Parte Seconda. Cap. IV

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Venerdì, 29 aprile. Mentre Chris aspettava seduta fuori in corridoio, il dottor Klein e un famoso neuropsichiatra stavano visitando Regan. I due medici la tennero in osservazione per circa mezzora. Convulsioni. Spasmi. Capelli strappati. A tratti la bambina faceva le smorfie, poi si premeva con forza le mani sulle orecchie, come per non sentire un rumore improvviso e assordante. Con voce roca gridava volgarità, poi urlava in preda al dolore. Alla fine si sdraiò sul letto a pancia sotto, portando le gambe allo stomaco. Continuava a lamentarsi, a gemere in modo incoerente. Con un cenno lo psichiatra invitò Klein ad allontanarsi dal letto e a raggiungerlo. «Diamole un tranquillante», disse in un sussurro. «Forse riuscirò a parlarle». Il medico annuì, poi iniziò a preparare l’iniezione. Cinquanta milligrammi di Torazina. Quando i dottori si avvicinarono al letto, Regan sembrò accorgersene e con un movimento rapido si girò sull’altro fianco, e mentre lo psichiatra cercava di tenerla ferma, iniziò a urlare, in preda a una furia incontrollabile. Lo colpì, tentò di morderlo. Non lo lasciava avvicinare. Solo quando fu chiamato in aiuto Karl, i tre riuscirono a tenerla ferma quel tanto perché Klein potesse farle l’iniezione. Il dosaggio si rivelò insufficiente. Le furono iniettati altri cinquanta milligrammi. Poi aspettarono. Regan si fece gradualmente più docile. Poi sembrò trasognata, distante: con uno sguardo colmo d’improvviso stupore, fissò i due medici. «Dov’è la mamma? Voglio la mia mamma!», disse tra le lacrime. A un cenno del neuropsichiatra, Klein lasciò la stanza per andare a chiamare Chris. «La tua mamma sarà qui tra un momento, piccola», disse il medico alla bambina. Si mise a sedere sul letto accanto a lei e le accarezzò la testa, confortandola. «Va tutto bene, piccola, è tutto a posto. Sono un dottore». «Voglio mia madre!», continuò Regan piangendo. «Sta arrivando. C’è qualcosa che ti fa male, tesoro?». La bambina annuì, il viso rigato di lacrime. «Vuoi dirmi dove?». «Dappertutto!», singhiozzò Regan. «Ho dolore dappertutto». «Oh, la mia bambina!». «Mamma!». Chris si precipitò verso il letto e strinse Regan in un abbraccio. Le diede un bacio, sussurrandole parole di conforto. Poi anche lei scoppiò a piangere. «Oh, Rags, sei tornata! Sei di nuovo tu, sei proprio tu!». «Oh, mamma, è lui che mi fa male!», disse Regan, tirando su col naso. «Mamma, fallo smettere, ti prego! Lo farai smettere, vero?». Per un istante Chris sembrò confusa, poi spostò lo sguardo verso i medici. Nei suoi occhi una supplica, un disperato bisogno di aiuto. «Le abbiamo dato dei forti sedativi», disse con voce sommessa lo psichiatra. «Mi sta dicendo che…?». Il medico la interruppe. «Stiamo a vedere». Si rivolse a Regan. «Sai dirmi cosa c’è che non va, piccola?». «Non lo so», rispose la bambina. «Non so perché lui mi sta facendo tutto questo». Ancora un fiume di lacrime dagli occhi. «Era un mio amico, era gentile prima!». «Chi è lui?». «Il capitano Howdy! E poi c’è pure qualcun altro dentro di me! Qualcuno che mi costringe a fare delle cose!», «Il capitano Howdy?». «Non lo so!». «Una persona?». La bambina annuì. «Chi?». «Non lo so!». «Va bene, va tutto bene. Allora, Regan, adesso proviamo a fare una cosa, un gioco». Il medico aveva preso la borsa ed estratto una piccola sfera di metallo scintillante, legata a una leggera catenella in argento. «Hai mai visto un film dove qualcuno viene ipnotizzato?». Regan annuì di nuovo. «Bene, anche io so ipnotizzare. Davvero! Ipnotizzo le persone giorno e notte. Lo faccio, ovviamente, solo se loro me lo permettono. Ora, Regan, sono convinto che se ti ipnotizzo, questo potrà aiutarti a stare meglio. Sì, quella persona dentro di te andrà subito via. Ti piacerebbe essere ipnotizzata? Tranquilla, qui c’è anche la tua mamma, proprio accanto a te». Regan lanciò un’occhiata interrogativa a Chris, come per chiedere conferma su cosa rispondere. «Non preoccuparti, tesoro, fai come dice», la incoraggiò la madre. «Prova». Regan volse lo sguardo al medico e annuì ancora. «Okay», disse con un filo di voce. «Però solo un po’». Lo psichiatra sorrise ma di colpo si girò, sentendo il rumore di un oggetto che andava in pezzi alle sue spalle. Un piccolo vaso finemente lavorato era caduto sul pavimento dalla scrivania sopra la quale Klein era poggiato. Il medico si guardò il braccio, poi i cocci sul pavimento, con un’espressione sbalordita. Si chinò subito per raccoglierli. «Non si preoccupi, dottore, lasci stare. Ci penserà Willie», gli disse Chris. «Ti dispiace chiudere gli scuri, Sam?», chiese poi lo psichiatra. «Anche le tende, per favore». Quando la stanza fu in penombra, lo psichiatra prese la catena tra due dita e cominciò a far oscillare la piccola sfera, avanti e indietro, con un movimento quasi impercettibile. Con una piccola torcia la illuminò. Brillava. Pronunciò le formule rituali dell’ipnosi. «Ora, Regan, osserva questa sfera, continua a osservarla, e presto sentirai le palpebre diventare pesanti, sempre più pesanti…». In pochissimo tempo la bambina sembrò cadere in stato di trance. «Estremamente suggestionabile», mormorò tra sé lo psichiatra. Poi si rivolse direttamente a Regan. «Stai comoda, Regan?». «Sì». La voce era morbida e flebile. «Quanti anni hai, Regan?». «Dodici». «C’è qualcuno dentro il tuo corpo?». «Ogni tanto». «Quando?». «Ogni tanto. A volte». «È una persona?». «Sì». «E chi è?». «Non lo so». «Il capitano Howdy?». «Non lo so». «Un uomo?». «Non lo so». «Però è lì, con te». «Sì, ogni tanto». «Ora è lì?». «Non lo so». «Se lo chiedo a lui, gli permetterai di rispondere?». «No!». «Perché no?». «Ho paura». «Paura di cosa?». «Non lo so!». «Se lo lasci parlare con me, Regan, credo che andrà via. Tu vuoi che lui vada via, vero?». «Sì». «Allora lascialo parlare con me. Gli permetterai di rispondermi?». Silenzio. Poi: «Sì». «Adesso sto parlando con la persona che sta dentro Regan», disse lo psichiatra, pronunciando con fermezza le parole. «Se sei là dentro, sei ipnotizzato anche tu e devi rispondere a tutto quello che ti chiederò». S’interruppe un istante, per lasciare che la forza della suggestione pervadesse la bambina, circolasse dentro di lei insieme al sangue. Poi continuò e di nuovo disse: «Se sei là, anche tu sei ipnotizzato e devi rispondere a tutto quello che ti chiederò. Vieni fuori, adesso, rispondimi. Sei lì?». Silenzio. Poi accadde qualcosa di strano: dalla bocca della bambina venne un fetore insopportabile. Pesante, denso, come una corrente. Lo psichiatra si trovava a più di mezzo metro dalla bambina e riusciva a sentirlo. Accese la piccola torcia e illuminò il viso di Regan. Chris osservava, il respiro spezzato. I lineamenti della bambina erano ora contorti, stravolti in una maschera d’odio: le labbra contratte, deformate, la lingua livida era scivolata fuori dalla bocca e penzolava come quella di un lupo. «Oh, Dio mio!», disse Chris senza fiato. «Sei la persona che sta dentro Regan?», chiese lo psichiatra. La bambina annuì. «Chi sei?». «Onosnon», rispose una voce aspra, roca. «È questo il tuo nome?». Un cenno di assenso. «Sei un uomo?». «Is», rispose. «È la tua risposta?». «Is». «Se “is” vuol dire “sì”, annuisci». Annuì. «Stai parlando in una lingua straniera?». «Is». «Da dove vieni». «Oid». «È un paese? Vieni da un posto che si chiama Oid?». «Oidadognev», replicò Regan. Lo psichiatra rimase immobile per un istante, pensieroso, poi provò un diverso approccio. «Adesso, quando io ti farò una domanda, tu mi risponderai con un cenno del capo. Per dire sì annuisci, per dire no scuoti la testa. Hai capito?». Regan annuì. «Le tue risposte hanno un significato?», le chiese. Sì. «Sei qualcuno che Regan ha già conosciuto?». No. «Qualcuno di cui lei ha sentito parlare?». No. «Esisti realmente?». Sì. «Sei parte di Regan?». No. «Sei mai stato prima parte di Regan?». No. «Ti piace Regan?». No. «Quindi non ti piace?». Sì. «La odi?». Sì. «La odi perché ha fatto qualcosa contro di te?». Sì. «Le dai la colpa della separazione dei suoi genitori?». No. «C’entrano qualcosa i suoi genitori». No. «C’entra un amico?». No. «Però tu odi Regan?». Sì. «La stai punendo?». Sì. «Vuoi farle del male?». Sì. «La vuoi uccidere?». Sì. «Se lei morisse, moriresti anche tu?». No. L’ultima risposta sembrò inquietare il medico. Pensieroso, chinò il capo. Quando si mosse, le molle del letto cominciarono a cigolare. Nel perfetto e fitto silenzio, il respiro di Regan graffiava l’aria, sembrava il soffio pestilenziale di un orribile mantice. Lo psichiatra spostò ancora lo sguardo sul viso orrendamente deformato della bambina. I suoi occhi erano illuminati, lo sguardo acuto di chi riflette. «C’è qualcosa che Regan può fare perché tu te ne vada?». Sì. «Puoi dirmi cosa deve fare?». Sì. «Me lo dirai?». Sì. «Ma…». D’improvviso lo psichiatra lanciò un grido, sopraffatto da un dolore acutissimo, mentre, terrorizzato e incredulo, si rendeva conto che Regan aveva afferrato i suoi testicoli con una mano, stringendoli in una morsa d’acciaio. Con gli occhi spalancati, il medico lottava per liberarsi da quella stretta. Non ci riuscì. «Sam! Sam! Aiutami!», gridò con la voce rotta dal dolore. Sofferenza. Movimenti caotici e trambusto. Chris che solleva lo sguardo e si precipita ad accendere la luce. Il dottor Klein che si lancia ad aiutare il collega. Regan con la testa rivolta all’indietro, in preda a una risata demoniaca, che inizia a ululare come un lupo. Chris riuscì a trovare e a far scattare l’interruttore. Si voltò. La scena si presentava ai suoi occhi come un insieme di fotogrammi, come la pellicola di un incubo al rallentatore: sul letto Regan e i medici avvinghiati nella lotta, un intreccio di gambe e braccia, un miscuglio di smorfie, di grida, di parolacce; poi i lamenti e i gemiti e l’ululare terribile, e Regan che prima grugnisce poi prende a nitrire. Poi il film prende velocità, il letto comincia ad agitarsi e scuotersi, un terremoto violento che lo percorre da una sponda all’altra, mentre Chris disperata osserva sua figlia, gli occhi rovesciati nelle orbite, e un urlo dirompente di terrore le esplode dentro, e dalla base della spina dorsale le attraversa i nervi, lacerante, insanguinato. Regan finì per cedere, accasciandosi sul letto priva di sensi. Qualcosa di indicibile lasciò la stanza. Per un istante nessuno dei presenti si mosse, nessuno emise un respiro. Poi, lentamente e con attenzione, i due medici si districarono da quel groviglio e si misero in piedi. I loro sguardi erano fissi su Regan. Dopo qualche minuto, il dottor Klein, il viso privo di espressione, sentì il polso della bambina. Fugate le preoccupazioni, con gesti lenti distese una coperta sul corpo di Regan e fece un cenno col capo agli altri. Abbandonarono la stanza e si recarono al piano di sotto, nello studio. Nessuno proferì parola. Chris era seduta sul divano, Klein e lo psichiatra presero posto su due sedie di fronte a lei. Lo psichiatra aveva un’aria pensosa, si pizzicava il labbro senza riuscire a distogliere lo sguardo dal tavolino al centro della stanza. Infine sospirò e alzò gli occhi verso Chris. La donna ricambiò lo sguardo con occhi sfiniti, consumati dall’angoscia. «Ditemi che diavolo sta succedendo», disse. La sua voce era flebile come un sospiro, affranta, sconvolta. «Conosce quella lingua, quella in cui parlava sua figlia?», le domandò in risposta il medico. Chris scosse la testa. «Lei è religiosa, signora MacNeil?». «No». «Sua figlia?». «No». Lo psichiatra sottopose Chris a una lunga lista di domande riguardo alla personale storia psicologica di Regan. Quando terminò, aveva un’aria preoccupata, inquieta. «Che cos’ha?», gli chiese Chris. Stringeva con forza tra le dita un fazzoletto appallottolato. Per la pressione le nocche della sua mano erano diventate bianche. «Ditemi cosa ha mia figlia». «Ecco, è qualcosa di poco chiaro, siamo disorientati», cercò di rispondere evasivo lo psichiatra. «E se devo essere franco con lei, sarebbe quantomeno irresponsabile da parte mia avanzare una diagnosi dopo un così breve periodo di osservazione». «Certo, ma si sarà di sicuro fatto un’idea», tenne duro Chris. Lo psichiatra sospirò, massaggiandosi la fronte con le dita. «Capisco che lei sia terribilmente in ansia. Per ora quelle che posso offrirle sono solo delle ipotesi, delle impressioni». Chris si sporse in avanti sul divano, annuendo nervosamente. Le mani, poggiate sul grembo, ripresero a stropicciare il fazzoletto, tastando tutti i punti dell’orlo, come se stessero sgranando un grinzoso rosario di stoffa. «La prima cosa che voglio dirle», riprese lo psichiatra, «è che ritengo altamente improbabile che la bambina stia fingendo». Klein fece un cenno di assenso col capo. «Sono numerose le ragioni che ci inducono a pensarla così», continuò lo psichiatra. «Per esempio, quelle insolite e dolorose contorsioni; o, elemento ancora più drammatico a mio avviso, il mutamento nelle fattezze del volto quando stavamo interrogando la “persona” che Regan crede di avere dentro. Vede, una manifestazione fisica come questa non sarebbe plausibile se la bambina non credesse davvero nell’esistenza di questa persona. Mi segue?». «Credo di sì», rispose Chris, gli occhi stretti in un’espressione di sconforto. «Ma c’è qualcosa che non capisco. Da dove arriva questa persona? Tutti parlano di “sdoppiamento della personalità”, ma io non ho ancora avuto nessuna spiegazione al riguardo». «Ecco, nemmeno gli altri l’hanno avuta, signora MacNeil. Noi utilizziamo concetti come “coscienza”, “mente”, “personalità”, ma ancora non siamo in grado di definire con precisione cosa siano». Il medico stava scuotendo la testa. «Non con precisione. Anzi, direi per nulla. Quindi, quando io comincio a parlare di qualcosa come di una personalità multipla o sdoppiata, tutto quello su cui mi baso sono alcune teorie, capaci più di generare domande che di fornire risposte. Freud sosteneva che certe idee e certe emozioni sono in qualche modo represse dalla coscienza, ma che sopravvivono nel nostro inconscio. Qui rimangono, vive, tenaci, e continuano a cercare di emergere attraverso numerosi sintomi di natura psichiatrica. Ora, quando questo materiale represso, chiamiamolo dissociato – il termine “dissociazione” implica una scissione rispetto alla nozione tradizionale di coscienza –, ecco, quando questo tipo di materiale acquista sufficiente volume, forza, o quando la personalità del soggetto in questione è disturbata o particolarmente debole, può verificarsi una forma di psicosi schizofrenica. Sia chiaro, questo non significa», si premurò di avvertire il medico, «che si tratti di una doppia personalità. Schizofrenia significa personalità frantumata. Ma se il materiale dissociato è abbastanza forte per arrivare in qualche modo a compattarsi, per arrivare in qualche modo a strutturarsi all’interno del subconscio di un individuo… ecco, quando questo si verifica, ed è già accaduto alcune volte, il materiale riesce a operare in maniera indipendente dal soggetto, come una personalità del tutto separata, capace addirittura di coordinare le funzioni corporali». Il medico prese fiato. Chris ascoltava concentrata le sue parole, e lui continuò. «Questa è una delle teorie. Ce ne sono tante altre: alcune chiamano in causa la nozione di fuga nell’inconscio, una fuga da un qualche conflitto interiore o da problemi di origine emotiva. Tornando al caso di Regan, sua figlia non ha precedenti di schizofrenia e il risultato dell’elettroencefalogramma non presenta il caratteristico tracciato che accompagna la patologia. Per questo io tendo a escludere che si tratti di schizofrenia. Per esclusione, quindi, ci rimane il campo piuttosto ampio dell’isteria». «Lo dico da una settimana», disse Chris, una nota cupa nella voce. Lo psichiatra era preoccupato, ma riuscì ad abbozzare un timido sorriso. «L’isteria», proseguì a spiegare, «è una forma di nevrosi nella quale i disturbi relativi al campo delle emozioni vengono direttamente trasformati in disordini di tipo somatico. In certe sue forme, può presentarsi anche la dissociazione di personalità. Nella psicastenia, per esempio, il soggetto non ha piena coscienza delle sue azioni, al contrario, vede il suo comportamento come esterno e attribuisce il suo agire a qualcun altro. Ma normalmente il paziente ha un’idea piuttosto vaga della sua seconda personalità, mentre nel caso di Regan sembra essere precisa. Si arriva in questo modo a quella che Freud definiva la forma di “conversione” dell’isteria. Si sviluppa a partire da un senso di colpa inconscio e da un bisogno di punizione e castigo. In questo frangente la dissociazione è la caratteristica essenziale, a cui si aggiunge la personalità multipla. La sindrome può presentarsi accompagnata da convulsioni molto simili a quelle proprie dell’epilessia, da allucinazioni, da un’iperattività motoria anomala». «Accidenti, sembra davvero che stia parlando di Regan», avanzò con convinzione Chris. «Non crede che sia così? Insomma, a parte la questione della colpa. Per cosa dovrebbe mai sentirsi in colpa?». «Vede, una risposta semplificata», rispose lo psichiatra, «potrebbe far riferimento al divorzio. In situazioni simili molto spesso sono i bambini a sentirsi oggetto di un rifiuto e arrivano a farsi carico di tutta la responsabilità per l’allontanamento di uno dei genitori. Nel caso specifico di sua figlia, ci sono buone ragioni per credere che possa trattarsi di qualcosa di simile. Mi riferisco ai ripetuti accenni di Regan al fatto che la gente deve morire, e alla depressione che questo le provoca. In termini tecnici si chiama “tanatofobia”, e generalmente si presenta nei bambini insieme al formarsi di un senso di colpa strettamente collegato allo stress familiare. Molto spesso è la paura di perdere i genitori o di essere abbandonati. Tutto questo genera rabbia e profonda insoddisfazione. Inoltre, in forme di isteria di questo tipo, non è necessario che l’Io cosciente sia consapevole di questa colpa. Potrebbe quindi trattarsi di quella che chiamiamo “colpa alla deriva”, un senso di colpa che non è in relazione con nessun avvenimento in particolare», concluse. Chris scrollò il capo. «Ancora non capisco», mormorò. «Insomma, come si è insinuata quest’altra personalità?». «Le ripeto, signora MacNeil, sono solo ipotesi», replicò David, «nient’altro che ipotesi, ma se diamo per buono che sia una conversione dell’isteria derivata da un senso di colpa, allora la seconda personalità è semplicemente l’agente incaricato del castigo. Se fosse Regan stessa a provvedere alla punizione, capisce, questo significherebbe che la bambina riconosce consapevolmente la sua colpa. Invece, è proprio al riconoscimento che Regan cerca di sottrarsi. Ecco spiegata la seconda personalità». «Lei pensa che a mia figlia stia succedendo tutto questo?». «Come le ho già detto, non posso saperlo», rispose lo psichiatra, mantenendo il suo atteggiamento vago. Sembrava fare una cernita attenta delle parole, come se stesse scegliendo le pietre più stabili e meno scivolose da disporre in fila per guadare un torrente. «È molto difficile per un bambino dell’età di Regan riuscire a mettere insieme e organizzare tutti gli elementi che compongono una nuova personalità. E certe cose… insomma, ho delle altre perplessità. Le sue esperienze con la tavola Oujia, per esempio, sono indizi precisi di un’estrema suggestionabilità, anche se poi, almeno apparentemente, non sono riuscito a ipnotizzarla davvero». Si strinse nelle spalle, poi proseguì: «Ecco, credo che sia riuscita a resistere. Ma la cosa davvero sconcertante è la precocità che la nuova personalità ha dimostrato. Assolutamente incompatibile con una dodicenne, è sicuramente più matura, molto più esperta. E poi c’è quella strana lingua che Regan parlava…». Lo sguardo fisso sul tappeto di fronte al camino, lo psichiatra continuava a riflettere, stuzzicandosi con le dita il labbro inferiore. «Si sono verificati casi simili, ne siamo al corrente, ma le nostre conoscenze nel settore sono davvero limitate: forme di sonnambulismo in cui il soggetto mostra conoscenze o abilità che non ha mai posseduto e alle quali non è mai stato educato. E in casi simili l’obiettivo della seconda personalità è quello di eliminare la prima. Inoltre…». La parola gli morì sulle labbra. Con uno scatto lo psichiatra sollevò lo sguardo, fissando il volto di Chris. «Ecco, è tutto terribilmente complicato», le disse, «e ho esagerato nel semplificare». «Allora, a quale conclusione è arrivato?», chiese lei. «Per il momento», rispose David, «a nessuna. La bambina ha bisogno di un periodo di osservazione e di esami specifici condotti da un team di esperti, diciamo due o tre settimane di studi approfonditi in un ambiente ospedaliero. L’ideale sarebbe la Clinica Barringer a Dayton». Chris distolse lo sguardo, che sembrò perdersi nel vuoto. «È un problema, signora MacNeil?». «No. Assolutamente no», sospirò Chris. «Ormai però ho perso la speranza. Tutto qui». «Non la seguo». «Una tragedia personale». Lo psichiatra contattò la clinica direttamente dal telefono dello studio. Accettarono di ricoverare Regan il giorno seguente. I dottori si congedarono. Chris ingoiava il suo dolore, il ricordo di Dennings. E i suoi pensieri di morte, i vermi, il vuoto e quella solitudine indicibile, il silenzio definitivo, l’oscurità sottoterra, l’assenza di movimento, per sempre. In pochi istanti i suoi occhi si riempirono di lacrime. È troppo… è davvero troppo… Scacciò quei pensieri e cominciò a preparare tutto il necessario per la partenza. Era in piedi nella sua stanza, occupata a scegliere una parrucca da indossare alla clinica di Dayton per non farsi riconoscere, quando Karl improvvisamente apparve. C’era qualcuno che voleva vederla, le disse il domestico. «Chi è?». «Un poliziotto». «E sta cercando me?». L’uomo annuì, poi le passò il biglietto da visita. Chris lo guardò con aria attonita. WILLIAM F. KINDERMAN, diceva l’intestazione, TENENTE DETECTIVE e, scritto minuto nell’angolo in basso a sinistra, nascosto come si nasconde un parente povero, DIVISIONE OMICIDI. Era stato stampato con un carattere ornato, un Tudor, con troppi fregi, una scelta da vecchio antiquario. Chris smise di osservare il biglietto e guardò ancora Karl. Le venne un sospetto. «Per caso ha un plico sotto il braccio, qualcosa che somiglia a un copione? Una grossa busta gialla o altro?». Non c’era nessuno al mondo, aveva scoperto Chris col passare del tempo, che non avesse un romanzo, una sceneggiatura, o un progetto per entrambi, nascosto in un cassetto o in uno scomparto recondito della mente. E sembrava che lei fosse capace di attirarli tutti, come i preti gli ubriachi. Ma Karl fece segno di no, niente buste, niente plico. La curiosità di Chris si ridestò in fretta e in un attimo fu già sulle scale. Burke? Che questa visita avesse a che fare con la morte di Burke? Il visitatore era in piedi nell’ingresso. Un po’ curvo, stringeva tra le dita tozze ma curate la falda logora e sgualcita del suo cappello. Piuttosto robusto, sulla cinquantina, l’uomo aveva grosse guance carnose, fresche di rasatura. Indossava dei pantaloni molto rovinati, ampi e con l’orlo stretto alla caviglia, che riuscivano a rendere inutili tutte le attenzioni che sembrava aver dedicato al suo aspetto. Un cappotto di tweed, sul grigio, dal taglio piuttosto fuori moda, gli cadeva dalle spalle privo di eleganza. Gli occhi castani, umidi agli angoli, sembravano guardare qualcosa di lontano nel tempo. Aveva il respiro ansante di un asmatico. Chris gli si avvicinò. Il detective le porse la mano con fare quasi stanco, con un atteggiamento in un certo senso paterno. Parlò con voce roca, molto bassa, tipica di chi ha avuto un enfisema. «Riconoscerei il suo viso in qualunque sfilata d’identificazione, signora MacNeil». «Ah… è lì che mi trovo ora?», gli chiese Chris con serietà mentre gli stringeva la mano. «Oh, santi numi, certo che no!», disse il detective, allontanando con un gesto della mano quella possibilità, quasi scacciasse una mosca. Aveva socchiuso gli occhi e inclinato la testa. L’altra mano era posata sulla pancia prominente. Chris si sarebbe aspettata un per Dio!. «Assolutamente no, è una visita di routine», la rassicurò, «soltanto routine. Mi dica, è occupata? Se la disturbo posso ripassare domani. Sì, ecco, ripasserò domani». Si era già girato per andare via, ma Chris lo fermò, parlando con voce carica d’ansia. «Di che si tratta? Burke? Burke Dennings?». La noncurante disinvoltura del detective aveva in qualche modo acuito la tensione di Chris. «Che disgrazia, davvero una sciagura», sospirò il poliziotto, gli occhi bassi, mentre scuoteva la testa. «È stato ucciso?», domandò lei con un’espressione di sincero sconforto. «Voglio dire, è per questo che è venuto qui? È stato ucciso? Si tratta di questo?». «No, no, assolutamente, è una visita di routine», ripeté il detective. «Soltanto routine. Mi capisce, un uomo così importante, non potevamo farne a meno. Proprio non potevamo», aggiunse per giustificarsi. «Si tratta perlomeno di una o due questioni che dobbiamo affrontare. È caduto? È stato spinto?». Nel parlare gesticolava e si muoveva, spostando le mani e la testa prima a destra, poi a sinistra. Infine si strinse nelle spalle e con voce roca sussurrò: «Chi può saperlo?». «È stato rapinato?». «No, nessun furto, signora MacNeil, non manca nulla, ma del resto, in tempi come questi, non c’è più bisogno di un movente per uccidere». Il detective agitava le mani senza sosta, come portasse i guanti leggeri con cui i burattinai fanno muovere le loro marionette. «Capisce, signora MacNeil, ormai un movente, per un assassino, è un qualcosa di troppo, di ingombrante, direi quasi un deterrente». Scosse ancora la testa. «Tutte queste droghe che circolano», si lamentò, «troppe droghe. Questo LSD». Il tenente guardò Chris, mentre con la punta delle dita si sfiorava il petto. «Mi creda, signora MacNeil, sono un padre di famiglia, e quando vedo come va il mondo, le assicuro, mi si spezza il cuore. Lei ha figli?». «Sì, uno». «Un maschio?». «Una bambina». «Capisco…». «Senta, accomodiamoci nello studio», intervenne Chris, una nota di nervosismo nella voce, mentre già si voltava per fare strada. La sua pazienza era quasi al limite. «Signora MacNeil, se non la disturbo troppo, potrei chiederle un favore?». Chris si voltò, visibilmente infastidita, con la sensazione che quel detective stesse per chiederle un autografo per i suoi figli. Non capitava mai che fosse per loro stessi, era sempre per i bambini. «Nessun disturbo, mi dica». «Ecco, il mio stomaco…». Sottolineò le sue parole con un gesto della mano e una smorfia. «Non avrebbe un po’ di soda? Se è un problema, non si preoccupi, non voglio assolutamente disturbarla». «Oh, no, nessun problema», rispose sollevata. «Si sieda pure nello studio, arrivo subito», continuò, indicando la porta della stanza; poi si voltò per andare in cucina. «Dovrebbe essere in frigo». «Vengo con lei in cucina», le disse il tenente, seguendola. «Detesto dare seccature». «Nessuna seccatura». «No, davvero, capisco che lei deve essere molto occupata, vengo con lei. Ha dei figli, signora MacNeil?», chiese ancora mentre la seguiva. «Ah, certo, sì, una bambina, me l’ha già detto, giusto. Solo una bambina». «Sì, solo lei». «Quanti anni ha?». «Ne ha appena compiuti dodici». «Allora per il momento non deve preoccuparsi», disse con un filo di voce il tenente. «Non ancora. Però, quando cresce, stia in guardia». E di nuovo scosse il capo. Chris notò che il tenente camminava in modo strano, ondeggiando a ogni passo. «Quando giorno dopo giorno non si vede altro che dolore e sofferenza…», proseguì, «spaventoso. Davvero inimmaginabile. Pazzesco. Sa, proprio un paio di giorni fa, forse qualche settimana fa, non ricordo, ho guardato negli occhi mia moglie e le ho detto: “Mary, il mondo, il mondo intero, è in preda a una crisi di nervi, è esaurito, al collasso. Tutti. Tutto il mondo”». Con una mano disegnò un globo nell’aria. Erano entrati in cucina, dove trovarono Karl impegnato a pulire l’interno del forno. Il domestico non si girò nemmeno, né diede segno di accorgersi della loro presenza. «È davvero imbarazzante», si scusò ancora con voce roca il tenente mentre Chris apriva lo sportello del frigorifero. Adesso i suoi occhi erano fissi su Karl, lo sguardo indagatore concentrato prima sulla schiena, poi sulle braccia e sul collo. Sembrava uno di quei piccoli uccelli che, a volo radente, ispezionano la superficie di un lago. «Incontro una famosa stella del cinema», aggiunse, «e vado a chiederle un po’ di soda. Che figura!». Chris aveva trovato la bottiglia e stava cercando un cavatappi. «Ci vuole del ghiaccio?», chiese. «No, liscia, va benissimo liscia». Chris stava stappando la bottiglia. «Ha presente quel film che ha fatto, quello intitolato Angel?», disse il tenente. «Be’, l’ho visto sei volte». «Se è il killer che sta cercando, tenente», mormorò lei mentre riempiva il bicchiere, «allora arresti il produttore e il montatore». «Oh no, era magnifico, davvero, ho adorato quel film». «Si sieda», lo invitò Chris, indicando il tavolo con un cenno del capo. «Oh, la ringrazio». Il tenente prese posto. «Comunque, il film era semplicemente delizioso», insisté. «Così commovente. Solo una cosa», si azzardò a dire, «una piccola, impercettibile nota stonata. Oh, grazie mille». Chris gli aveva appena portato il bicchiere di soda, poi si era seduta all’altro lato del tavolo, le mani incrociate di fronte a sé. «Un piccolo punto debole», riprese il tenente. Nella sua voce c’era un tono di scusa. «Proprio piccolo. Mi creda, parlo da perfetto profano, insomma, sono solo uno spettatore, cosa posso capire io di cinema? Ad ogni modo, mi è parso, da profano, che la colonna sonora non si accordasse troppo bene con alcune scene, che le rovinasse un po’. Qualcosa di eccessivamente intrusivo». Aveva assunto un tono serio, sembrava coinvolto nel suo discorso. «Quella musica mi ricordava continuamente che si trattava di un film. Capisce, un po’ come quelle angolazioni di ripresa che vanno tanto in questi ultimi tempi. Così fuorvianti. Detto tra noi, quella colonna sonora, non è stata per caso copiata da Mendelssohn?». Chris tamburellò lievemente con le dita sul tavolo. Un po’ strano per essere un detective. E soprattutto, perché continuava a lanciare occhiate a Karl? «Non saprei», rispose, «ma mi fa piacere che il film le sia piaciuto. Adesso è meglio che beva», gli disse indicando col capo il bicchiere di soda, «perde l’effervescenza molto in fretta». «Sì, certo. Lo so, parlo troppo. E lei ha altro da fare. Mi perdoni». Sollevò il bicchiere come volesse brindare, e lo vuotò d’un fiato. Teneva il mignolo sollevato, ben separato dalle altre dita. «Ah, buona, buonissima», proclamò soddisfatto, mentre poggiava il bicchiere alla sua destra. I suoi occhi incontrarono la statuetta scolpita da Reagan per la madre. Ormai fungeva da centrotavola, e il becco sfrontato si librava appena al di sopra dei due contenitori del sale e del pepe. «Molto buffo», disse sorridendo il tenente. «Carino». Sollevò lo sguardo. «L’artista?». «Mia figlia», gli rispose Chris. «Davvero molto carino». «Senta, odio essere scortese, ma…». «Sì, certo, ha perfettamente ragione, sono un rompiscatole. Allora, vediamo, una o due domande e abbiamo finito. Anzi, una sola e tolgo il disturbo». Stava guardando il suo orologio da polso, come se fosse impaziente di recarsi a un appuntamento. «Poiché il povero signor Dennings», precisò, sempre col fiato corto, «aveva appena completato le riprese proprio qui vicino, ci siamo chiesti se la sera dell’incidente non avesse deciso di fare visita a qualcuno. Ora, a parte lei, ovviamente, il signor Dennings aveva altri amici in questa zona?». «Oh, ma lui era qui da me quella sera», gli disse Chris. «Sì?». Le sopracciglia del tenente si inarcarono. «Più o meno all’ora dell’incidente?». «Non saprei. Quando è successo?», gli chiese lei. «7 e 5 minuti», rispose Kinderman. «Sì, penso che fosse più o meno a quell’ora». «Bene, questo spiega tutto, dunque». Assentì con un cenno del capo, spostandosi sulla sedia come se volesse alzarsi. «Era ubriaco, stava andando a casa, è caduto dalle scale. Sì, tutto spiegato. Definitivamente. Senta, però, giusto per il rapporto che devo fare, mi sa dire verso che ora ha lasciato la casa?». Stava accertando la verità, così come un vecchio scapolo pizzica e tocca e accarezza la verdura al mercato. Com’è possibile che uno così sia diventato tenente?, si chiese Chris. «Non lo so», replicò poi, «io non l’ho incontrato». «Non capisco». «Ecco, è arrivato che io ero già via e se n’è andato prima che tornassi. Ero nello studio del mio medico, a Rosslyn». «Ecco, capisco». Annuì. «Tutto chiaro, ma allora come fa a sapere che è stato qui?». «Oh, è stata Sharon a dirmi che…». «Sharon?», intervenne il tenente. «Sharon Spencer. La mia segretaria. Si trovava in casa quando Burke è passato di qua, e…». «Era venuto per vedere lei?». «No, per vedere me». «Sì, certo. Le chiedo scusa per averla interrotta». «Mia figlia non stava bene e così Sharon l’ha lasciato solo per andare a prendere alcune medicine. Ma quando sono rientrata a casa, Burke era già andato via». «Per favore, saprebbe dirmi che ore erano?». «Le 7 e 15, forse 7 e 30». «E a che ora era uscita?». «Intorno alle 6 e 15, mi pare». «A che ora si è allontanata la signora Spencer?». «Non lo so». «E nell’intervallo di tempo tra l’uscita della signora Spencer e il suo ritorno, chi era a casa con Dennings, a parte sua figlia?». «Nessuno». «Nessuno? Dennings l’ha lasciata sola?». Chris annuì. «E i domestici?». «No, Willie e Karl erano…». «Chi?». All’improvviso Chris si sentì tremare la terra sotto i piedi. Realizzò che da un colloquio piuttosto cortese si era passati a un interrogatorio insistente. «Karl è proprio qui». Lo indicò con un cenno della testa, fissando con occhi spenti la schiena massiccia dell’uomo. Ancora a strofinare il forno… «E Willie è sua moglie», riprese dopo una breve pausa. «Si occupa delle faccende di casa». Ancora a strofinare, strofinare… «Avevano il pomeriggio libero, e quando sono rincasata loro erano ancora fuori. Willie…». Chris s’interruppe. «Willie cosa?». «Oh, niente». Si strinse nelle spalle mentre il suo sguardo si spostava dalla schiena massiccia di Karl. Il forno ora era splendente, notò Chris. Perché Karl continuava a strofinare e a pulire? Prese una sigaretta dal pacchetto sul tavolo. Kinderman le porse da accendere. «Quindi solo sua figlia è in grado di dirci a che ora Dennings ha lasciato la casa». «È stato davvero un incidente?». «Oh, ne sono certo. Solo routine, signora MacNeil, solo formalità. Il signor Dennings non è stato derubato e, per quanto ne sappiamo, non aveva nemici in città». Chris lanciò un’occhiata fugace a Karl, ma rapidamente riportò lo sguardo su Kinderman. Il detective l’aveva notato? Sembrava di no. Stava accarezzando con la punta delle dita la scultura di Regan. «Questa specie di uccelli ha un nome particolare, ma ora non mi viene. Si chiamano…». Vide che Chris lo guardava fisso ed ebbe un moto visibile di imbarazzo. «Le chiedo scusa ancora una volta, lei ha sicuramente altro da fare. Solo un minuto e abbiamo finito. Allora, sua figlia dovrebbe sapere a che ora il signor Dennings è andato via, no?». «No, non può saperlo. Era sotto pesanti sedativi». «Oh, mi dispiace tanto, è un vero peccato che non stia bene». Dalle palpebre socchiuse del detective trapelava una sentita partecipazione. «Qualcosa di serio?». «Sì, ho paura di sì». «Posso chiederle di cosa si tratta?», avanzò il detective, accompagnando le sue parole con un piccolo gesto delle mani. «Ancora non lo sappiamo». «Faccia attenzione alle correnti d’aria», disse con tono convinto Kinderman. Chris lo guardò, un’espressione smarrita sul viso. «Una corrente d’aria in inverno, quando in casa fa caldo, trasporta i microbi meglio di un tappeto volante. Mia madre lo diceva sempre. Forse è solo mitologia popolare, chi può dirlo». Si strinse nelle spalle, poi proseguì: «Ma francamente, secondo me, una leggenda popolare è come il menu di un ristorante elegante con cucina francese: un travestimento sofisticato e attraente per un fatto che altrimenti non si riuscirebbe ad accettare, a buttare giù. Insomma, come la buccia di un fagiolo di Spagna». Il suo tono era estremamente serio. Il nervosismo di Chris diminuì. Il detective era tornato quel cagnolino goffo che avanza confuso e si perde tra le piante di granturco. «È questa la sua stanza?», chiese Kinderman indicando il soffitto col pollice, «quella al piano di sopra con la grande finestra che si affaccia sulla scalinata?». Chris confermò con un cenno del capo. «Vedrà, tenga la finestra ben chiusa e sua figlia starà meglio». «A dire il vero, chiudo sempre i battenti e le persiane», gli disse Chris, mentre il detective affondava una mano chiusa a pugno nella tasca della giacca. «Si riprenderà presto», sentenziò ancora Kinderman, «e si ricordi, meglio prevenire che…». Chris tamburellò di nuovo con le dita sul tavolo. «Lei è occupata, le chiedo scusa ancora una volta. Ecco, abbiamo finito. Solo un’annotazione per il verbale, una formalità, e siamo a posto». Dalla tasca della giacca tirò fuori un foglietto spiegazzato, un programma ciclostilato di una recita scolastica del Cyrano de Bergerac. Poi frugò nella tasca interna dell’impermeabile ed estrasse una matita gialla, quasi finita, talmente rovinata che sembrava essere stata temperata con le forbici. Distese il foglietto sul tavolo, cercando di far sparire le pieghe con la pressione della mano. «Mi serve solo qualche nome», disse quasi senza fiato. «Spencer si scrive con la c?». «Sì, con la c». «Una c», ripeté Kinderman, mentre prendeva nota del nome al margine del programma. «E i domestici? John e Willie…». «Karl e Willie Ergstrom». «Karl, giusto, si chiama Karl. Karl Ergstrom». Scarabocchiò anche questo nome, in una grafia minutissima e quasi illeggibile. «Adesso gli orari, me li dovrei ricordare», disse poi con voce roca, girando e rigirando il foglio per trovare uno spazio libero. «Gli orari… No, aspetti, non mi ricordo. Sì, i domestici. A che ora ha detto che sono tornati a casa quella sera?». «Non l’ho detto. Karl, a che ora siete rientrati ieri sera?», domandò Chris. Lo svizzero si voltò, dal suo viso non traspariva alcuna emozione. «Esattamente alle 9 e 30, signora MacNeil». «Ah sì, giusto, avevi dimenticato la chiave. Ricordo di aver guardato l’orologio in cucina quando ho sentito suonare alla porta». «Avete visto un bel film?», gli chiese il detective, «Non leggo mai le recensioni», spiegò a Chris in un sussurro, «preferisco il parere della gente, degli spettatori». «Paul Scofield nel Re Lear», rispose Karl. «Ah, sì, l’ho visto. Straordinario, davvero straordinario. Meraviglioso». «Sì, siamo stati al cinema Crest», precisò Karl. «Allo spettacolo delle sei. Poi subito dopo il film ho preso l’autobus proprio di fronte al cinema e…». «La prego, non è necessario», lo bloccò il detective con un gesto della mano. «La prego». «Non ho nulla in contrario a raccontarle i miei movimenti». «Se proprio insiste, vada avanti». «Sono sceso all’angolo tra Winsconsin Street e la M Street. Saranno state le 9 e 20. Poi ho proseguito a piedi fino a casa». «Senta, non occorre che mi racconti queste cose», gli disse il detective, «ma la ringrazio, comunque, è stato un gesto di rispetto da parte sua. Il film le è piaciuto?». «Straordinario, sì». «Sì, lo penso anch’io. Eccezionale. Bene, adesso credo che…». Di nuovo si chinò a scrivere sul foglietto, voltandosi in direzione di Chris. «Le ho fatto perdere già abbastanza tempo, ma capisce, è il mio lavoro». Si strinse nelle spalle. «Ancora un istante e ho finito. Che tragedia, davvero una tragedia». Si lasciò sfuggire un sospiro profondo, senza smettere di scribacchiare sul suo foglietto. «Un talento del suo calibro! Un uomo che conosceva le persone, ne sono certo: ci sapeva fare. Con così tanti collaboratori che potevano fargli fare o magari evitare una brutta figura, i cameraman, i tecnici del suono, l’arrangiatore, e tutti gli altri… Mi corregga se sbaglio, ma sono dell’idea che al giorno d’oggi un regista così famoso debba essere una specie di Dale Carnegie, un direttore d’orchestra, insomma. Dico male?». «Oh, Burke era sicuramente un uomo di temperamento», disse Chris in un sospiro. Il detective spianò nuovamente il suo foglietto. «Forse con i pezzi grossi come lui, uomini del suo spessore». Ancora una volta si mise ad annotare qualcosa. «Il punto però sono le persone qualunque, l’uomo della strada, coloro i quali hanno a che fare con quei piccoli dettagli che, se non sono curati come si deve, finiscono per diventare problemi macroscopici. Non crede?». Chris si guardò distrattamente le unghie, poi, con aria rassegnata, scosse la testa. «Quando Burke si lasciava andare, non faceva distinzioni», mormorò con un sorriso carico d’ironia, appena accennato. «Nossignore, nessuna distinzione. Ma questo succedeva solo quando aveva bevuto». «Abbiamo finito. Chiuso». Kinderman stava segnando il puntino su una i. «Anzi, no, ancora una cosa», si ricordò all’improvviso. «La signora Engstrom. Sono usciti e tornati insieme?». Con un cenno delle mani si rivolse direttamente a Karl. «No, Willie ha visto un altro film, un film sui Beatles», rispose Chris nel momento in cui Karl si era appena voltato per replicare. «È rientrata pochi minuti dopo di me». «Chissà poi perché le ho chiesto questa informazione, non ha alcuna importanza». Il detective sembrò voler minimizzare. Intanto ripiegò con cura il suo foglietto e lo mise, insieme alla matita, nella tasca della giacca. «Bene, ecco tutto. Sono sicuro che appena arriverò in ufficio mi ricorderò di qualcosa che avrei dovuto chiedervi. Mi succede sempre. Be’, in tal caso vi chiamerò al telefono». Ansimando si sollevò dalla sedia. Chris si alzò nello stesso momento. «Va bene, ma sarò fuori città per un paio di settimane», disse Chris. «Posso aspettare», la rassicurò Kinderman. «Aspetterò, nessun problema». Si mise a osservare la scultura di Regan, un sorriso di tenerezza sul volto. «Carina, davvero deliziosa», disse. Prese la statuetta tra le mani e lentamente accarezzò col pollice il becco colorato. Chris si chinò per raccogliere un filo dal pavimento. «Vi segue un buon medico?», le chiese con garbo il detective. «Voglio dire, per il problema di sua figlia». Poi rimise la scultura sul tavolo e si diresse verso l’uscita. Chris lo seguì, scura in volto, avvolgendosi il filo tra le dita. «Insomma, credo di averne anche troppi di medici», mormorò. «Comunque, la sto per accompagnare in una clinica dove i medici dovrebbero essere davvero grandiosi nel fare quello che fa lei, però con i virus». «Spero che siano molto più in gamba di me. La clinica si trova fuori città?». «Sì». «È una buona clinica?». «Staremo a vedere». «Si ricordi: attenzione alle correnti d’aria». Erano ormai giunti alla porta. Il detective posò una mano sulla maniglia. «Mi piacerebbe, capisce, poterle dire che è stato un piacere, ma viste le circostanze…». Chinò lievemente la testa e la scosse. «Mi dispiace, mi creda. Terribilmente». Chris incrociò le braccia e prese a fissare il tappeto. Annuì con movimenti rapidi. Kinderman aprì la porta e fece un passo verso l’esterno. Si mise il cappello, poi si girò verso Chris. «Tanti auguri per sua figlia». «La ringrazio», rispose lei con un sorriso forzato. «Auguri a lei per il resto del mondo là fuori». Il detective annuì a sua volta, con un’espressione al contempo tenera e malinconica, poi si allontanò con passo incerto. Chris rimase a osservarlo mentre, superato il vialetto, si dirigeva verso una macchina di servizio nera parcheggiata dietro l’angolo, proprio di fronte a un idrante. Si tenne il cappello con una mano per non farselo portare via dal vento. Si era alzata una brezza tenace. Proveniva da sud. Anche i lembi del suo cappotto si sollevarono. Chris chiuse la porta dietro di sé. Come fu in macchina, seduto accanto all’autista, Kinderman si voltò a guardare ancora una volta la villetta. Gli sembrò di vedere un movimento dietro la finestra della stanza di Regan, una figura che rapida e agile si spostava di lato fino a sparire alla vista. Non ne era sicuro, l’aveva solo intravista mentre si girava. Ma fece caso al fatto che le persiane fossero aperte. Strano. Restò un istante in attesa. Nessun altro movimento. Perplesso, il detective aprì il portaoggetti del cruscotto e tirò fuori una busta di carta scura e un coltellino da tasca. Con la lama più sottile grattò via con precisione da sotto l’unghia del pollice piccoli frammenti di pittura, provenienti dalla scultura di Regan, e li lasciò cadere nella busta. Quando ebbe concluso l’operazione, sigillò la busta e fece un cenno col capo in direzione del sergente che stava al volante. Il poliziotto mise in moto e la macchina si allontanò. Mentre si avviavano lungo la Prospect Street, Kinderman si mise in tasca la busta. «Con calma, con calma», ammonì rivolto al sergente, osservando il traffico farsi sempre più intenso. «Stiamo lavorando, non è una gita di piacere». Con le dita stanche si strofinò gli occhi. «Che vita», sospirò, «che vita!». Più tardi quella stessa sera, mentre Klein somministrava a Regan cinquanta milligrammi di Sparine perché stesse tranquilla durante il viaggio fino a Dayton, il tenente Kinderman rimase a lungo nel suo ufficio, pensieroso. In piedi davanti alla scrivania, i palmi delle mani premuti sul tavolo, rimuginava sui dati in suo possesso, discordanti e indecifrabili. Dentro il cerchio di luce di una vecchia lampada da tavolo stavano in disordine i verbali e i rapporti relativi all’indagine. Non c’erano altre luci. Kinderman credeva in questo modo di riuscire a focalizzare meglio la sua attenzione. Il suo respiro era rapido e pesante nella penombra. I suoi occhi si spostavano rapidi da un dossier all’altro. Alla fine prese una lunga boccata di ossigeno e socchiuse le palpebre. Svendita, saldi, tutti i pensieri in liquidazione!, si ordinò, come faceva sempre quando voleva sgombrare la mente e analizzare i dati da un nuovo punto di vista. Fuori tutto! Prezzi stracciati! Quando poi riaprì gli occhi, si mise a visionare con attenzione il referto del medico legale: …profonda lacerazione del midollo spinale accompagnata da frattura della calotta cranica e delle ossa del collo. A queste si aggiungono numerose contusioni, strappi e abrasioni, stiramento della pelle del collo, ecchimosi nella suddetta area, profonde lesioni del platisma, del muscolo sternocleidomastoideo, dello splenius capitis, dei muscoli del trapezio e di ulteriori piccole fasce muscolari relative all’area del collo, con fratture multiple della spina dorsale e delle vertebre e lesione di entrambi i legamenti spinali, anteriore e posteriore… Guardò fuori dalla finestra verso la massa scura della città. La luce della cupola del Campidoglio risplendeva nella notte. Il congresso faceva le ore piccole. Chiuse gli occhi ancora una volta, ripensando alla conversazione con l’anatomopatologo, tenuta alle 11 e 55 della sera in cui Dennings era morto: «Le lesioni possono essere state causate dalla caduta?». «No, è molto improbabile. Lo sternocleidomastoideo e i muscoli del trapezio da soli avrebbero dovuto impedirlo. Poi ci sono le varie articolazioni e le vertebre cervicali da considerare, senza dimenticare i diversi legamenti che tengono insieme le ossa». «In ogni caso, volendo semplificare, è compatibile con la caduta o no?». «Ecco, certamente il soggetto era ubriaco e i muscoli erano senza dubbio in fase di rilascio. Forse se la forza dell’impatto iniziale fosse stata sufficientemente intensa, e…». «Se fosse caduto, insomma, da sette o otto metri di altezza prima di toccare il suolo?». «Sì, ecco, se immediatamente dopo l’impatto la testa fosse rimasta incastrata contro qualcosa, o se, insomma, ci fosse stato un qualche elemento a impedire la normale rotazione coordinata della testa e del corpo; forse in questo caso, ripeto, forse, si sarebbe potuti arrivare a un risultato del genere». «Potrebbe essere stata una persona a ridurlo così?». «Sì, ma dovrebbe trattarsi di un individuo dotato di una forza straordinaria, del tutto fuori dal comune». Kinderman esaminò il racconto di Karl Engstrom, controllando gli orari e verificando la coincidenza dei suoi spostamenti nell’intervallo di tempo relativo alla morte di Dennings. Sia gli orari del cinema che quelli riportati nelle tabelle del servizio di trasporto pubblico corrispondevano. Inoltre, l’autista dell’autobus che Karl sosteneva di aver preso di fronte al teatro aveva finito il servizio proprio tra la Winsconsin e la M Street, esattamente là dove Karl aveva detto di essere sceso. Nel passaggio di consegne da un autista all’altro, era stata segnata l’ora precisa del momento del cambio: esattamente le 9 e 18 minuti. Sul tavolo di Kinderman c’era anche un altro plico. Si trattava di un atto d’accusa per appropriazione indebita a carico di Karl Engstrom, datata 27 agosto 1963. Lo si riteneva responsabile della sottrazione di un’ingente quantità di narcotici, nell’arco di qualche mese, dall’abitazione di un dottore di Beverly Hills presso il quale i coniugi Engstrom prestavano servizio. Nato il 20 aprile 1921 a Zurigo, Confederazione Elvetica. Sposato con Willie Engstrom, nata Braun, dal 7 settembre 1941. Una figlia, Elvira, nata a New York l’11 gennaio 1943, domicilio sconosciuto. Accusato di… Il detective trovò ancor più sorprendente quello che seguiva: il medico, la cui deposizione era indispensabile per l’esito positivo del processo, all’improvviso e senza fornire alcuna spiegazione, aveva ritirato le accuse. Perché lo aveva fatto? Gli Engstrom erano stati assunti da Chris MacNeil giusto due mesi dopo, il che significava che il medico aveva dato loro delle ottime referenze. Per quale motivo avrebbe dovuto farlo? Non c’erano dubbi, era stato Engstrom a prendere quelle sostanze; ma al momento della denuncia, quando fu sottoposto ai test clinici, non risultò nel suo sangue la benché minima traccia di stupefacenti. Quell’uomo non era né un tossicodipendente, né un consumatore occasionale. Com’era possibile? Ancora con gli occhi chiusi, il detective recitò a bassa voce una filastrocca di Lewis Carroll. «Twas brillig and the slithy toves…»2. Un altro dei suoi espedienti per sgombrare la mente da interferenze esterne. Quando ebbe finito riaprì gli occhi, lasciando correre lo sguardo fino alla cupola illuminata del Campidoglio. Cercava di mantenere libera la mente. Ma, come sempre gli succedeva, si trattava di un compito impossibile. Sospirando, prese a esaminare il rapporto dello psicologo del dipartimento sugli episodi di profanazione avvenuti nella chiesa della Santissima Trinità. «… le sculture… i falli… escrementi umani… Damien Karras». Con una penna rossa aveva sottolineato queste parole. Nel silenzio dell’ufficio si sentiva soltanto il suo respiro. Prese dalla scrivania un libro, un trattato sulle pratiche di stregoneria, e lo aprì in corrispondenza di una pagina già indicata con un segnalibro. Cominciò a leggere. Messa nera… trattasi di una forma di adorazione del demonio, un rito che consta, nella maggior parte dei casi, in tre parti: 1. Esortazione (il “sermone”), ossia una richiesta al demonio perché si presenti al cospetto della comunità; 2. Rito del coito col demonio (considerato doloroso, il membro del demonio tradizionalmente descritto come “ghiacciato e freddo”); 3. Diverse forme di dissacrazione in gran parte relative alla sfera sessuale. Per esempio, vengono preparate ostie eucaristiche di dimensioni maggiori del normale (fatte di farina, feci, sangue mestruale e secrezioni), che vengono poi forate e utilizzate come vagine artificiali, e con le quali i finti preti officianti praticano selvaggi atti sessuali, in una cerimonia che dovrebbe simulare lo stupro della Vergine Madre di Dio o atti di sodomia nei confronti del Cristo. Altri esempi di simili rituali: inserimento di un crocifisso nella vagina di una ragazza e di un’ostia nell’ano. Nell’atto di sodomizzare la ragazza, il sacerdote rompe l’ostia bestemmiando. Molto spesso nel rituale un ruolo importante è dato alle statue a grandezza naturale della Vergine e del Cristo. La Vergine, per esempio, viene truccata per conferirle un’aria di dissolutezza e volgarità. La statua viene poi modificata, le vengono applicati dei seni che gli iniziati baciano e una vagina in cui è possibile inserire il pene. Alla statua del Cristo viene applicato un fallo. Il rituale può prevedere una simulazione di fellatio da parte degli iniziati, sia uomini che donne. Occasionalmente, piuttosto che un simulacro, una persona in carne e ossa viene legata alla croce e svolge il ruolo della statua. Il seme dell’uomo viene poi collocato, a fine di blasfemia, in un calice consacrato per l’eucaristia e poi usato per fabbricare le ostie, destinate poi a un rituale di consacrazione da compiersi su un altare coperto di escrementi. Queste pratiche… Kinderman fece scorrere le pagine fino a un paragrafo, già sottolineato, dedicato agli omicidi rituali. Riprese a leggerlo lentamente, mordicchiandosi l’indice come per tenere viva l’attenzione. Quando ebbe finito, chiuse il libro con un’espressione di sconcerto e scosse la testa. Guardò la lampada ancora accesa con un velo di tristezza negli occhi. La spense. Lasciò l’ufficio e s’incamminò verso il parcheggio. Poi, in macchina, si diresse all’obitorio. Il giovane guardiano all’ingresso stava divorando un sandwich, prosciutto e formaggio tra due spesse fette di pane di segale. All’arrivo di Kinderman, con un gesto della mano ripulì dalle briciole le pagine del cruciverba che teneva aperto dinanzi a sé. «Dennings», disse il detective in un sussurro rauco. Il custode annuì, mentre finiva di riempire le caselle del cinque orizzontale; poi si alzò, il sandwich sempre nella destra, e s’incamminò lungo il corridoio. Kinderman lo seguì. Teneva il cappello in mano, accompagnato dalla scia di quell’odore acre di semi di cumino e mostarda fino alle file di strette, lunghe celle frigorifere, fino allo schedario senza speranza dove venivano archiviati gli occhi spenti. Si fermarono di fronte alla cella 32. Con indifferenza, il custode aprì lo sportello e fece scorrere il carrello. Un morso al panino e una grossa briciola sporca di maionese scivolò leggera sul sudario. Per un istante Kinderman guardò immobile il lenzuolo bianco; poi, con un gesto semplice e delicato, lo scostò per scoprire ciò che già aveva visto e che ancora non riusciva ad accettare. La testa di Burke Dennings era girata al contrario, completamente. Il viso appena sopra la schiena.

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