Capitolo 1

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Gabriel fissava la macchinetta del caffè, il suo sguardo perso nel lento salire del liquido scuro che, con il suo borbottio, riempiva la cucina di un aroma avvolgente e familiare. Quel suono, sempre uguale, in quel momento gli sembrava estraneo, come un'eco lontana, un presagio di qualcosa che stava per accadere.

Quella mattina non era come le altre. Era il suo primo giorno di lavoro nel nuovo ospedale psichiatrico, il posto che aveva scelto un anno prima, quando aveva richiesto il trasferimento. Non era una scelta razionale. Un impulso, forse, che l'aveva guidato in quel luogo, ma non c'era nulla di razionale in lui. L'ospedale lo attirava come un buco nero, magnetico, senza spiegazioni. Un luogo dove le ombre sembravano più lunghe e le risposte più sfuggenti.

Il caffè era pronto. Gabriel lo prese, ma il calore della tazza non riusciva a scaldarlo, come se una corrente gelida serpeggiasse nell'aria, invisibile e insidiosa. Si guardò intorno, come se qualcosa, forse qualcuno, stesse osservandolo. La cucina sembrava più vuota di quanto fosse, ma non era il silenzio a inquietarlo. Era il rumore dei suoi pensieri, sempre più confusi.

Si guardò allo specchio, il volto pallido riflesso, i capelli scompigliati. Indossava una camicia bianca e pantaloni neri, le scarpe lucide che scricchiolavano sul pavimento del suo appartamento vuoto. Fece un rapido controllo della borsa: camice, ricettario, penne, cartelle cliniche. Ogni cartella, un mondo. Ogni nome, una porta che si apriva su oscurità che lui non aveva ancora imparato a vedere. Ma uno di quei nomi lo aveva colpito più degli altri, attirandolo in un abisso che non riusciva a ignorare.

Una giovane paziente, il cui nome era scritto lì, come una traccia da seguire, ma dietro quella traccia c'era qualcosa di più profondo. La sua età, troppo giovane per trovarsi in un posto simile, sembrava una domanda senza risposta. Perché era finita lì? E soprattutto, quale oscurità aveva portato via la sua innocenza? Quella domanda si insinuava nella sua mente come un veleno, senza che riuscisse a liberarsene.

Gabriel scacciò il pensiero, ma l'ombra di quella domanda gli restò appiccicata alla pelle, un peso che lo accompagnava. Era come se quella vita che aveva scelto lo stesse già reclamando, come un richiamo a cui non poteva sfuggire. Il suo passato, una storia ormai lontana, si faceva più evanescente ogni giorno, ma quella sensazione di inquietudine, di incompiuto, non lo lasciava mai.

Chiuse la porta dietro di sé con un leggero stridio. Il rumore gli sembrò strano, come se la casa stessa stesse respirando insieme a lui. Ogni passo che compiva, scendendo le scale, sembrava riecheggiare nel vuoto, un suono che non apparteneva alla realtà di quel momento, ma a un altro tempo, più oscuro. Qualcosa si stava preparando. Qualcosa che Gabriel non poteva ancora comprendere.

Si diresse verso la stazione della metro, ma l'aria stessa sembrava diversa. Ogni angolo della città era avvolto in un velo sottile, come se stesse nascondendo una verità che lui non era ancora pronto ad affrontare. I volti delle persone sembravano distanti, estranei, come se stesse guardando attraverso una finestra che separava la sua realtà da quella degli altri. Ogni passo lo portava più vicino a qualcosa, ma cosa? Un incontro, una scoperta, o una perdita?

La domanda lo assillava, ma la risposta, come sempre, restava invisibile, nell'ombra, pronta a manifestarsi solo quando meno se lo sarebbe aspettato.

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