Il mattino successivo, Gabriel si svegliò presto, il pensiero fisso su Eveline. Ripensava al sorriso che gli aveva rivolto il giorno prima, quel sorriso raro e fragile, ma autentico. Si ricordò anche del panino che non le aveva dato, e un leggero senso di colpa gli fece stringere le spalle. Decise che quel giorno avrebbe fatto qualcosa di diverso, di più significativo.
Dopo una rapida colazione, prese la metro e si fermò alla sua vecchia pasticceria preferita, un piccolo locale nascosto in un angolo della città. L'odore dolce e invitante gli fece tornare in mente ricordi lontani, momenti semplici e felici. Si avvicinò al bancone, osservando le vetrine con attenzione. Infine, scelse una piccola crostata di frutta. Non era troppo elaborata, ma era fatta con cura, decorata con fragole e mirtilli freschi.
"È per qualcuno speciale?" chiese la proprietaria con un sorriso.
Gabriel esitò un attimo, poi rispose: "Sì, in un certo senso."
Arrivò in ospedale pochi minuti prima dell'orario previsto. Con la scatola ben avvolta sotto il braccio, si diresse verso la stanza di Eveline. Prima di entrare, respirò profondamente, cercando di mettere ordine nei propri pensieri. Poi bussò ed entrò.
Eveline era seduta accanto alla finestra, le gambe incrociate sulla sedia, lo sguardo perso oltre le sbarre. Non si girò subito, ma quando lo sentì avvicinarsi, alzò gli occhi verso di lui.
"Buongiorno," disse Gabriel, con un sorriso che cercava di mettere a suo agio la ragazza.
Lei non rispose, ma lo osservò con curiosità quando vide la scatola che portava con sé. "Cos'è?" chiese, leggermente sospettosa.
"Un regalo," rispose Gabriel, posandolo sul tavolo davanti a lei. "Non è molto, ma ho pensato che ti sarebbe piaciuto."
Eveline si sporse in avanti, aprendo la scatola con movimenti lenti, quasi timorosi. Quando vide la crostata, i suoi occhi si illuminarono. Non sorrise, ma Gabriel notò un leggero cambiamento nella sua espressione, qualcosa di vicino allo stupore.
"Una torta?" mormorò, sfiorando il bordo della scatola con le dita. "Non mangio qualcosa di così carino da... non so quanto tempo."
Gabriel si sedette accanto a lei. "Allora è il momento giusto per ricominciare."
Eveline rimase in silenzio per un attimo, poi prese il coltello e iniziò a tagliare una fetta. Gabriel la osservò mentre portava il primo boccone alla bocca, masticando lentamente, come se volesse assaporarne ogni singolo sapore.
"Era il dolce preferito di mia madre," disse all'improvviso.
Gabriel si fermò, sorpreso dalla sua spontaneità. "Davvero?"
Eveline annuì. "Quando lo preparava, tutta la casa profumava. Diceva che era una delle poche cose che la facevano sentire felice. Io la aiutavo a tagliare la frutta." La sua voce si incrinò leggermente, ma continuò: "Era... era bello. Anche se è passato tanto tempo, mi ricordo ancora quel profumo."
Gabriel non parlò. Sapeva che quei momenti di apertura erano preziosi e non voleva interromperli.
"Grazie," disse infine Eveline, la voce bassa ma sincera. "Non so perché hai fatto tutto questo, ma... grazie."
Gabriel sorrise. "Non devi ringraziarmi. A volte, un piccolo gesto può fare più di mille parole."
Eveline rimase in silenzio, ma prese un altro boccone della crostata, come se quel gesto fosse la sua risposta.
Dopo aver finito, Gabriel si alzò. "Che ne dici di suonare ancora oggi? La sala musica è libera, e questa volta possiamo restare un po' più a lungo."
Eveline lo guardò, esitando per un attimo, poi annuì. "Sì... mi piacerebbe."
Si alzarono insieme, e Gabriel le prese delicatamente il braccio per accompagnarla. Questa volta, Eveline sembrava meno rigida, più a suo agio mentre attraversavano il corridoio. Quando entrarono nella sala musica, Eveline andò subito verso il pianoforte, quasi di corsa.
Gabriel la osservò sedersi sullo sgabello, le mani che sfioravano i tasti come un vecchio amico ritrovato. Quando iniziò a suonare, la melodia che riempì la stanza era diversa da quella del giorno prima. Era più dolce, più fluida, come se Eveline stesse iniziando a lasciare andare un po' del peso che portava dentro.
Gabriel rimase a guardarla, sentendo che in quel momento non c'era bisogno di parlare. La musica diceva tutto ciò che c'era da dire.
Quando Eveline finì di suonare, lasciò che le mani si posassero sui tasti, ma non si alzò subito. Rimase immobile, il respiro lento, come se stesse cercando di imprimere quel momento nella memoria. Gabriel, che era rimasto in piedi accanto al pianoforte, si chinò leggermente verso di lei.
"Era bellissimo," disse con sincerità.
Eveline lo guardò di sfuggita, le guance appena arrossate. "Non sono così brava come prima... non ancora."
Gabriel si sedette su una delle poltrone vicine, mantenendo il suo sguardo su di lei. "Non è questione di bravura. È ciò che riesci a trasmettere. E lo hai fatto. Hai raccontato una storia."
Eveline abbassò lo sguardo, giocando con le dita che tamburellavano piano sui tasti. "Era per mia madre," mormorò, con una voce che sembrava provenire da un altro tempo. "Lei avrebbe capito."
"Ne sono sicuro," disse Gabriel con dolcezza. "E credo che sarebbe stata molto orgogliosa."
Eveline sorrise appena, un sorriso timido, quasi impercettibile, ma c'era qualcosa di autentico in quel gesto. Poi si voltò verso di lui. "Perché fai tutto questo per me?"
Gabriel la osservò per un lungo istante, cercando le parole giuste. "Perché credo in te," rispose infine. "Perché so che c'è molto più di quanto tu voglia far vedere. E perché... nessuno merita di essere dimenticato."
Eveline lo fissò, cercando di capire se quelle parole fossero sincere. Gli occhi di Gabriel non vacillarono, e in quel momento, per quanto incredibile potesse sembrare, si sentì creduta.
"Non è facile," disse Eveline, la voce rotta da un filo di emozione. "Non è facile fidarsi... o credere che le cose possano cambiare."
"Non deve esserlo," rispose Gabriel, con un sorriso rassicurante. "Basta iniziare con un piccolo passo. Come quello che hai fatto oggi."
Eveline rimase in silenzio, le sue dita ancora ferme sui tasti. Poi prese un profondo respiro. "Pensi davvero che io possa cambiare?"
Gabriel si alzò dalla poltrona e si avvicinò di nuovo a lei, posando una mano delicatamente sulla spalla. "Non solo penso che tu possa cambiare. Penso che tu lo stia già facendo."
Le parole di Gabriel sembrarono avere un peso tangibile, come se fossero una chiave in grado di aprire una porta che Eveline aveva chiuso da troppo tempo. Per un istante, sentì qualcosa di diverso: non speranza, non ancora, ma un barlume di possibilità.
Si alzò lentamente dallo sgabello, il pianoforte ormai silenzioso alle sue spalle. Gabriel le fece cenno di seguirlo, e insieme uscirono dalla sala musica. Questa volta Eveline camminava con più sicurezza, anche se ancora stringeva leggermente il braccio di Gabriel.
Quando tornarono davanti alla sua stanza, Eveline si fermò prima di entrare. Si voltò verso Gabriel, cercando qualcosa nei suoi occhi. "Tornerai domani?"
Gabriel sorrise. "Se vuoi che torni, sarò qui."
Eveline annuì, poi entrò nella sua stanza, chiudendo la porta dietro di sé. Gabriel rimase nel corridoio per un momento, guardando quella porta come se contenesse un intero mondo da scoprire. Poi si voltò e si avviò verso il suo studio.
Nel suo cuore sapeva che Eveline aveva ancora molta strada da fare, ma quel giorno qualcosa era cambiato. E per Gabriel, ogni piccolo passo era un passo nella direzione giusta.
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Ventuno
FanfictionIntrappolata tra le mura asettiche di un ospedale psichiatrico, Eveline Carter vive giorni scanditi da una monotonia opprimente, dove il tempo sembra essersi fermato. Il pianoforte nella sala musica è la sua unica via di fuga, uno spiraglio di liber...
