L'indirizzo sembrava giusto. Infilai una mano nella borsa e presi il portasigarette, ne estrassi una e la accesi. L'agitazione mi stava divorando l'anima, ma una resa dei conti era necessaria per portare quella tragedia greca all'atto finale. La casa era molto carina e curata all'esterno, quella donna doveva essere una brava casalinga. Una macchina era parcheggiata nel vialetto, quindi probabilmente l'avrei trovata in casa. Spensi la sigaretta sotto la scarpa. Mi accostai alla porta e bussai. Sentii dei passi all'interno, qualcuno si stava avvicinando. L'uscio si aprì e la donna si mostrò davanti ai miei occhi. La immaginavo diversa, forse più bella. Di una cosa ero sicura: io ero più bella di lei. Questo inizialmente mi rassicurò un po', poi mi resi conto di quanto quel pensiero fosse infantile.
"Desidera?" mi chiese.
"Sono Sienna Parker, la moglie di Marcus" risposi.
La donna mi fece entrare senza dire una parola. Per qualche minuto, mentre preparava il tè, rimanemmo entrambe in silenzio. Poco dopo si avvicinò a me riempiendo la tazzina. L'acqua era fumante e il vapore saliva creando una nube fra noi due. Jolene si sedette di fronte a me, non mi chiese come avessi fatto a trovarla, si limitò a dire «Cosa posso fare per lei? ».
"Signora, o signorina, come preferisce. Non ce l'ho con lei. Aveva una relazione con mio marito, lo so bene, ma non importa. In fondo non è stata lei il motivo della nostra crisi. Sa, anche io lo tradivo. Marcus ed io abbiamo provato in tutti i modi a far funzionare il nostro rapporto, ma sembrava che piovesse sempre. Abbiamo provato a rifugiarci, ma era come se piovesse anche all'interno della nostra capanna. Eravamo destinati a finire e così è andata. Forse, la donna giusta per Marcus era proprio lei".
"Mi ascolti, Sienna. Credo di aver amato Marcus, e probabilmente lo amo ancora, ma purtroppo di lui non mi è rimasto niente. Il nostro amore è nato con le catene ai polsi e non ha mai avuto la possibilità di sbocciare. Di lui non mi è rimasta che una nuvola di ricordi, destinata a svanire con il tempo".
Sorrisi. "Sa, nonostante fossimo sposati, non posso dire che a me sia andata diversamente. Forse l'unica cosa di noi due che ancora oggi sopravvive è un quadro che dipinsi anni fa. Olio su tela, niente più. Non credo mi amasse, capisce?"
La donna si aggiustò sulla poltrona. "Ecco, io non credo che le cose stessero in questo modo. Tempo fa, Marcus mi raccontò della sua avventura con un suo studente. Non la lasciò, è vero, ma tutto ciò lo scosse molto. Quel ricordo di voi due lo tormentava anche pochi mesi prima di morire, non credo lo abbia mai superato. Gli fece male, più di quanto lei possa immaginare".
Fu difficile per me trattenere le lacrime e non darlo a vedere. Mi alzai in piedi, guardai fuori dalla finestra per non mostrare il mio viso alla donna.
"Vede" cominciai a spiegare, senza voltarmi. "Non era uno studente qualsiasi. Lo aiutai ad affinare le sue capacità con il pianoforte. Era un giovane talento, un compositore straordinario. Eppure, era un pianista mediocre. Sa, adorava Chopin e quando componeva si ispirava molto a lui. Molti dei suoi spartiti, le assicuro, sembravano ricopiati dal diario di Beethoven ma erano autentici. Lui era un vero portento".
Sentii la donna sorseggiare dalla sua tazza di tè. "Perché non prova a rintracciarlo? Potrebbe rifarsi una vita con lui. Da come ne parla, sembra ancora innamorata".
Sorrisi, ancora. "Non c'è più".
La donna rimase in silenzio per qualche secondo. "Mi dispiace" disse. "Come è successo?"
"Si è suicidato" dissi. "Non so il perché, ma so che è così. Me lo scrisse in una lettera, qualche anno fa, il suo migliore amico. Hugo Pavlovic".
"Hugo Pavlovic... il pianista?" chiese la donna, incerta.
"Esatto. Pavel, il mio giovane allievo, era il suo compagno più fidato. Ai tempi, Pavlovic era un sognatore. Il mio Pavel, tra i due, sembrava il più talentuoso e certamente avrei scommesso ad occhi chiusi su di lui. Avrei sbagliato. Durante quegli anni vivevamo a Praga, io e Marcus, ed io guadagnavo qualche soldo insegnando pianoforte. Vivemmo in quella città per un paio d'anni, poi tornammo a Londra. Uno, forse due anni dopo, avvennero i disastri politici e le invasioni in Boemia, ma per fortuna mio marito ed io eravamo altrove già da tempo. Fu durante quel periodo che ricevetti la lettera dal suo amico".
Mi voltai, serena in viso, e vidi Jolene dispiaciuta da quella triste storia. "Deve essere stata dura per lei" mi disse.
Mi morsi il labbro, a causa del nervosismo. "Non ho pianto, se può interessarle. Comunque sì, è stata molto dura. Non avevo donato solo il mio corpo a quel ragazzo, lui era la mia creatura perfetta, il mio allievo prediletto, il migliore".
La donna mi guardò, poi bevve un sorso dalla tazzina. "Non vorrei essere scortese, ma forse, grazie a questo ricordo, lei può capire quanto dura sia stata per me perdere Marcus".
Sorrisi, rassegnata. "Già, posso indovinarlo. Lei non me lo ha portato via, io lo avevo già perso da mesi, o forse da anni. La vita non è stata buona con noi e non credo lo sarà in futuro, ma magari, con un po' di fortuna, tutto cambierà". Presi la mia borsa e la misi sotto braccio. "Bene, è ora che io vada" dissi.
La donna si alzò e si avvicinò a me. "Se non ha voglia di rimettersi in viaggio può passare la notte qui, non avrei problemi".
Le feci una carezza sul braccio. "Preferirei di no, ma la ringrazio lo stesso. Credo sia meglio ripartire ora. Ho già in mente dove andare, di tornare a Londra, almeno per ora, non se ne parla".
La donna mi guardò felicemente sorpresa. "Bene, e dove vorrebbe andare?"
Sghignazzai nervosa, non avevo voglia di svelarle i miei piani, così pensai a qualcosa di incerto che non potesse capire immediatamente. "Andrò nel luogo in cui essi parlano ancora. Addio, Jolene".
All'aeroporto, tutti avevano una valigia in mano, carica di ricordi e vestiti. Io non avevo niente, soltanto un biglietto di sola andata per Praga. Ripensai a casa mia, mi trovavo lontana chilometri da tutto, da tutti. Mio marito era morto, sepolto chissà dove, con un'altra donna nel cuore. Una voce chiamò i passeggeri del volo verso la Repubblica Ceca e salii a bordo. L'alba, dai finestrini, sembrava un dipinto. Olio su tela, pensai un'ultima volta.
Nacque il nuovo giorno, ed io con lui.
FINE.
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Olio su tela
General FictionNel mezzo di una notte, un dottore della campagna francese viene svegliato per visitare un uomo in fin di vita. Il malato, prima di morire, vuole raccontare al medico gli ultimi mesi della sua esistenza ed affidargli un compito importante: recapitar...
