Le settimane passarono veloci. Dopo tanto tempo, Eveline aveva iniziato a mangiare con regolarità. Continuava a rigettare le medicine, ma, stranamente, si sentiva meglio, più leggera, come non si ricordava da anni. Le giornate che prima sembravano tutte uguali ora avevano un senso, una scansione che attendeva con una piccola ansia positiva: l'arrivo di Gabriel.
Le loro conversazioni diventavano sempre più spontanee, meno pesanti, come se il muro che Eveline aveva costruito attorno a sé stesse lentamente sgretolandosi. E poi c'era il pianoforte. Ogni visita culminava con il momento in cui Gabriel la accompagnava nella sala musica e la ascoltava suonare. Per Eveline, quel rituale era diventato un'isola di serenità in un mare di caos.
Quella mattina non fu diversa dalle altre. Gabriel entrò nella sua stanza con il solito sorriso rassicurante, e dopo qualche scambio di parole, le fece cenno di seguirlo. Eveline indossò le pantofole, avvolgendosi nel suo camice bianco, e lo seguì lungo il corridoio.
Quando entrarono nell'aula, Eveline si diresse subito verso il pianoforte, ormai suo alleato quotidiano. Gabriel si sedette su una delle poltrone vicine, incrociando le gambe e osservandola con la consueta attenzione.
Eveline iniziò a suonare, le dita che scivolavano con naturalezza sui tasti. La melodia era dolce, malinconica, ma non disperata. Mentre suonava, sul suo viso comparve un sorriso timido, un'espressione che Gabriel aveva imparato a riconoscere come rara e preziosa.
Lui rimase in silenzio per un lungo momento, lasciandosi trasportare dalla musica e dal modo in cui Eveline sembrava perdersi in essa. Poi, quasi senza pensarci, si lasciò sfuggire un pensiero che gli era balzato alla mente più volte nelle ultime settimane:
"Non credo ci sia cosa più bella di vederti sorridere."
La sua voce era seria, piena di sincerità, e le sue mani si posavano rilassate sulle gambe mentre osservava la reazione di Eveline.
Lei si fermò di colpo, le dita sospese sui tasti. Per un momento non si mosse, come se quelle parole avessero congelato il tempo. Poi, lentamente, si voltò verso di lui.
"Lo pensi davvero?" chiese, la sua voce bassa, incerta, quasi timorosa di credere che fosse vero.
Gabriel annuì, senza distogliere lo sguardo. "Sì, Eveline. Lo penso davvero."
Eveline abbassò gli occhi, un lieve rossore che le colorava le guance. "Non sorrido spesso. Non ricordo nemmeno l'ultima volta che l'ho fatto... davvero, intendo."
"È per questo che è così importante," disse Gabriel. "Perché ogni tuo sorriso è una vittoria. Un segno che stai riprendendo qualcosa che pensavi di aver perso."
Eveline rimase in silenzio, le dita che accarezzavano distrattamente i tasti. Poi un sorriso timido, quasi impercettibile, riaffiorò sul suo volto. "Forse è grazie a te," mormorò, così piano che Gabriel dovette sforzarsi per sentirla.
"Non è grazie a me," replicò lui, con un tono gentile ma fermo. "È grazie a te. Io sono solo qui per ricordarti di quanto sei forte."
Lei lo guardò per un lungo istante, e per la prima volta Gabriel vide nei suoi occhi qualcosa che assomigliava alla speranza. Poi Eveline tornò a guardare il pianoforte e iniziò a suonare di nuovo. Questa volta, la melodia che riempì la stanza era più luminosa, più viva.
E mentre Gabriel la ascoltava, seduto in silenzio sulla poltrona, si rese conto che non era solo Eveline a cambiare. Anche lui stava imparando qualcosa di nuovo: che a volte, anche nei luoghi più bui, si può trovare una luce inaspettata.
Eveline sorrise dolcemente, i suoi occhi che brillavano di una luce malinconica mentre incontravano quelli di Gabriel. "Bisogna essere coraggiosi," mormorò, "e forse anche un po' folli, per aprire il proprio cuore e donarlo a qualcuno."
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Ventuno
FanfictionIntrappolata tra le mura asettiche di un ospedale psichiatrico, Eveline Carter vive giorni scanditi da una monotonia opprimente, dove il tempo sembra essersi fermato. Il pianoforte nella sala musica è la sua unica via di fuga, uno spiraglio di liber...
