Capitolo 10

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Una lacrima si va a formare negli occhi di Evan. Si è già girato e lo psicologo non lo può vedere in faccia, ma nota che ha il viso abbassato. Dave non sa cosa voglia dire perdere una figlia, ma Evan piano piano glielo sta facendo quasi capire. Il signor Deper può sembrare a prima vista un uomo burbero, orgoglioso, pieno di sè, egoista e che non darebbe mai a vedere a nessuno di essere debole. Ma la morte della sua unica figlia lo ha scosso, quasi lo ha cambiato. Si sente impotente. E questa sensazione a volte gli fa venire voglia di distruggere tutto, altre volte gli fa venire da piangere. E non vorrebbe. Ma ormai si lascia andare, per lo più quando è da solo, non riesce sempre a sopportare il dolore della perdita non solo di sua figlia, ma anche di sua moglie che lo crede colpevole. Evan si riscopre innamorato di sua moglie, non la vuole perdere. Questo glielo ha fatto capire la morte della figlia e la convinzione della sua consorte.
Deper si scrolla questi pensieri di dosso quando la guardia lo prende per il braccio dopo che ha varcato la porta dello studio dello psicologo. Evan si sente stretto il braccio ed ecco che si sente di nuovo in prigione. Anche se non è ancora rientrato nella sua cella. Mentre nello studio dello psicologo si sentiva quasi libero. Sente che quello psicologo è l'unico a credere in lui, si fida di quell'uomo. Ma ormai è di nuovo tempo di fare i conti con la realtà.

Una chiamata riceve l'avvocato di Evan Deper. È dall'ufficio della procuratrice. Lei vuole un incontro e così si danno un appuntamento.
Denzel Reefly si chiede perché la procuratrice voglia subito proporre un patteggiamento, non che in generale sia una cosa insolita, ma per Jane Deal lo è altroché. Lei non propone mai un patteggiamento prima dell'inizio di un procedimento penale. La situazione deve essere critica. Ma cosa è cambiato dall'ultima volta che si sono visti? La procuratrice forse non ha trovato abbastanza prove su cui basare il caso? Eppure lei è sempre riuscita a portare un caso in tribunale anche con poche prove indiziarie. Reefly si rigira la penna tra le dita della mano destra mentre pensa a tutto questo. È turbato. Ma non capisce perché.

12 novembre 2040

Denzel Reefly insieme al suo assistito bussa alla porta dall'ufficio della procuratrice. Il cuore batte forte a Evan Deper. Forse la procuratrice ha cambiato idea sulla sua colpevolezza e lo vuole far rilasciare? Quell'idea gli attraversa la mente e lo mette di buon umore. Il suo avvocato lo guarda e gli dice impassibile, Jane Deal non è una tipa che accetta la sconfitta: "Non farti illusioni"
Deper si guarda le manette che gli vengono tolte da una guardia carceraria.
Si sente una voce che li invita ad entrare. Reefly apre la porta e i due entrano. Si siedono davanti alla procuratrice e al suo assistente. Lei è seduta e lui in piedi di fianco a lei.
"Vi abbiamo convocato per risolvere questo caso, facciamo così: lei, signor Deper, confessa e io le propongo omicidio colposo. È la migliore offerta che le posso fare" enuncia la signorina Deal. Deper si sente offeso. Il suo avvocato gli suggerisce di pensarci, ma lui risponde senza pensarci su due volte: "No, io sono innocente. Non vado in prigione per una cosa che non ho fatto. Non glielo ha detto Dave che sono innocente?!"
"Il signor Lottan mi ha riferito alcune parti del suo rapporto, ma deve ammettere che ci sono molte prove contro di lei e non posso trattare un caso con leggerezza"
"Ma io non ho ucciso mia figlia! Non avrei mai potuto! È vero che avevamo litigato..."
L'avvocato Reefly interrompe il suo assistito dicendo: "Signor Deper, non dica altro, adesso noi ce ne andiamo"
Jane Deal manda un'occhiataccia al signor Reefly ed espone ai due uomini che ha davanti un'altra proposta: "E se le offrissi omicidio involontario"
"Non sono colpevole" Deper scandisce bene ogni parola guardando negli occhi la procuratrice. Reefly si alza e con lui il suo assistito che, prima di andarsene da quell'ufficio proclama: "Ho sbagliato tante cose con mia figlia, ma non sono la persona che l'ha uccisa, state solo perdendo tempo"
Prima che Deper chiuda la porta dietro di sè e non sia più visibile alla procuratrice, lei lo guarda a lungo. Appena sente i passi della guardia, dell'accusato e dell'avvocato di quest'ultimo allontanarsi chiede al suo assistente: "Tu cosa ne pensi?"
"Non lo so. Ma credo che il signor Deper dica la verità"
"Bene, voglio però prima far verificare alcune cose... voglio che il signor Lottan mi dia un profilo ben dettagliato del probabile assassino"
Così John Gull prende il cellulare e compone il numero di telefono dello psicologo che segue quel caso. Gli riferisce subito le parole della procuratrice. Dave Lottan intuisce che lei deve aver parlato con Deper e si chiede se lo abbiano rilasciato. Poi si risponde da solo: Jane Deal non ammetterebbe mai di aver sbagliato.
Così si mette al lavoro, dato che prima che arrivi il prossimo cliente ha ancora trenta minuti. Prende il suo quaderno. Sì, lui usa ancora i quaderni. Uno per ogni caso. Lo riempie con qualsiasi tipo di annotazione riguardante ciò che sa. A occhi esterni sembrerebbero solo un mucchio di scritte a caso, ma per Lottan hanno un senso logico. Ormai si è creato una specie di linguaggio personale per scrivere dettagliatamente tutto ciò che gli serve ricordare.
Lottan non usa i computer, nonostante al giorno d'oggi siano i più gettonati da tutti e scrivere a mano non sia più tanto comune. Si trova più a suo agio con la buona vecchia carta. Può organizzare lo spazio come vuole, può scrivere con i suoi colori e poi riesce a ricordarsi meglio le cose in questo modo. Ha provato a scrivere al computer, ma ha subito smesso, si innervosiva troppo.
Lottan rilegge attentamente i suoi appunti e si sofferma sul particolare della ferita sulla schiena più volte. Ogni volta che va avanti nella rilettura gli ritorna alla mente l'immagine di quel taglio. A vederla da dietro non sembrava nemmeno una donna. Gli viene un'idea. E se il killer avesse voluto togliere tutti gli elementi umani da quel corpo? No, i capelli c'erano ancora, pure le unghie erano a posto, ancora con li smalto. E se invece avesse voluto non rendere riconoscibile la vittima? Più probabile, ma non è ancora la conclusione giusta. Togliere gli organi riproduttivi deve avere un senso. Per forza. Non si mutila una persona senza una ragione, a meno che non si tratti di un pazzo. Ma sembra tutto troppo calcolato per essere semplicemente l'opera di un pazzo. Il sangue era dappertutto. Anche questo deve essere un segno. L'omicida voleva fare del male al corpo di quella ragazza. Se avesse voluto fare male a lei, le avrebbe inferto quelle ferite prima che morisse, ma quei tagli erano stati incisi post mortem. Un rituale? No, ma quasi. Voleva mandare un messaggio. Ma quale? Quella stanghetta sulla schiena doveva essere importante. Ma cos'era?
Ritorniamo sugli organi. Sono quelli riproduttivi. Forse il killer voleva simbolicamente dire che quella donna non doveva avere figli perché non ne era degna? Molto probabile. Ma cosa faceva di Leslie una donna che non doveva avere una discendenza? Perché non era degna? Ci doveva essere una ragione ben precisa.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Nov 03, 2018 ⏰

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