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Sono di fronte allo specchio, quello grande, lungo... lungo e stretto... no, rettangolare, che se ne sta attaccato al muro con un chiodo. Con fare giocoso, Naria mi sfila la maglietta e la getta sulla coperta rosa del letto, quella coi fiorellini che sembrano farmi... ciao, ciao, Gap. Zac, via.

Il suo tocco ossuto si fa strada lungo il mio corpo. Rabbrividisco.

Mi accarezza la pancia da dietro. Bleah. E poi, con un movimento rapido e quasi violento, mi abbassa i pantaloni, fino a farli cadere.

Mi spinge, mi sbatacchia. Sono appiccicato al mio riflesso. Com'è freddo! Resto immobile per qualche secondo. Mi pare di baciare me stesso. Ma che schifo! Mi scosto un pochino.

Conosco la faccia lì, la mia faccia. Troppo bene. Troppo. Ho i capelli neri arruffati e la barbetta che punge sulle guance olivastre. Occhi piccoli, a mandorla, scuri. Sembro... stanco morto, morto male. Non ho una bella cera, non ce l'ho mai.

Vedo Naria nel riflesso. Sta scartando il pacco che ha posato sul letto. Io sono qui che aspetto. E respiro – fiato caldo, che appanna lo specchio. Se Zoe fosse stata qui, avrebbe scritto qualcosa con le dita nel mio respiro.

Alzo la mano. Tic tac... Batto le unghie come fa lei, prima di scrivere un "ti amo" sulla condensa. Niente frasi dolci, solo rumore.

Dietro di me c'è la bambola, invece. Non la mia Zoe. Occhi grigi, in un infinito e pensieroso scrutare. Parole che non possono essere vibrate da corde vocali di gomma. E lei sta ancora sorridendo, inerme.

«Ha un nome?» faccio finta di chiedere, come se m'importasse.

«A casa di Veleria si chiamava Anna.» Naria e lascia un po' in pace l'incarto.

«Mi piace. È un bel nome», mento. È un nome troppo vero per quell'affare. Ripeto: «An-na». Scompongo le lettere. Mi suonano facili, facili da scrivere. «E che cosa faceva prima di finire qui?»

«Anna era in grado di parlare e di pettinarsi da sola, prima», racconta Naria. «Il complicato meccanismo che la manteneva animata faceva sì che la sua pelle candida restasse sempre calda, proprio come quella di un vero essere umano, ma camminare non è mai stato il suo forte e, purtroppo, un giorno è caduta, proprio come ha fatto oggi, e si è rotta.»

«Povera Anna!» esclamo. Così, tanto per. Non me ne frega niente.

«Non preoccuparti, Gap. Vedrai che quello smanettone di Toma riuscirà ad aggiustarla. Sono sicura che se Anna potesse parlare, si scuserebbe per il brutto malinteso di prima.»

«Non è stata colpa sua. Mi ha colto alla sprovvista. È il posto di Zoe, quello. E se tornasse, umh? Che faresti? Tu sai quanto le piace mettersi lì, a guardare fuori dalla finestra», brontolo. «Hai visto Zoe oggi? Io no. Dov'è finita? Lo sai?»

«Ti è piaciuta la bottiglia di Tucmù in frigo?»

Oh, ma allora se n'era accorta. «Forse», dico. «Ma Zoe?»

Mia sorella mi ignora. Che stronza.

«Avrei dovuto presentarti Anna in un altro modo», confessa. «È stato il suo vestito celeste a colpirmi all'inizio. Poi ho pensato che sarebbe stato divertente giocare con lei... e te. Ti ricordi quando passavamo interi pomeriggi a leggere le storie ad alta voce con la signora Tac? Anna non ti sembra un po' come Biancaneve dopo aver morso la mela? E se stesse aspettando di essere risvegliata da qualcuno?»

Io annuisco incantato. Che fatti straordinari. Saranno capitati da qualche parte?

«Un po' sì», ammetto.

«Volevi sempre un pezzo del fungo di Alice per diventare più grande», cinguetta Naria.

«Più o meno qualcosa del genere», dico.

L'uovo nero di ZoeLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora