Il telaio e il canto

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«Spero vorrai perdonarmi, un giorno».

Sollevo la testa dal telaio e guardo Indis, ferma a due passi dalla soglia. La vedova di Finwë.

«Perdonarti?»

Indis china il capo, il velo grigio fluttua al movimento, rivelando i capelli dorati al di sotto. Porta ancora quel segno di lutto, dopo tutto questo tempo...

Ma, in fin dei conti, nemmeno per Indis i lutti hanno mai avuto fine. Chi meglio di me può saperlo, quando le mie dita tessono la storia della discendenza di entrambe?

Se avessi saputo della visita di Indis, avrei nascosto gli arazzi. Accarezzo la trama dei lunghi capelli scuri di Kanafinwë e la spuma che i suoi piedi calpestano, e so che il prossimo arazzo vedrà Arafinwë in mare, di ritorno ad Aman.

Gli avvenimenti si susseguono così veloci che, appena intreccio i primi fili di un nuovo arazzo, le vicende che sto tessendo sono passate da tempo.

«Per tutto».

Lascio andare le mani in grembo e mi volto sullo sgabello per stare faccia a faccia con Indis.

«Di cosa ti reputi responsabile?»

Lei muove qualche passo nella stanza e le indico con la mano un altro sgabello, di solito occupato da qualcuno della Gente di Vairë, e oggi vuoto. La compagnia dei Maiar non mi disturba, anche se non la cerco mai, ma ora voglio Indis seduta davanti a me e non in piedi e distante come una penitente.

«Se non fosse per me, Finwë sarebbe stato con te fuori di qui» dice Indis e si cala sullo sgabello, lo sguardo basso.

Inspiro a fondo e stringo i pugni. Le unghie contro il palmo mi ricordano dove sono.

Di nuovo intrappolata nella carne.

Di nuovo preda di sentimenti che non voglio provare.

«Credi davvero che ti biasimi per aver sposato l'uomo che amavi?»

Indis mi guarda. «E che anche tu amavi. Era tuo marito, ed è per te che ha scelto di restare in Mandos».

Trattengo una risata e rivolgo lo sguardo all'arazzo su cui stavo lavorando.

«Il mio matrimonio è nullo, Indis, il tuo no» dico. «Se avessi voluto tornare a camminare tra i vivi, lo avrei fatto quando Finwë ha chiesto ai Valar di liberarmi.

«Ma il punto è», torno a guardare Indis, «non sono mai stata prigioniera, finché ero fuori dal corpo».

Indis trattiene il fiato.

«Non dire così» mormora.

«Guarda tu stessa» le dico e con lo sguardo le indico il percorso tra gli arazzi che coprono le pareti della stanza. Ho tenuto per me solo alcuni di quelli che occupano le sale della Casata di Finwë. Solo quelli che mostrano cosa ha causato il mio nome brandito come una spada, già prima che Melkor insegnasse a forgiarle.

Fëanáro in lacrime all'annuncio del matrimonio di Finwë e Indis.

Fëanáro che guarda con sdegno Indis. Che arringa gli altri sapienti a mantenere l'uso della Þ in una lingua che stava evolvendo rapida quanto il suo popolo.

Fëanáro che accusa Indis di volersi ingraziare il popolo dei suoi genitori pronunciando male parole che avrebbe dovuto pronunciare nella maniera corretta in quanto Vanya. Tutte quelle piccole mancanze di rispetto verso la moglie di Finwë che ha compiuto credendo di fare il mio volere.

Fëanáro infastidito alla nascita di Findis. Poi furioso a quella di Nolofinwë.

Fëanáro che forgia armi e armature, che dedica la sua spada a me. Þerindë. La Ricamatrice di morte. Alla sua morte, finita in mano a Nelyafinwë, per ricamare altre morti nell'arazzo della loro storia.

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⏰ Ultimo aggiornamento: Jun 01, 2020 ⏰

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