Capitolo 10

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Si portò le mani sporche di sangue sul viso, tingendo di rosso i ciuffi corvini che ricadevano sugli zigomi.
Il camice bianco che indossava, simbolo di cura e salvezza, era ora intriso del sangue di Eveline. Sangue che non avrebbe mai potuto lavare via, non dalle sue mani, non dalla sua anima.

"Alice!" gridò Gabriel con voce spezzata, scuotendo il corpo immobile tra le sue braccia.

Il nome, quell'appellativo che aveva sempre usato per lei, ora suonava come una condanna. La chiamava, ma sapeva che non avrebbe mai risposto. Le sue mani tremavano mentre cercava di stringerla a sé, come se il suo calore potesse restituirle la vita, come se il suo tocco potesse annullare ciò che aveva fatto.

Il sangue continuava a scorrere dalle profonde ferite che le aveva inferto, macchiando le sue mani, il pavimento, l'aria stessa che sembrava impregnarsi del ferro e della violenza. Le aveva tagliato i polsi, la gola, le gambe. Ogni ferita sembrava parlare di una rabbia che Gabriel non sapeva di possedere, di un dolore che non aveva saputo gestire.

Ma non aveva osato toccare il suo viso. Quello, no. Era perfetto, immobile, incorniciato dai capelli chiari che sembravano catturare la poca luce della stanza. Gabriel inclinò la testa, fissandolo come se cercasse un segno di vita, un respiro, un battito.

"Non ti volevo così," mormorò, la voce rotta, quasi un sussurro. "Non volevo perderti... non volevo che finisse..."

La stanza sembrava trattenere il respiro, come se anche le pareti fossero testimoni del disastro. Gabriel non riusciva a muoversi, incatenato dal peso di ciò che aveva fatto. Ogni fibra del suo essere gridava contro quella realtà, eppure, nel profondo, sapeva che tutto era finito.

La porta si spalancò all'improvviso, spezzando il momento. Il suono della serratura che si apriva riecheggiò nella stanza come un'esplosione, e Gabriel sollevò lo sguardo appena, i suoi occhi vuoti.

Il medico di turno entrò per primo, seguito da due infermiere. La loro espressione cambiò rapidamente dal semplice shock all'orrore assoluto nel vedere la scena davanti a loro. Il medico si bloccò per un istante, come paralizzato. Poi fece un passo avanti.

"Gabriel Thorne, come sei entrato qui?" chiese il medico dai capelli biondi, con voce incredula. Ma i suoi occhi erano già sul corpo esanime di Eveline tra le braccia di Gabriel.

Sul pavimento, accanto a loro, giaceva un pezzo di specchio sporco di sangue. Era stato il suo strumento, il riflesso di una mente frammentata, un'arma improvvisata che aveva messo fine a tutto.

Il medico fece cenno alle infermiere di avvicinarsi. "Staccatelo da lei," ordinò, ma la sua voce tremava, come se fosse incerto su cosa fare.

Le infermiere avanzarono con cautela. Gabriel, come risvegliato da un incubo, strinse Eveline più forte, il corpo della ragazza che pendeva inerme tra le sue braccia.

"No! Eveline! Non portatela via da me!" gridava, la voce rotta e carica di una disperazione che sembrava non avere fine. Le sue parole si spezzavano in singhiozzi, e le sue urla rimbombavano nei corridoi, spaventando anche chi non era presente.

"Non potete portarmela via! Lei è mia! Mia!"

Le infermiere cercarono di forzare le sue braccia, ma Gabriel resistette, stringendola con una forza quasi disumana. Alla fine, la sua energia lo abbandonò. Le braccia gli cedettero, e si lasciò strappare via Eveline, il suo corpo che scivolava tra le mani sporche di sangue.

Il medico si chinò immediatamente su Eveline, tentando di trovare un polso, un segno di vita, qualcosa. Ma sapeva già che era troppo tardi. Il sangue che si era riversato sul pavimento raccontava tutta la storia.

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