Capitolo 5

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Teneva gli occhi chiusi, rilassati, così come il resto del corpo. Ogni tanto li riapriva appena, giusto per controllare i movimenti delle sue dita, poi tornava a lasciarsi trasportare dalla musica.

Gabriel si avvicinò, il suono del pianoforte lo attirava come una forza invisibile. Si fermò accanto a lei, osservandola mentre suonava. I capelli di Eveline risplendevano sotto la luce del sole che filtrava dalla finestra, incorniciando il suo viso concentrato. Le dita sottili danzavano veloci sui tasti, ogni gesto carico di grazia e precisione.

Eveline era completamente immersa nella musica. La melodia la avvolgeva, portandola indietro nel tempo, a quando sua madre le aveva insegnato a suonare. Chiuse gli occhi più forte, come se così potesse sentire di nuovo quell'abbraccio perduto, la voce di sua madre che la incoraggiava dolcemente. Era una sensazione lontana, ma in quel momento sembrava incredibilmente vicina.

Non si accorse nemmeno che Gabriel era rimasto incantato, immobile accanto a lei. Il medico osservava ogni suo movimento, affascinato da quella scena. Non era solo una ragazza che suonava; era una creatura che, attraverso la musica, stava ricostruendo sé stessa, nota dopo nota.

Eveline continuò a suonare, le emozioni che scorrevano fluide attraverso di lei, come acqua finalmente libera da una diga. Per la prima volta dopo anni, si sentiva leggera. Si sentiva... viva.

Quando l'ultima nota si spense, Eveline aprì lentamente gli occhi. La luce si rifletteva nei suoi iridi, facendoli brillare. Si voltò e incontrò lo sguardo di Gabriel, che la studiava con attenzione, un sorriso appena accennato sulle labbra.

E, per la prima volta dopo molto tempo, Eveline sorrise. Un sorriso semplice, timido, ma pieno di una sincerità che non credeva più di possedere.

"Grazie," mormorò, la voce bassa, quasi un sussurro, ma carica di significato.

Gabriel non rispose subito. Si limitò a osservare quel sorriso, consapevole che in quel momento non c'erano parole capaci di esprimere quello che stava accadendo.

Poi, con calma, le disse: "No, Eveline. Grazie a te."

E in quel silenzio, entrambi capirono che qualcosa era cambiato. Non tutto era risolto, ma per la prima volta, c'era una possibilità.

Eveline si voltò di nuovo verso il pianoforte, sfiorando i tasti con le dita come se non volesse separarsene. Gabriel si sedette sulla poltrona accanto, tenendo il suo sguardo su di lei. Dopo un lungo momento di silenzio, fu lui a parlare.

"Da quanto tempo non suonavi?" chiese con calma.

Eveline abbassò lo sguardo, come se stesse contando i giorni nella sua mente. "Tre anni... forse di più. Non lo so, ho perso il conto."

Gabriel annuì, aspettando che fosse lei a continuare.

"Prima suonavo sempre," aggiunse Eveline, la voce più bassa. "Era la cosa che mi faceva sentire... normale. Come se tutto il resto non esistesse." Fece una pausa, mordendosi leggermente il labbro. "Mia madre mi ha insegnato a suonare. Diceva che ogni melodia è come una storia, e io potevo raccontare qualsiasi cosa, senza dire una sola parola."

Gabriel sorrise appena, colpito dalla delicatezza di quella rivelazione. "Ed è questo che hai fatto adesso?"

Eveline alzò lo sguardo verso di lui, sorpresa dalla domanda. Poi annuì lentamente. "Credo di sì. Ho suonato per lei. Per quello che mi manca... e forse anche per me."

Gabriel si appoggiò allo schienale, intrecciando le mani. "È un bel modo per comunicare. Forse più efficace di qualsiasi altra cosa."

Eveline lo fissò per un attimo, valutando le sue parole. "Tu pensi che ci sia ancora qualcosa da comunicare?"

"Credo che dentro di te ci siano molte cose da raccontare," rispose Gabriel, il tono fermo ma gentile. "E credo che la musica sia solo uno dei modi per farlo."

Eveline sospirò, abbassando di nuovo lo sguardo verso i tasti. "E se nessuno volesse ascoltare?"

"Ti sbagli," replicò Gabriel, la sua voce piena di convinzione. "Io sono qui. E ti ascolto."

Quelle parole rimasero sospese nell'aria per un lungo momento. Eveline non rispose subito. Si limitò a sfiorare i tasti, suonando una semplice sequenza di note, quasi come un pensiero tradotto in musica.

"Dici che mi ascolti," mormorò infine, "ma se ti raccontassi tutto, se ti dicessi ogni cosa... mi vedresti in modo diverso?"

Gabriel si sporse leggermente in avanti, incrociando il suo sguardo. "Eveline, non sono qui per giudicarti. Sono qui per aiutarti. Per capire chi sei, non chi pensi di essere diventata."

Lei si mordicchiò l'interno della guancia, incerta. "Tutti dicono di voler aiutare, ma poi scappano quando vedono cosa c'è davvero."

"Non scapperò," disse Gabriel, il tono deciso. "E sai perché? Perché tu non sei ciò che ti è successo. Sei molto di più."

Eveline rimase senza parole. Tornò a guardare il pianoforte, ma questa volta il suo respiro era più calmo, meno pesante. Poi, inaspettatamente, disse: "Pensi che un giorno sarò in grado di raccontare tutto? Senza paura?"

Gabriel si alzò dalla poltrona, avvicinandosi al pianoforte. "Non c'è fretta," disse. "Ma sì, credo che un giorno ci riuscirai. E quando lo farai, sarà alle tue condizioni. Non perché qualcuno te lo chiede, ma perché tu sei pronta."

Eveline lo guardò di nuovo, con un'espressione che mescolava dubbio e speranza. Poi accennò un lieve sorriso, tornando a posare le mani sui tasti.

"Allora continuerò a suonare," mormorò. "Forse, per ora, è abbastanza."

Gabriel annuì, rimanendo in silenzio mentre Eveline riprendeva a suonare. Le note riempirono di nuovo la stanza, dolci e intense, portando con sé una promessa di futuro che entrambi sentivano, ma che nessuno ancora osava pronunciare.

Quando Gabriel la riaccompagnò nella sua stanza, il silenzio tra loro era denso, carico di pensieri che nessuno dei due riusciva a esprimere. Eveline camminava con passi lenti, quasi riluttanti, come se ogni passo la riportasse in una realtà che aveva temporaneamente lasciato dietro di sé.

Arrivati davanti alla porta, Gabriel fece passare il badge sullo scanner, il clic della serratura che si apriva sembrò quasi troppo rumoroso in quel momento. Eveline entrò senza dire una parola, e lui rimase fermo per un istante, osservandola mentre si sedeva sul bordo del letto, lo sguardo perso sul pavimento.

Non era come prima, però. C'era qualcosa di diverso in lei, un peso che sembrava un po' meno opprimente, una tensione che si era allentata, anche se di poco. Gabriel percepì che quel momento al pianoforte aveva lasciato un segno, qualcosa che forse poteva essere il primo passo verso un cambiamento.

Ma lui non si sentiva altrettanto leggero. Dentro, una strana agitazione continuava a crescere, un misto di rabbia, compassione e impotenza. La sofferenza che aveva visto in Eveline, la sua fragilità e allo stesso tempo la sua forza, lo avevano toccato più di quanto fosse pronto ad ammettere.

Fece per dirle qualcosa, ma le parole gli si bloccarono in gola. Si limitò a un cenno con la testa e chiuse la porta dietro di sé.

Fu solo mentre si allontanava lungo il corridoio che si accorse di stringere ancora il sacchetto con il panino che aveva comprato quella mattina. Si fermò di colpo, guardandolo con una sensazione di vuoto. Si era dimenticato di lasciarglielo.

Gabriel sospirò, frustrato con sé stesso. Il panino non era importante in sé, ma rappresentava qualcosa: un gesto di cura, un tentativo di offrire a Eveline un piccolo pezzo di normalità in una vita che ne era stata privata. Eppure, si era lasciato travolgere così tanto da ciò che aveva visto e sentito, che quel dettaglio gli era completamente sfuggito.

Guardò il sacchetto per un momento, poi lo strinse più forte tra le dita. "Domani," mormorò tra sé, continuando a camminare. "Domani le porterò qualcosa di meglio."

Ma nel profondo, sapeva che non era il panino a tormentarlo. Era la consapevolezza di quanto il viaggio di Eveline sarebbe stato lungo e doloroso, e di come, nonostante i suoi sforzi, lui non avrebbe potuto proteggerla da tutto.

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