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Con il cappio intorno al collo e la corda che ti sega la gola, provi a chiudere gli occhi. Niente.

Stai attraversando gli ultimi minuti della tua vita.

Parte un altro grido e c'è frenesia in strada, stile delirio allucinogeno, poi colpo dopo colpo dalla porta del vostro edificio si alza un ritmo tribale battuto dalle stalagmiti di merda di piccione finché fanno male le mani e si sfalda e muore in un boato gutturale alto sopra il vicolo.

Da un momento all'altro Leo lascerà cadere lo sgabello che ti tiene in vita. I tuoi occhi fissi sulle sue scarpe. È un peccato che scarpe come quelle stiano per macchiarsi di un delitto.

Ormai sei un esperto di scarpe e vestiti e compagnia bella.

Da un momento all'altro Leo lascerà cadere lo sgabello.

Il tuo corpo andrà giùùù, tutti i tuoi settantacinque chili, veloce come un proiettile. Morto. Puoi dimenarti quanto ti pare. Fa effetto pensare che da un momento all'altro puff!

Tu e Leo nella mansarda di via dei Fornari, tu con il cappio stretto intorno al collo, finalmente capisci a cosa gli serviva tutta quella corda.

Chiudi gli occhi. Provi a dimenticare tutta questa storia di Leo che ti dondola lo sgabello sotto le suole mentre sentite altre grida scivolare lungo la strada e le bottiglie che si rompono sotto gli scarponi. Occhio non vede cuore non duole un cazzo.

Da un momento all'altro Leo ti lascerà cadere.

Poi la pioggia, la pioggia che cade dalle nuvole sfondate. Le stalagmiti di merda dovranno arrendersi e battersela in ritirata. La prima goccia di pioggia è esplosa sul vetro della finestra come uno sputo in faccia, le altre sono state una granuola d'insulti in stop-motion e la percezione in differita di quella sassaiola d'acqua rimarrà impressa nella tua memoria anche dopo che sentirai il vuoto sotto i tuoi piedi, pensi.

– Sei stato tu a volere tutto questo. Sei stato tu – dice Leo, – io non ho fatto altro che farti diventare quello che avresti sempre voluto essere ma non hai mai avuto le palle di diventare.

Da un momento all'altro, Leo.

In cima alla mansarda di via dei Fornai con il cappio intorno al collo. Mentre new-hippi e neo-wikka corrono come drosofile intorno alla fontana di piazza della Repubblica e benedicono sorella pioggia per il dono di fradiciarli tutti e in via Buadassi qualche citofono sta suonando a vuoto. Tutto questo non lo vedi ma lo sai: è sempre così di giovedì. Poi il cappio, lo squallore, la movida. E Vincent Biondi.

Da un momento all'altro.

Quella storia è sempre stata un casino. Tu e Leo. Leo e Vincent. Vincent e te.

Vincent che ti si aggrappa alle palle e non te la scrolli più. Leo che annusa il culo di Vincent. E tu in mezzo. Non si tratta più di rapporti umani. Si tratta di istinti animali.

Senza Leo tu non esisti. Senza Vincent Leo è il niente.

Da un momento.

Forse nessuno si acorgerà di niente, o forse sì. – Aspetta – dici tu, – cosa sarebbe la morte se nessuno se ne accorgesse?

Degluttisci e dici: – Pensaci, Leo.

Un momento.



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