Il giorno seguente, Gabriel entrò nella stanza di Eveline con il solito sorriso gentile. Lei era seduta alla scrivania, il viso rivolto verso la finestra. Quando lo sentì avvicinarsi, si girò lentamente, i suoi occhi più lucidi e meno distanti del solito.
"Buongiorno," disse Gabriel, posando una piccola borsa di carta sul tavolo. "Pensavo che potremmo fare una pausa dal pianoforte oggi, se per te va bene."
Eveline alzò un sopracciglio, incuriosita. "Cosa c'è nella borsa?"
Gabriel la aprì con lentezza, tirando fuori un quaderno di carta spessa e una scatola di pastelli colorati. "Ho pensato che potresti voler disegnare. A volte le immagini dicono cose che le parole non riescono a esprimere."
Eveline lo guardò per un momento, poi prese il quaderno e lo sfogliò. Il profumo della carta nuova le diede una strana sensazione di tranquillità. "Non disegno da anni," mormorò, sfiorando con le dita i bordi delle pagine.
"Non importa come sarà il risultato," rispose Gabriel. "L'importante è che ti lasci guidare da quello che senti."
Lei annuì lentamente, ma invece di iniziare a disegnare, alzò lo sguardo verso di lui. "Ti siedi?"
Gabriel prese una sedia e la posizionò accanto alla scrivania, abbastanza vicino da darle conforto, ma non tanto da invadere il suo spazio. Per qualche minuto, Eveline rimase in silenzio, le dita che accarezzavano il bordo del quaderno. Poi, come se il gesto avesse sbloccato qualcosa dentro di lei, parlò.
"Quando ero piccola," iniziò, la voce appena un sussurro, "mio padre non era sempre così."
Gabriel si fermò, lasciandola proseguire al suo ritmo.
"Era severo, sì, ma... era anche gentile. Mi portava al parco, mi insegnava a pedalare sulla bici. C'erano momenti in cui pensavo che mi volesse bene."
Fece una pausa, il viso ombreggiato da una tristezza che Gabriel riusciva quasi a toccare.
"E poi tutto è cambiato," continuò Eveline, stringendo il bordo del quaderno con le dita. "Quando mamma è morta, è come se qualcosa si fosse spezzato dentro di lui. Non so se fosse tristezza, rabbia o altro, ma... tutto è diventato buio. E io ero lì, la sua unica valvola di sfogo."
Gabriel notò che le sue mani tremavano leggermente, e senza pensarci troppo, allungò la sua mano verso di lei. Le loro dita si sfiorarono appena, un tocco leggero, ma sufficiente a farle alzare lo sguardo verso di lui. Eveline sembrava sorpresa, ma non si ritirò.
"Lui usava le sue mani in modo diverso," mormorò, la voce più tremante. "Per afferrarmi, stringermi, farmi male. Io... io odiavo le sue mani. Odiavo quelle dita che una volta mi tenevano per insegnarmi a camminare."
Gabriel non parlò, lasciando che il suo silenzio fosse la sua risposta. La sua mano restava lì, accanto alla sua, senza forzarla, senza muoversi. Eveline abbassò lo sguardo, le sue dita che tremavano ancora, poi, quasi impercettibilmente, le avvicinò alla sua.
"Le tue mani sono diverse," disse infine, con un filo di voce. "Non mi fanno paura."
Gabriel sentì un nodo stringergli la gola, ma si sforzò di mantenere la calma. "Non devono. E non lo faranno mai."
Eveline annuì, lasciando che le sue dita si posassero completamente sulle sue, un gesto che per chiunque altro sarebbe stato insignificante, ma per lei rappresentava un passo enorme. Gabriel non le strinse, lasciò che fosse lei a guidare quel momento.
Dopo qualche istante, Eveline ritirò la mano, quasi timidamente, ma Gabriel non si mosse, rispettando il suo spazio. Lei tornò a guardare il quaderno, prendendo uno dei pastelli colorati.
STAI LEGGENDO
Ventuno
FanfictionIntrappolata tra le mura asettiche di un ospedale psichiatrico, Eveline Carter vive giorni scanditi da una monotonia opprimente, dove il tempo sembra essersi fermato. Il pianoforte nella sala musica è la sua unica via di fuga, uno spiraglio di liber...
