Una volta tornato nel suo studio, Gabriel scrisse una breve relazione sulle due ore trascorse con Eveline. Rifletté a lungo su come il momento di connessione tra loro fosse nato dalla musica, e gli venne un'idea: se Eveline non poteva interagire con gli altri pazienti, avrebbe potuto usare il pianoforte a muro dell'aula comune durante il mattino o il primo pomeriggio, quando tutti gli altri erano nelle proprie stanze.
Avrebbe potuto accompagnarla personalmente, anche se questo avrebbe significato saltare il pranzo. Era un sacrificio che si sentiva disposto a fare.
Il mattino seguente, prima di recarsi al lavoro, si fermò in un panificio. Scelse con cura un sacchetto di dolci semplici e prese al volo la metro, pensando al modo migliore per proporre la sua idea a Eveline.
Nel frattempo, Eveline aveva trascorso il pomeriggio ripetendo mentalmente la melodia che Gabriel le aveva fatto ascoltare. Era stata la prima musica che aveva sentito dopo anni di silenzio, e quella sensazione di vita le aveva dato un'energia nuova. Tanto che, per la prima volta, aveva mangiato qualcosa della sua colazione, nonostante il cibo le risultasse indigesto.
Quella mattina, Eveline si svegliò stranamente rilassata. Era stata una notte diversa: per una volta, aveva sognato un luogo tranquillo. Era sdraiata sull'erba fresca, guardando un cielo notturno pieno di stelle. Una brezza leggera le accarezzava la pelle, e un pianoforte suonava in lontananza, avvolgendola in una serenità che non provava da tempo.
Dopo aver eseguito il consueto rituale mattutino – rigettare le medicine – prese un paio di sorsi del tè insapore e addentò un biscotto. Non era molto, ma almeno qualcosa. Camminò per la stanza, le mani che sfioravano la spalliera del letto e la superficie della scrivania. Non aveva voglia di rannicchiarsi nell'angolo come al solito.
Mentre si perdeva nei suoi pensieri, il clic della serratura la distrasse. Qualcuno stava entrando. Eveline rimase interdetta, incerta su come comportarsi. Dopo un istante di esitazione, si lasciò cadere sul letto, sdraiandosi di pancia in una posizione quasi teatrale, con le braccia e le gambe aperte come una stella marina.
Quando Gabriel entrò, la scena lo colse di sorpresa. Eveline era distesa sul letto sfatto, il camice bianco scivolato da un lato, rivelando i boxer chiari che spuntavano leggermente sopra i glutei. Gabriel si riscosse rapidamente, distogliendo lo sguardo e reprimendo un sorriso divertito.
"Buongiorno, Eveline," disse con tono calmo. "Vedo che oggi hai cambiato posizione."
Eveline sollevò appena lo sguardo, lo osservò con una punta di sfida e poi tornò a fissare il cuscino. "Anche le stelle cambiano posto nel cielo," mormorò, senza muoversi.
Eveline si alzò di scatto, sorprendendo Gabriel, che la osservò mettersi a sedere sul davanzale della finestra, poggiandovi la schiena.
"Ciao," bofonchiò, abbassando lo sguardo, visibilmente imbarazzata.
"E mi saluti anche! Incredibile!" esclamò Gabriel, soddisfatto, con un sorriso divertito. "Posso sedermi?"
Eveline annuì, ma rimase sorpresa quando lo vide sedersi accanto a lei sul davanzale, piuttosto che sulla sedia come il giorno precedente.
"Allora, Alice, cosa mi racconti oggi?"
"Non chiamarmi Alice!" sbottò Eveline, lanciandogli un'occhiata torva. "Che razza di medico sei?"
"Beh, io curo i pazzi. E per trovarmi a mio agio con voi, un po' devo esserlo pure io, non trovi?" rispose Gabriel ridacchiando.
Eveline lo fissò con aria imbronciata, stringendosi le gambe al petto. "Chi sei? Non assomigli per niente al medico di ieri."
Gabriel inclinò la testa, osservandola con un'espressione sincera. "Preferisci che torni a essere serio e distaccato?" chiese senza traccia di ironia.
Lei scosse la testa, le ciocche bionde che le ricadevano sugli occhi. "No, fai quello che vuoi. Io... voglio collaborare," ammise, sollevando lo sguardo verso di lui da sotto le lunghe ciglia scure.
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Ventuno
FanfictionIntrappolata tra le mura asettiche di un ospedale psichiatrico, Eveline Carter vive giorni scanditi da una monotonia opprimente, dove il tempo sembra essersi fermato. Il pianoforte nella sala musica è la sua unica via di fuga, uno spiraglio di liber...
