La guardai piangere, ma non mossi neanche un muscolo. Dopo alcuni istanti sembrò calmarsi, così le porsi un fazzoletto e, dolcemente, mi sedetti sul bracciolo della sua poltrona.
"Sono un dottore" dissi, pulendomi gli occhiali con un lembo della camicia. "Molte volte mi sono trovato in momenti come questo, eppure non ho ancora capito com'è che ci si debba comportare".
"Non si preoccupi dottore, non è colpa sua" disse, tirando su con il naso. "Sa, quello che c'è scritto nelle lettere è pura verità. Ultimamente le cose fra me e mio marito non andavano poi così bene. Tutto questo è solo la punta dell'iceberg, ci sono così tante questioni che lei non conosce e che non può conoscere".
Rimisi gli occhiali, sgranando un poco gli occhi.
"Signora, credo che sia giusto così. Credo debbano rimanere fra voi, o almeno, credo che ormai lei debba custodirle come un tesoro".
"Lo credo anch'io" rispose.
Si asciugò le lacrime dal viso con il dorso della mano, poi mi guardò e chiese: "Lei, il suo nome, il suo accento... da dove viene? Sembra quasi"
"Francese!" la interruppi "Già, sono francese".
La donna sorrise: "Ah, adoro la Francia. La visitavamo spesso da giovani io e mio marito".
"Già, la Francia è molto bella" risposi, quasi per cortesia, per riempire il silenzio.
Guardai l'orologio, era quasi ora di cena e avevo una gran fame. Alzandomi dalla poltrona, una frase sgorgò dalla mia bocca come un automatismo incontrollato: "Gradirebbe una cena in mia compagnia?". La donna mi guardò perplessa, ed io non sembravo meno confuso.
"Mi scusi, non vorrei apparire scortese - mi corressi - ma non conosco nulla di questo posto, non saprei neanche dove andare a mangiare un boccone. E poi credo che non possa farle che bene distrarsi".
La donna continuò a fissarmi, prese una sigaretta, la accese seria e, di colpo, sprofondò in una fragorosa risata. Incerto e imbarazzato, cominciai a sorridere anche io.
"Non sia sciocco - disse ridendo - perché mai dovrebbe essere scortese? Anzi, la trovo molto gentile, sa? Accetto il suo invito, ma preferisco averla come ospite, qui, a casa mia".
Avevo viaggiato molto, le spese non sarebbero state un problema ma ero molto stanco e così, senza titubare troppo, accettai.
Il pasto fu delizioso, la donna preparò del purè di patate con salsicce che mangiai con molto gusto. Seduta di fronte a me, mi osservava compiaciuta e sorridente, felice che avessi apprezzato la sua cucina.
Dopo cena rimanemmo a chiacchierare per un'ora circa, poi quando parlai di chiamare un taxi, la donna mi chiese di passare la notte a casa sua.
"Abbiamo una bella camera per gli ospiti, sa? - mi disse - Perché a quest'ora deve rimettersi in marcia e cercare un albergo? Da queste parti non troverà nulla di meglio della nostra camera per gli ospiti, mi creda. Avrà anche un bagno tutto suo, e se vorrà rimanere per qualche notte non ci saranno problemi".
Mi lasciai convincere dalla bontà della signora e così, dopo averla aiutata a sparecchiare e preparare il letto, chiusi la porta della camera e rimasi solo. Mi guardai intorno, quella camera aveva qualcosa di familiare, mi sembrava di esservi già stato.
Aprii la finestra, e la luce dei lampioni si distese sul pavimento con una macchia obliqua. Mi voltai verso il letto alla mia destra, poi verso la scrivania con la sedia alla mia sinistra e capii: la disposizione dell'arredamento in quella camera era identica a quella in cui era morto il signor Marcus. Non poteva essere una coincidenza, o forse si.
Un quadro mi osservava dalla parete della scrivania. Vi erano raffigurati un uomo e una donna, mano nella mano, camminavano di spalle sul bagnasciuga. Il mare era poco agitato, le onde blu scuro. Il cielo, al tramonto, colorava i contorni dei loro corpi di un giallo delicato ma vivo, e io invidiavo quei due amanti perchè erano felici.
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Olio su tela
Fiction GénéraleNel mezzo di una notte, un dottore della campagna francese viene svegliato per visitare un uomo in fin di vita. Il malato, prima di morire, vuole raccontare al medico gli ultimi mesi della sua esistenza ed affidargli un compito importante: recapitar...
