh?»
«Di la verità hai paura.» L'Argoniano mi guarda male, lampi di rabbia brillarono nei suoi piccoli occhietti tondi posti sui lati della faccia allungata. Le narici, due lunghe fessure che si allungano sulla parte anteriore del muso squamoso si aprono e sbuffano fuori dell'aria. «Su su, non arrabbiarti Shag. Piuttosto dimmi che vuoi» posso già immaginare quello che sta per chiedermi, ormai è una settimana che continua a domandarmi la stessa cosa ma, io continuo a rifiutare.
«Voglio che tu venga con me nella cripta di Grol sha.»
«Ti ho già detto di no. Non mi importa se si trova solo a quattro giorni di cammino da questa città, non mi interessa se la prima parte della cripta è stata già esplorata e liberata dai pericoli. Il percorso s'interrompe contro un muro infrangibile protetto dalla magia, sembra pure che anche il corridoio che si snoda dietro quella porta sia protetto dalla stessa magia e quindi è impossibile avanzare anche sfondando le pareti per aggirare l'ostacolo. Ti ho già detto NO non so quante volte ora ti prego di smetterla perché mi hai stufato!»
Senza rendermene conto mi sono messa a gridare, mi sono alzata dal sasso e mi avvicino alla lucertola spaventata dal mio tono di voce. Il mio amico impallidisce ancora di più vedendomi sventolare il dito sotto al suo naso. Probabilmente ha paura che lo picchi.
«Calmati Jiasyfy, non innervosirti tanto... è solo che ho trovato delle informazioni sicure. Grazie a questo ora posso entrare nella catacomba e ho bisogno di un compagno per farlo.»
«Sono calma maledetta lucertola senza cervello. Ora dimmi quali sarebbero queste informazioni e dove le hai recuperate, se sono valide ti accompagnerò.» Ho l'impressione che Shag si sia fatto rubare molti soldi.
«Nel mercato nero delle fogne di Tusk, un tizio incappucciato mi ha detto che serve del sangue di argoniano per poter infrangere la barriera magica.»
«E tu gli hai creduto?!» devo calmarmi altrimenti lo prendo a schiaffi...
«Calmati e fammi spiegare. Anch'io ero scettico, è naturale che qualunque argoniano che abbia esplorato la caverna abbia provato a far cadere una goccia di sangue sul muro per infrangere la magia. Dopotutto lo si fa spesso nei dungeon. Però questo tizio mi ha garantito che questo metodo funzionerà: Grol Sha era un argoniano lucertola delle foreste, quindi solo il sangue di un'altra lucertola delle foreste è in grado di far breccia. Se ci provasse una tartaruga o una salamandra fallirebbe e...»
«Quanto?» mi sto davvero infervorando.
«Solo trenta Nyss. È stato un affare, devi crederm...»
Lo colpisco sul muso con uno schiaffo, le piccole punte di "barba" -non saprei come altro definire le protuberanze che crescono sul suo mento squamoso- mi feriscono il palmo della mano che lascia una piccola scia scarlatta sulla sua pelle. «Come puoi aver dato trenta Nyss a uno sconosciuto per questa frottola!»
«Come fai a dire che è una balla scusa?» si appoggiala mano nel punto in cui l'ho colpito e sposta lo sguardo sulla mia mano ferita, è preoccupato ma allo stesso tempo è convinto che me lo sono cercato quel taglio.
«Sono qui da quattro settimane e anch'io so che la vera identità di Grol Sha rimane un mistero, le leggende dicono che fosse una lucertola delle foreste, altre che fosse un rettile del deserto. Ho sentito persino dire che fosse un ogre! Ora dimmi una cosa, quando sei andato a Tusk e parlato con quel tipo hai utilizzato la tua magia di mimetismo?»
«Certo che sì, ho anche chiesto una pozione di camuffamento a un amico, ti ricordo che sono un ladro, non voglio che qualcuno mi riconosca. Avevo cambiato la forma del mio muso e il colore della pelle. Ero uguale in tutto e per tutto a una lucertola delle foreste... ah.»
Impallidisce ancora di più, si è reso conto dell'errore commesso. Shagraz'ar non è cattivo ma molto ingenuo, il furfante si è trovato davanti una lucertola delle foreste che cercava informazioni sulla tomba rinvenuta poco più di due mesi prima ed è stato felice di alleggerirlo del denaro che si portava in tasca.
«Shag... ti sei fatto fregare.» Il mio tono è calmo e triste, mi spiace che lo trattino male, dopotutto lui è il mio salvatore, se non fosse stato per lui sarei morta per ipotermia.
«Hai ragione Jiasyfy, sono stato un idiota. Vieni, andiamo a casa tua che ti medico la ferita.» S'incupisce di colpo mentre mi prende la mano sana e mi trascina verso le baracche che costituiscono la nostra città. Non si rende conto di avermi preso troppo bruscamente e di avermi quasi trascinata via, quel gesto gli sarebbe costato la vita se non avessi calmato gli Spriggan con un gesto della mano. Noi elfi e quelle creature siamo collegati, nel momento in cui mi sono messa a urlare loro sono quasi usciti dal bosco per venire in mio soccorso, sarebbero stati pronti ad attaccare chiunque per salvare uno dei loro "padroni". Ci avviamo nelle strade fangose della nostra piccola cittadina che si sviluppava fuori dalle mura di Rujk, la mia casa è una baracca situata lungo l'ala destra della città, è formata da un'unica stanza quadrata di piccole dimensioni, a terra in un angolo, sopra a un mucchio di paglia, c'è un sacco a pelo fatto con pelle di capra e nell'angolo opposto il secchio che usavo come latrina. Scostiamo la tenda che uso come porta e faccio sedere Shag sul mio giaciglio, dall'unico tavolo su cui accatasto tutta la mia poca roba recupero delle bende relativamente pulite e un flaconcino di erbe medicinali, le porgo all'altro e tendo la mano. Meticolosamente ripulisce il taglio leccandolo con la lingua biforcuta e viscida, me lo asciuga con un lembo del suo vestito e gli appoggia sopra una piccola foglia presa dal flaconcino che gli ho dato. Brucia per un attimo e lui copre il tutto con la benda per poi annodarmela al polso.
«È solo un graffio ma viviamo nello sporco, avrebbe potuto infettarsi» mi spiega mentre si alza per rimettere il flacone con le erbe medicinali al suo posto sul tavolo. «Mi spiace averti fatta arrabbiare prima, sono stato uno stupido. Ho speso molto oro per nulla. Avremmo potuto usarlo per prenderci dell'equipaggiamento decente per poi poter iniziare una carriera da avventurieri.»
«Non ti devi preoccupare Shag. Sei un ladro abile e io un'ottima allieva, presto riusciremo a racimolare qualche soldo per una corazza e un arco.»
Da quando, un mese prima, mi ha trovata sulle coste non lontano da Rujk non ha fatto altro che parlare continuamente del suo sogno di diventare un avventuriero degno di quel nome, di trovare la leggendaria spada di Grol Sha e di poter andare a vivere in città. La sua vita non era stata facile, abbandonato in un vicolo e cresciuto da una banda di ladri, aveva imparato a vivere sulla via dell'illegalità ma, quando andava nelle locande per identificare nuovi bersagli, sentiva le storie degli avventurieri e si era innamorato di quello stile di vita. Nonostante fosse fuggito da quel gruppo di ladri non era riuscito ad avere una vita come quella che sognava, infatti si era trovato a dover rubare per vivere.
Lo invito a venire con me alla locanda e per ingannare il tempo mi racconta per l'ennesima volta la storia del suo eroe: l'uomo rettile dalla capacità rigenerativa suprema. Prima che ce ne rendessimo conto il sole aveva iniziato a tramontare, usciamo di casa e ci incamminiamo verso la locanda. È un edificio squadrato fatto di pietre, uno dei pochi che hanno una porta degna di quel nome, l'interno è caldo e accogliente pieno di tavoli tondi già pieni di avventori. Nixif mi riconosce e si sbraccia per farsi vedere. Shag mi segue timido e intimorito dalla presenza della ragazza: non ho mai avuto modo di presentarli quindi, per lui, Nixif è solamente una delle guardie che gli impedisce l'accesso in città. Lei è allegra e il colorito sulle guance fa presupporre che h già bevuto delle birre. Il fuoco al centro del locale riscalda l'ambiente e i camerieri umani girano per i tavoli portando vassoi di legno carichi di ciotole e bicchieri. I clienti sono di ogni razza e di diverse specie, noto un uomo-leopardo coperto da una corazza di cuoio, ha un arco elfico a tracolla e un pugnale d'acciaio attaccato al fianco. Altri avventurieri cantano canzoni in lingue a me sconosciute e un orco a torso nudo sta conversando con quello che sembra un chierico, non posso vedere la sua faccia perché è coperta dal cappuccio. Faccio le presentazioni e obbligo i miei due unici amici a parlare. Ordino tre birre e noto che Nixif è davvero carina con le guance rosse, i capelli sono castani e lunghi ma sporchi, la tunica grezza e la corazza sono state sostituite da una tunica morbida e colorata. Dopo il primo giro del liquore forte e ambrato il nostro discorso finisce inevitabilmente sull'ingresso alla città.
«Dai Nixif, quando ci permetterai di entrare?»
«Ragazzi, lo sapete che non sta a me decidere» il suo tono inizia a essere stridulo per via dell'alcool, «è una decisione che spetta al capo delle guardie e quel maledetto schiavista di Roukar permette l'ingresso solo dietro al pagamento di una tassa d'ingresso. La storia che i mercanti hanno paura dei ladri è fasulla. È lui che si arricchisce grazie ai viaggiatori e il signore della città lo permette perché sono amici. Credo che non vi permetterà di entrare neanche se gli porterete il sacchetto di monete che vi richiede: odia qualunque razza non sia umana e non farà mai entrare un ladro lucertola e un'elfa dei boschi che possiede un pugnale d'ossidiana. Si, so che siete due ladri, neanche troppo bravi.»
Penso che Shag si sarebbe offeso dopo essere stato sminuito così se la sua attenzione fosse stata rapita dal terzo boccale di birra che la cameriera ci ha portato, distoglie lo sguardo dal bicchiere solo per dare un'ulteriore occhiata alla ragazza, la giovane dai capelli del colore del grano lo ha conquistato anche se non stessa della stessa razza. In suo favore devo dire che è davvero bella anche se io sono più interessata al suo vestito vaporoso, la tinta azzurra è perfetta per la sua figura, mi ricorda molto l'unico vestito che avevo nella mia terra, lo usavo solo nelle feste del paese, per il resto preferivo la mia armatura leggera di cuoio bollito. Mentre sono rapita dai ricordi gli altri due si erano messi a fare apprezzamenti sulla giovane, osservo il mio boccale vuoto e annuncio che sarei andata a prenderne un altro, nessuno dei due mi presta molta attenzione. Andando verso il bancone urto diversi avventurieri e tutti mi guardano sorridendo, sono utti brilli e non hanno intenzione di attaccare briga. L'unico errore che commetto è quello di urtare il chierico che avevo notato prima: la spalla gli si infila nel mezzo della schiena e lo sposto di mezzo metro buono, la birra che ha in mano gli si rovescia sul petto della tunica inzuppandola.
«Maledetta» grugnisce con voce profonda per poi voltarsi e afferrarmi per la spalla, finalmente posso vedere il viso nascosto dal cappuccio e mi si stringe lo stomaco: ho fatto infuriare un orco nero, un ogre. Lunghe zanne crescono dalla mascella inferiore sporgente e sovrastano il labbro superiore, il naso è schiacciato e sopra di esso si uniscono le due folte sopracciglia nere, stranamente non puzza come gli altri orchi ma nei suoi occhi c'è una luce ferale che mi inquieta, il risultato è reso più agghiacciante da una cicatrice bianca che taglia orizzontalmente la pelle grigia della faccia partendo dallo zigomo e terminando sulla tempia. «Piccola elfa maledetta mi hai rovesciato la birra.»
«Ti chiedo di perdonarmi, era la tua prima birra della serata, non volevo rovesciartela.» Maledizione a me e alla mia linguaccia, devo proprio rispondere così a un ogre infuriato?
«Me la pagherai, che ne dici di una bella sfida?» solo dopo questa domanda del tutto priva di senso mi rendo conto che è completamente ubriaco.
«Che genere di sfida?» domando incerta, se è ubriaco potrei batterlo anche in una rissa.
«Oste! Altre due birre! Una per me e una per la signorina qui presente!» sbraita in mezzo al locale affollato per attirare l'attenzione. La folla si zittisce per un istante e parte un coro di voci che si mischiano rendendomi impossibile capire quello che stavano dicendo.
«...ancora una sfida?»
«...contro un'elfa? Non ha speranze...»
«...l'esito è scontato...»
Senza proferire parola, la donna che sta dietro al bancone ci mette davanti un boccale a testa.
«Se non ti spiace signorina inizierei io» mi provoca con voce bassa e vuota il bicchiere con un colpo.
«Sei stato bravo, tocca a me» seguo il suo esempio e gli rutto in faccia senza volerlo. Lui sembra non badarci. Alza la mano e fa cenno all'oste di portare altri due bicchieri. La donna ce li mette davanti e decreta che il perdente avrebbe pagato. Entrambi svuotiamo il boccale in un solo colpo. Il mondo inizia a girare e i colori si mischiano nel mio campo visivo, a malapena mi rendo conto che Nixif è arrivata accanto a me.
«È la prima volta che lo vedo bere così tanto.»
«Cosa intendi dire Nixif?» domando sbiascicando senza neanche essere sicura di ciò che ho detto. Lei si limita a sollevare il dito per indicare l'ogre che ha iniziato a bere il terzo bicchiere, la sua figura imponente inizia a barcollare finché non perde la presa sul boccale che si schianta a terra rovesciando tutto intorno il liquido ambrato, l'orco lo segue cadendo in avanti e sbattendo la faccia contro il piano del bancone.
«Le sue zanne...» il mio ultimo pensiero cosciente è carico di preoccupazione, ho paura che si sia rotto i denti cadendo. Non ricordo molto di quello che è successo dopo, so di aver vuotato il boccale poi il nulla. Mi sveglio al mattino nel mio sacco a pelo, la testa non mi aveva mai fatto così male in tutta la mia vita. Seduto in un angolo della stanza c'era Shag che se ne sta rannicchiato al freddo. Mi alzo e lo scuoto leggermente. «Shagraz'ar ehi rispondimi» fa un mugolio d'assenso e apre gli occhi assonnati.
«Spero che sia importante... ho sonno.»
«È importante, mi devi spiegare che è successo ieri sera.»
Si sveglia di colpo: «Devi sapere che hai vinto una gara di bevute con un ogre, è stata una serata epica. Hai pure cantato a squarciagola per metà nottata e schiaffeggiato una guardia, scene mai viste che non si ripeteranno mai più.» Il suo sorriso si allarga sempre di più mentre io mi tengo la testa fra le mani.

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