Capitolo 6 - Déjà vu

44 5 3
                                        

Jimin stava studiando sdraiato sul suo letto, le gambe per aria e il libro sopra la testa, sorretto dalle braccia distese. Era in quella posizione ormai da decine di minuti e cominciava ad aver male ai bicipiti, ma le occasioni di studiare – e soprattutto di trovare la giusta concentrazione – erano talmente poche che non avrebbe mai osato interrompere il fantastico lavoro che stava facendo il suo cervello.

Non che fosse chissà quanto portato per lo studio. In realtà, quando ancora andava a scuola, odiava essere costretto a rimanere su dei libri perché qualcuno glielo imponeva. Tuttavia, da quando non aveva più quella possibilità, il suo approccio verso lo studio era cambiato.

Era riuscito finalmente a comprendere il valore del sapere e, soprattutto, della libera opportunità di imparare che, molti, davano ormai per scontata. Avendo potuto interfacciarsi con entrambi gli schieramenti, riusciva a comprendere la frustrazione provata dagli studenti – grandi o piccoli che fossero – ma si era reso davvero conto di cosa volesse dire essere libero di apprendere senza altri doveri a cui pensare solo quando ormai era troppo tardi.

Nessuno lo aveva costretto. Nessuno lo aveva precluso dall'occasione di frequentare l'università.

Nessuno a parte la vita stessa e gli scherzi del destino.

Perché crescere voleva dire anche quello: rendersi conto che i bisogni primari, come mangiare, pagare le bollette, potersi curare, acquisivano la priorità su qualsiasi altra cosa, persino l'istruzione.

Girò l'ultima pagina che il suo cervello aveva memorizzato e sospirò.

E poi il mondo divenne all'improvviso scuro e sentì un forte dolore al naso.

«Ahi!»

Si sarebbe anche lasciato sfuggire un'imprecazione in piena regola se non fosse stato per l'ulteriore attacco che subì: qualcosa di duro e morbido allo stesso tempo colpì nuovamente la sua testa e Jimin non poté far altro che lamentarsi un'altra volta.

«Ma che diav-»

«Su, forza, alza il culo da quel letto e cambiati.»

La voce che giunse alle sue orecchie prima ancora che riuscisse a riacquistare la vista era senza dubbio quella di Jungkook. Il suo caro, dolce, delicatissimo – e presto morto – amico Jungkook.

Con il braccio rimasto incastrato sotto il libro, si liberò di tutto quel peso e subito i suoi occhi andarono a posarsi sulla figura dinnanzi al suo letto, poco oltre la soglia della camera. Jungkook lo stava fissando con uno sguardo d'attesa, le braccia incrociate e l'espressione seria.

Il cervello di Jimin registrò brevemente il suo abbigliamento – che già poteva essere indice delle non buone intenzioni – ovvero una camicia maculata su sfondo rosso mattone, la cui ultima asola era rimasta lasciata libera dal rispettivo bottone, e dei pantaloni neri attillati. Da qualche parte doveva esserci anche una giacca perché con il freddo che faceva in quei giorni nessuno sano di mente – nemmeno Jungkook, che pazzo lo era assai – sarebbe andato in giro vestito solo con un misero tessuto di cotone a coprirlo.

«Che intenzioni hai?» domandò, continuando a massaggiarsi il dorso del naso. Gli faceva davvero molto male, tanto che temeva gli si fosse arrossato e vi fosse rimasto il segno dell'angolo della copertina del tomo di anatomia.

«Tu. Io. Una festa. Ora,» rispose a monosillabi Jungkook, indicando con l'indice della mano destra qualcosa sul letto di Jimin.

Abbassando lo sguardo, quel qualcosa si rivelarono essere un ammasso di vestiti a lui sospettosamente familiari. Riconobbe una camicia azzurra che non indossava da anni, e un paio di jeans scuri il cui passato aveva molti tratti in comune con l'altro capo d'abbigliamento. C'era un motivo per cui erano rimasti volontariamente dimenticati nel suo armadio.

Hideaway || VminDove le storie prendono vita. Scoprilo ora