19. Jamie - Mamma e papà.

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Non vedevo i miei genitori da più di un mese, precisamente dalla prima volta in cui avevo incontrato Lily. Era strano per me portare una ragazza a casa loro, ma probabilmente le cose con Lily stavano prendendo una piega piuttosto seria. Non ero nemmeno cosciente del momento in cui erano diventate così serie.
Inizialmente era solo interesse, una curiosità fomentata dal suo non essere una mia fan, o comunque una che avrebbe pagato solo per stare vicino a me. In seguito mi ero sentito in dovere di proteggerla, dopo avere scoperto il suo passato, provavo anche attrazione fisica per lei, ma non era questa la reale motivazione che mi spingeva a starle accanto. Infine me n'ero innamorato, l'avevo scoperto nello stesso modo in cui si scopre una pietra preziosa nascosta sotto la sabbia: lei c'è sempre stata, magari era sotto il tuo palmo, ma appena te ne rendi conto diventi felice ed euforico.
-Jamie? Hai sentito quello che ti ho detto?- esplose una voce al mio fianco.
-Cosa?- chiesi, atterrito.
-Ma dove hai la testa, oggi? Non avremmo dovuto portare qualcosa? Che ne so, un regalo o il dolce?-
  Lily portava degli abiti nuovi, il regalo di Hannah e Oliver a quanto pareva, con delle scarpe alte, e aveva il viso leggermente truccato. Il verde degli occhi risaltava grazie alla matita nera e le labbra, tinte di rosso, sembravano più grandi e carnose. Mi facevano venire voglia di baciarle.
-No... credo. Scusa, penso di essermi distratto di nuovo.-
-Sei impossibile- mi rispose tediata, aggiungendo un lungo sbuffo dopo l'ultima parola.
I tacchi di Lily risuonavano lungo Dartmouth Park road, mentre ci avvicinavamo all'entrata della casa in cui ero cresciuto. Gli edifici, in quella zona, erano minuziosamente curati. Si innalzavano per due o tre piani, con facciate di mattoni e finestre dagli infissi bianchi. Solo i ricchi potevano permettersi una casa ad Highgate.
Aprii il cancelletto che delimitava il piccolo giardino frontale. Presi le chiavi dalla tasca e spalancai la lucida porta rossa, dal pomello dorato, su cui era posta una ghirlanda di una qualche pianta profumata.
-Mamma!- gridai.
Sentii dei passi veloci sbattere sulle scale di vetro e poi sul parquet finché non vidi mio fratello correre e raggiungere la porta. Portava una maglietta di tre taglie più grande e dei pantaloni neri. Non aveva scarpe, soltanto dei calzini grigi e logori.
-Jamie!- urlò mentre mi si gettava addosso, abbracciandomi.
-Come stai, Sammy? Oh, questa è Lily- gli dissi, indicandola. Era piuttosto imbarazzata e continuava a mordersi un'unghia.
-Tu devi essere la nuov... la ragazza di Jamie!- balbettò lui. Gli lanciai uno sguardo di rimprovero anche se sapevo che non era stato un atto di cattiveria a soltanto un lapsus. Al contrario dei miei, lui aveva conosciuto tutte le mie ragazze.
-Piacere, sono Lily. Sei Samuel, giusto?-

Mentre loro continuavano le presentazioni, io lasciai il cappotto sull'appendiabiti e mi addentrai nella casa, cercando gli altri abitanti. Scesi i due gradini che separavano l'ingresso dal resto dell'abitazione e mi addentrai in soggiorno attraverso la porta sormontata da una libreria a parete, rividi i tomi antichi e gli oggetti di design, accostati a monili giapponesi, vecchi di secoli. Anche in quella stanza non c'era nessuno, così mi sedetti in uno dei lunghissimi divani in pelle nera, di fronte al camino che crepitava. Accanto alla finestra c'era un albero di Natale più alto di me.
Gli altri due entrarono qualche istante dopo. Lily era decisamente impressionata dalla magnificenza della casa, studiava gli oggetti come fosse in un museo, senza toccarli o avvicinarsi troppo.
-Dove sono mamma e papà?- chiesi a Sam.
-Sopra, mi hanno detto di scendere a tenervi compagnia. A quanto pare vi aspettavano più tardi, non credevano che fossi puntuale.-
-La gente cambia, Sammy, e loro si sono fatti trovare impreparati. Sono sicuro che non se lo perdoneranno mai.-
-Oh, dai. Non fa niente se aspettiamo, mi piace guardare tutte queste cose. Vorrei proprio poterle disegnare- esclamò Dorotea con aria pacificatoria, mentre si sedeva accanto a me e io le mettevo un braccio attorno alle spalle.
-Sono contento che questa casa ti piaccia- sentenziò una nuova voce, appena oltre l'entrata.
Ci girammo tutti istantaneamente, come se fossimo stati colti in fallo. Mio padre, capelli biondi, corti e spettinati, carnagione cerea e barbetta incolta, era poggiato allo stipite della porta.
-Piacere, Lily!- esclamò lei alzandosi in piedi, sempre più imbarazzata. Lui si avvicinò con un grande sorriso sul volto, tendendo la mano. La superava in altezza di almeno dieci centimetri.
-Io sono David, e questa è mia moglie, Anne.- La donna bionda, dalla fronte alta e un grosso neo sulla guancia destra spuntò dietro mio padre. Anche lei scosse forte la mano di Dorotea e le sorrise.
-Jamie, sono mesi che non ci vediamo! Non ti fai mai sentire, ho più contatti con tuo fratello che abita in un altro Paese- esclamò mia madre, stringendomi a sé mentre l'uomo mi dava una potente pacca sua spalla.
-Quindi tu non vivi a Londra?- chiese Lily, evidentemente intenta a dissipare il suo imbarazzo.
-No, abito a Copenaghen e...-
-Ragazzi, che ne dite di continuare a tavola? Shann ha appena sfornato la prima portata, sarebbe un peccato farla freddare.-
Tutti si avviarono in sala da pranzo, così presi Lily per un braccio e le feci l'occhiolino.
-Come sta andando? Devi sapere che Shannon è la cameriera, e se te lo stai chiedendo, i soldi non ci mancano. I miei lavorano entrambi nell'ambito della musica, è anche per questo che so suonare.-
-Credo che ci fosse bisogno di chiarirmi che siete ricchi, mi era quasi sfuggito- rispose lei, sarcastica, mentre entravamo nella stanza dal lungo tavolo in vetro e dalle sedie in tappezzeria rossa, entrambi rifiniti in ferro battuto. Sulla tavola imbandita erano posti dei candelabri accesi e Shann faceva frettolosamente spola dalla cucina.

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