2.4

26 3 12
                                        

«Stronzo, infame, pezzo di merda! Perché mi hai buttata giù? Te la farò pagare!»

Anna è su tutte le furie e si dimena sul pavimento. E sembra che si sia appena risvegliata da un lungo incubo. Si aspettava di ritrovarsi qualcuno davanti, ma adesso si è resa conto quel qualcuno non c'è. Guarda lo spazio attorno a sé e... vede mio fratello, vede me. Sbatte le palpebre meccaniche e non ci dice nulla. Che cosa farà?

Rifletto: «Non è caduta, ma è stata buttata giù».

Si accarezza una ciocca bionda. Qualcosa dentro il mio stomaco si scuote. Di che cosa sono fatti quei capelli? Plastica? Filo di ragno colorato? E se li avessero tagliati a una donna vera e li avessero messi su di lei? L'idea di tagliare i capelli a una ragazza per "far bello" un robot mi sembra inaccettabile: è un esproprio.

Tutt'a un tratto mi rivolge la parola: «Sei diverso, oggi».

L'espressione si è rasserenata di colpo, come se una piccola Anna che sta dentro all'Anna grande avesse premuto con tutte le forze un freno di sicurezza per sventare una sfuriata imminente. Lo sguardo si è fatto vivace, quasi brillante. Si è illuminato di qualcosa che assomiglia a vitalità, ma non lo è. Una memoria artificiale, forse.

Penso: «Non sono io», e resto in silenzio. La sensazione che ho nello stomaco non cessa. Non ce la faccio a sostenere il suo sguardo e, a stento, sopporto la sua presenza. Vorrei scappare. Nella mia testa balza l'immagine del fuoco, quello di stanotte. Vorrei vederla bruciare, che le indemoniate venissero a prenderla per vendicarsi di non essere altrettanto... belle.

Processa qualcosa per qualche attimo. «Ho battuto la testa», si lamenta, «e i miei salvataggi si sono corrotti e non possono essere utilizzati. Procederò al ripristino dei dati di fabbrica».

Il guizzo nei suoi occhi si spegne. Il corpo si rilassa, poi si irrigidisce. Anna si alza dal pavimento, con un lieve dondolio. Solleva le sopracciglia, a metà tra lo stupore e lo sconforto. «Chi siete?»

Mi tiro indietro, ma Toma risponde anche per me: «Lui è Gap. È di poche parole con gli sconosciuti. Io, invece, sono Toma».

«Oh,» geme Anna, «capisco». Si avvicina una mano al petto. «Posso vestirmi adesso?»

«Fai pure, non m'importa», intervengo.

«Scusa», mi risponde lei, ma so che non è davvero dispiaciuta: sta solo cercando di imitare una persona. Scommetto che non sa neanche perché si sta scusando; la sua reazione deve essere stata automatica. Emette un debole singhiozzo metallico, un suono come quello di una monetina caduta sul fondo di un salvadanaio di latta. «Non riesco a ricordare niente», ripete, «e mi sento come se mi fossi appena risvegliata da un sogno molto sfumato. Tutti i dati che avevo memorizzato sono andati persi col ripristino. Io sono A1-1A». Si ferma un attimo e, poi, quasi in un sussurro, aggiunge: «Ma voi mi avete riportata alla realtà, non è vero?»

Toma non sembra turbato. Si avvicina a lei con un passo tranquillo. «Sì, A1-1A. Siamo stati noi ad accenderti. Da ora in poi ti chiameremo Anna.»

«Mi piace An-na», ripete l'automa, come se volesse sentirlo uscire dalla sua stessa bocca per verificarne la consistenza, il suono. Le "n" le vibrano sulle labbra con una nota impercettibilmente stonata. Poi tace. Ho fatto una cosa simile anch'io stamattina. Che coincidenza...

Mio fratello mi dà una pacca sulla schiena. «Vi aspetto giù tutti e due,» dice, «perché voglio vedere se ho fatto un buon lavoro». Cammina verso la porta della camera ed esce.

Anna prende il suo vestito azzurro da sopra il materasso di Naria. Non posso fare a meno di notare che buttare le cose sul letto è un vizio di famiglia. Anna si cala nella gonna. Il corpetto scivola sul suo seno di pezza. Si liscia i capelli, si ingegna con la coda dell'occhio per vedere se la sto guardando oppure no. E passa le braccia negli spallini. Sì, la sto guardando. Non perché voglia, non perché mi piaccia: la guardo perché non riesco a smettere.

L'uovo nero di ZoeLa tua prossima ossessione. Scoprilo ora