Gli stivali di legnargento provocano un lieve scalpiccio sulla strada sterrata bagnata dalla pesante pioggia. Le gocce cadono sonore e scroscianti su tutto il paesaggio: le rocce, la staccionata, i tronchi arsi divenuti grigi gusci vuoti, l'armatura in piastre del guerriero; un tempo argentea, ma ora di uno stinto color grigio scuro. Attraverso l'elmo il guerriero inspira con fatica, inalando l'odore di ozono, terra bagnata e fuliggine rappresa; zoppica quando si poggia sulla gamba destra, dove una crepa del gambale mostra l'impatto con la freccia che lo ha debilitato in maniera tanto pietosa. I suoi occhi vagano per lo sterro grigio e brullo, posandosi talvolta sulle rovine che un tempo erano state fattorie e case di campagna. Da lontano un muro si staglia sullo sfondo caliginoso del cielo coperto di nubi: la sua città natale. Per un istante il guerriero si ferma, poggiandosi alla spada inguainata che ormai usa come bastone da svariate inre. Il guerriero fa un respiro e si avvicina, ma le sue speranze svaniscono totalmente, gli imponenti bastioni di mura sono frammentati e semi distrutti, e dalla porta principale si intravedono le case devastate da incendi e macchine d'assedio. I mostri sono giunti li prima di lui. Non gli era bastata la guerra, non gli erano bastati i massacri dei monti Falashir, e neanche le purghe di Seilos, Thanifer e Danael. I mostri avevano iniziato ad attaccare ogni singola città o villaggio in cui si imbattevano. Bruciando, distruggendo, uccidendo e violentando. Metodici e terribili come l'inverno. Il guerriero si addentra nelle rovine della sua città, un tempo Firiel, piccolo polo agricolo e commerciale, ora un ammasso di rovine ingrigite dalle fiamme e bagnate dalla pesante pioggia galeniana. Il guerriero cammina per le strade deserte, ogni tanto osservando l'interno delle abitazioni. Presto giunge alla piazza cittadina, dove si affaccia il tempio di Hakel, ormai distrutto e deturpato. Lo spettacolo che si trova di fronte gli fa ribollire il sangue nelle vene: un mucchio di cadaveri ammucchiati l'uno sull'altro e bruciati fino alle ossa, totalmente irriconoscibili, il guerriero aveva già visto macabri spettacoli del genere nelle altre città attaccate; ma qui fa più male, qui ha vissuto con i suoi cari, si è sposato, ha figliato, si è addestrato... tutti coloro con cui aveva condiviso il suo tempo sulla terra erano di fronte ai suoi occhi, ammucchiati come una catasta di legna arsa. Il guerriero procede zoppicando, non sa perché; forse, seppur pia, nutre la speranza di poter identificare qualche cadavere. Mentre si avvicina calpesta qualcosa: una bambola di pezza a foggia di coniglio, sporca di fango e cenere, madida di pioggia. Il guerriero la tiene tra le mani con cautela, come una creatura vivente che può uccidere da un secondo all'altro. Sposta lo sguardo sull'orrido cumulo: alcuni cadaveri sono molto piccoli e minuti, in particolare uno pare sporgersi verso il cielo, le piccole mani ormai ridotte a decrepiti artigli, il corpo ad un guscio carbonizzato.
"Mirael"
Il guerriero non sa perché, ma è sicuro che quel corpicino un tempo apparteneva a sua figlia. Mirael dal sorriso sereno, sempre gioviale, che aveva i capelli del padre e gli occhi della madre; la sua bambina, che aveva visto crescere e muovere i suoi primi passi nel mondo...
"papà, perché sei triste?"
"sto per partire, piccola campanula, viaggerò verso sud"
"più giù di Grama?"
"si"
"più giù di Triskèr?"
"hmm hmm, ma non temere, papà tornerà"
"ti voglio bene papà"
E poi si era addormentata. Le mani del guerriero tremano al ricordo delle sue ultime parole con la figlia, dell'ultima volta che aveva visto il volto beato cedere al sonno tra le calde coperte di lana. Cade in ginocchio di fronte ai suoi confratelli massacrati e piange. Per la prima volta in anni, piange furibondo, le lacrime bagnano l'interno dell'elmo come la pioggia fitta e grigia di cenere.
Il guerriero si allontana dalla piazza con passo zoppicante, dopo aver poggiato la bambola accanto al cumulo di cadaveri. Le case paiono vuoti e grotteschi crani, che lo giudicano dai lati della strada. Lo giudicano per essere l'unico vivo; della sua armata, del suo esercito, della sua città, del suo popolo. Il guerriero oltrepassa l'entrata della città e si rimette in marcia, tuttavia qualcosa lo ferma una volta fatte appena venticinque unre: i mostri. Lo hanno seguito, lo hanno trovato; sono fermi, una ventina in totale, lo aspettano, chiusi nelle loro armature, impugnando le loro barbare armi. Il guerriero chiude un istante gli occhi, ripensando a ciò che aveva passato, alla sua intera vita, alla guerra, all'odio, alla sofferenza; alla pace, alla gioia e all'amore. Si toglie l'elmo per vederci meglio, liberando i lunghi capelli bianchi e iridescenti, come una perla marina. Le sue orecchie a punta sporgono dalla lucente chioma come picchi montani dalle nubi. Il guerriero sguaina il pesante spadone in ferrargento elfico.
"fatevi avanti mostri... fatevi avanti... umani"
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tema piuttosto corto, ma comunque soddisfacente. ho voluto evitare un approccio troppo banale al genere e allo stesso tempo fare riferimento a quest'ultimo. ho vinto questo round, quindi direi che è andata bene
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STRAPPASTORIE
Short Storyuna raccolta di racconti brevi scritti in occasione de " gli strappastorie" una serie di live su twitch nel quale io ed alcuni amici discutiamo di letteratura e libri, ponendoci l'obbiettivo di scrivere un nuovo testo ogni settimana
