3. What did he do?

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Presi a giocare con un crostino, immergendolo nel brodo e spostandolo di qua e di là con il cucchiaio. «Lo mangerai prima o poi?» mi chiese Ashton con un piccolo sorriso. «Nah, preferisco continuare a torturarlo» risposi guardandolo, sforzandomi di sorridere. «So che sei triste...» la sua frase venne spezzata da un tonfo. Le porte della mensa si aprirono bruscamente e un ragazzo vi entrò dentro, scortato da due guardie armate che lo tenevano per i polsi già ammanettati. Tutti, compresa me, ci girammo nella sua direzione, spinti dalla curiosità. Quello che mi stupì fu che, ad ogni suo passo, le persone presenti abbassavano il capo e continuavano a mangiare. I loro occhi erano spenti dalla paura. Io lo seguii con lo sguardo per tutto il tragitto e continuai a fissarlo anche quando lo fecero sedere ad un tavolo, in fondo alla stanza. I due uomini gli tolsero le manette e si posizionarono ai suoi lati, mentre lui si massaggiava i polsi rossi. Poi si guardò attorno, come attratto da qualcosa. I nostri occhi si scontrarono, come avrebbero potuto fare una mano e una guancia, e la vidi: l'enorme ferita che lo aveva squarciato dall'interno. La stessa ferita che stava squarciando anche me. Rimanemmo a fissarci per secondi. Il contatto visivo, però, si spezzò quando Ashton mi sussurrò «Non guardarlo» con tono autoritario. «Perché?» domandai. «Non ne parlano bene». «Che intendi?». «Non vedi le manette?». «Dimmi quello che sai, Irwin» ordinai. «So che è stato in carcere per un po' ma non so cos'ha fatto» disse, sempre con voce bassa. «Perché stiamo bisbigliando?» chiesi. «Non lo so». «Allora perché continui?». «Stai continuando anche tu». Mi schiarii la voce e tornai a parlare con un tono normale.
Mentre Ashton, Michael e Octavia chiacchieravano, io non potevo fare a meno di girarmi a guardarlo. Era ancora lì, con le mani sulle ginocchia e lo sguardo perso nel vuoto. Sembrava come avvolto in una bolla che lo estraniava dal mondo: vedeva e sentiva ma non faceva nient'altro. Aveva un vassoio davanti ma non mangiava. Ogni tanto giocava con il cibo, dando l'illusione di volerlo mangiare e poi riposava il cucchiaio e ritornava nella stessa posizione iniziale. Capii che lo stavo guardando da abbastanza e tornai ad ascoltare il discorso dei ragazzi, ma il pensiero rimase a lui.

Raccolsi i capelli in una coda di cavallo e mi arrotolai le maniche della divisa per poi riprendere a piegare la biancheria. Era mezz'ora che ero chiusa dentro la lavanderia e già ero stanca di quei movimenti monotoni. Sbuffai al pensiero di doverci passare un'altra ora, completamente da sola. Ad un tratto la porta si aprì, rivelando dei capelli biondo grano e un paio di occhi azzurri. «Il mondo è piccolo, eh Clarke?» disse Luke sarcastico, guadagnandosi un'occhiataccia. «Battuta sbagliata?» domandò con ancora un velo di ironia. «Ciao Luke» salutai annoiata, tornando a piegare le lenzuola. «Non c'è bisogno che salti di felicità, so che sei contenta di vedermi» mi fece l'occhiolino e io sorrisi di rimando. «Come mai qui, Hemmings?» domandai, guardando il ragazzo in piedi di fronte a me. «Oh beh, mamma e papà pensavano che fossi depresso e che stessi alzando il gomito un po' troppo spesso e hanno pensato bene di portarmi qui. "È per il tuo bene" dicevano, ma forse volevano solo liberarsi di me. E tu Mabel? Perché sei qui?» rispose, fintamente serio. «Luke, vuoi fare il serio?» lo sgridai, lasciandomi sfuggire una risata. «La vita è bella, perché prenderla seriamente? Oggi c'è il sole, lo sai Mabel? È giusto scherzare ed essere felici!» cinguettò. In risposta risi talmente forte che iniziò a farmi male la pancia. «Ok, non era così divertente» disse guardandomi offeso. Balbettai uno "Scusa", senza però riuscire a smettere di ridere. «Ok ok, giuro che ho finito» parlai quando il suo sguardo si fece torvo. «Vuoi darmi una mano o sei venuto a fare la bella statuita?!» aggiunsi poi. «Sono qui per darti un supporto morale, non per aiutarti a piegare la biancheria» sorrise. «Non stai facendo neanche quello» gli risposi. «Datemi una M, datemi una A, datemi una B, datemi una E, datemi una L! Forza MABEL!» canticchiò facendo le classiche mosse da cheerleader, solo più goffamente e facendo quasi cadere dei panni puliti appena piegati dalla sottoscritta. Alzai il sopracciglio e incrociai le braccia al petto, iniziando a battere il piede in modo nervoso. «Hai finito la tua scenetta? Vuoi aiutarmi?» domandai, facendolo sembrare più come un ordine. «Ti aiuto ti aiuto» rispose alzando le mani in alto in segno di resa. «Bravo bambino» dissi, contenta di aver vinto e picchiettando la mano sulla sua testa.
Anche lui cominciò a piegare la biancheria, quando una domanda prese a ronzarmi per la testa. «Luke?» lo chiamai. «Mh?» mugugnò, facendomi capire che avevo la sua attenzione. «C'eri oggi in mensa?» chiesi. «Certo, dove potevo essere altrimenti?» rispose, sarcastico come sempre. Ignorai quel tono e gli porsi la domanda. «Sai chi era quel ragazzo?». «So che è stato in carcere e che poi, durante il processo, è stato dichiarato incapace di intendere e di volere perché sotto effetto di droghe e ora è qui» rispose, ripetendo le parole di oggi di Ashton e dando poca importanza all'argomento. «E che ha fatto?» domandai, speranzosa. «Dio, ti sembro una donna dalla parrucchiera che pettegola di qualsiasi essere presente in questo universo?» sbottò gesticolando animatamente. Lo guardai con un'espressione alla "Lo sai o no?" e lui sospirò. «Ho sentito che ha quasi ucciso uno» disse chinando il capo. La mia bocca si aprì formando una "O" e le mie mani smisero di muoversi. «Agghiacciante eh?» mi guardò, finalmente serio. Ripresi a piegare una federa e alzai le spalle. «Ho sentito di peggio» dissi poi, incoerente alla mia reazione. «La tua espressione diceva ben altro» mi rispose, riprendendo anche lui a fare il suo lavoro. «Io l'ho guardato Luke, e non sembrava uno capace di quasi ammazzare una persona. I suoi occhi..i suoi occhi erano colmi di paura e le sue mani tremavano. Non può averlo fatto». «L'apparenza inganna, tesorino» mi fece l'occhiolino, mettendo fine a quel discorso.

Il cielo sopra di me era scuro, coperto dalle nuvole che mi toglievano ogni speranza di poter vedere le stelle. Mi portai le mani dietro la testa per farmi da cuscino e chiusi gli occhi, canticchiando in mente una vecchia canzone che ero solita ascoltare in macchina con mio padre. Qualcuno si distese silenziosamente accanto a me, facendomi così riaprire gli occhi per poter guardare chi era. Gli occhi castano-verdi del ragazzo erano appena visibili, illuminati dalla flebile luce lunare. Tra le labbra teneva una sigaretta, mentre con la mano destra me ne porgeva un'altra. Senza dire niente l'afferrai e la portai alla bocca, per poi farmela accendere dal ragazzo. Tornai a guardare il cielo e feci un tiro, godendomi un leggero venticello che ogni tanto mi scompigliava i capelli. La primavera stava arrivando e questo mi rendeva quasi felice. «Dove le hai prese?» domandai al ragazzo. «Quell'idiota del sorvegliante ha lasciato il pacchetto nella giacca, non se ne accorgerà neanche» rispose Ashton con nonchalance. «Ma dell'accendino si» dissi io, senza mai girarmi a guardarlo. «Penserà di averlo perso» fece spallucce. «Tranquilla, è un coglione» disse poi, ridendo leggermente. Finii la sigaretta e la lanciai nel vuoto, per poi girarmi verso Ashton. Aveva il viso rivolto verso il cielo e gli occhi chiusi, lasciandomi godere dello spettacolo che era il suo profilo. Inspirò profondamente e mi guardò: una lacrima gli uscì dagli occhi lucidi per poi percorrere il suo viso e cadere a terra. Non dissi niente e lo abbracciai, facendomi avvolgere dall'odore di pulito emanato dalla sua casacca. Appoggiai la testa nell'incavo del suo collo e lui mi strinse più forte a sé, cullandomi dolcemente tra le sue braccia. Rimanemmo così per quelli che mi sembrarono minuti interminabili, poi ci staccammo e tornammo entrambi a guardare il cielo. «Ho paura Mabel» ammise; la sua voce uscì talmente piano che riuscii appena a sentirla. Istintivamente avvolsi la mia mano nella sua e gliela strinsi. «Di cosa?» chiesi stupidamente. «Di quello che mi aspetterà là fuori». Lo guardai, aspettando che continuasse a parlare. «È quasi un anno che sono rinchiuso qua dentro e a mala pena ricordo i volti dei miei fratelli e il calore di un loro abbraccio, o la sensazione che si prova a definire un posto "casa"... Non ricordo cosa significa dover andare a scuola, studiare e prendere bei voti, o cosa significa uscire il sabato sera con gli amici. Non ricordo neanche cosa voglia dire avere degli amici al di fuori di questo posto. Ho paura di trovare un mondo peggiore di quello che ricordo» concluse, mentre le lacrime scendevano copiose sul suo viso. Gli accarezzai il palmo della mano e mi appoggiai sul gomito, in modo da guardarlo bene in faccia. Lasciai la sua mano e gli asciugai il volto, per poi dargli un bacio all'angolo della bocca. «Ho paura di tornare ad essere quell'Ashton Irwin» sussurrò in modo gelido. «Tu non sei più quella persona, Ashton. Tienilo bene a mente. Non fai più parte di quel mondo. Adesso sei una persona nuova, migliore, e continuerai ad esserlo perché questo-» appoggiai l'indice sul suo petto indicandolo «-è il vero Ashton Irwin. Non quello» dissi al suo orecchio con tono deciso. «Hai capito?» domandai. Lui annuii impercettibilmente. «Non dimenticarmi» sussurrai dopo svariati secondi. «Non lo farò» rispose e io volevo crederci, in quella sua promessa.


CEAOOOO
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Un beso, al prossimo capitolo

5 wounds//Calum Hood Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora