La condanna

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Melkor conosce il Vuoto.

Lo ha esplorato a lungo, è la sua seconda casa. Suo fratello avrebbe dovuto saperlo, quando lo ha condannato.

Questo si ripete Melkor, mentre dalla gola lotta per uscire un urlo muto, che si disperde nell'assenza di ogni cosa. Il dolore lo divora, mastica l'estremità della veste che si è fatta corpo, maciulla dove un tempo c'erano stati gli stinchi, non gli dà un attimo di requie.

Gridare sarebbe una liberazione, ma la voce è prigioniera.

Intorno a lui tutto è nero, silenzioso e sospeso.

Quello che era un territorio familiare, ora è una trappola.


Povero, povero, figliolo.


Una voce senza tempo irrompe dentro Melkor, intorno a lui. Suona corde dimenticate del suo spirito, acuisce il dolore del corpo.


Padre.


Quella singola parola riverbera, un'eco nella sua mente, tagliente e dolce come la risata bassa che la segue.


Infine hai deciso di comparire per godere della mia disfatta?


Il dolore alle gambe scivola via, insieme alla veste in cui è imprigionato. La libertà è una carezza che brucia non appena Melkor si rende conto dello stato della sua essenza. Dove prima il ghiaccio e il magma avevano lottato per sprigionarsi, ora c'è una lieve luminescenza rossa, della lava in procinto di solidificarsi sotto la crosta. Dove il fuoco lo aveva incoronato, ora non restano che timidi sbuffi di fumo.

La potenza che gli ha dato il nome è un fantasma nei suoi ricordi, in lotta con quello che ora vede e sente.

Melkor aveva saputo quali fossero i costi delle sue creazioni, il corpo lo aveva infastidito a lungo andare, ma il suo spirito...


Perché dovrei godere di una tragedia annunciata?


Melkor si guarda intorno, ma sa che è un gesto inutile. Per troppo tempo ha indossato una veste e i suoi manierismi si sono radicati a fondo in lui.


Perché dovrebbe dimostrarmi che avevi ragione, forse?

Hai sempre saputo che avevo ragione, figlio mio. La voce del padre è calma, piena di misericordia. Così paternalistica. Per questo hai lottato contro di me, perché non potevi accettarlo.

Non farti illusioni, non l'ho accettato neppure ora.


Una lieve risata gli accarezza lo spirito. Lo mette in ridicolo, ancora una volta. Com'è sempre stato, dall'inizio dei tempi.

E come sempre, lo infuria.


Tornerò, tornerò nel tuo creato e distruggerò ogni cosa.

Lo farai, sì. È quello che hai sempre fatto.


Melkor esita, non riesce a percepire alcuno scherno in quelle parole. Il padre le ha pronunciate come un dato di fatto. Come se tutto questo fosse stato già cantato e lui dovesse ricordarlo benissimo.

Tempi di Alberi, di Fiori e di FruttiDove le storie prendono vita. Scoprilo ora