Gabriel osservò Eveline mentre si trascinava sul letto, prendendo il cellulare e appoggiandolo sul piccolo davanzale della finestra. Alzò il volume, lasciando che il suono della melodia riempisse la stanza.
Si accoccolò sul letto, incrociando le gambe e chiudendo gli occhi. Un lieve movimento delle sue mani accompagnava la musica, come se stesse immaginando di suonare. Gabriel la osservava, chiedendosi se sapesse davvero suonare uno strumento. Ma non disse nulla, lasciandole quello spazio di pace. Era la prima volta, da quando era entrato nella stanza, che Eveline sembrava completamente rilassata.
Le spalle, prima rigide e contratte, si erano ammorbidite. Le palpebre abbassate, le ciglia lunghe e delicate che sfioravano le sue guance pallide, davano al suo viso un'aria serena, quasi vulnerabile. Ogni fibra del suo corpo sembrava aver abbandonato l'ansia e il disagio che l'avevano stretta fino a pochi istanti prima.
Gabriel lasciò che lo sguardo vagasse distrattamente sulla stanza. Notò i pochi averi della ragazza, ordinati con una precisione quasi maniacale. I libri, disposti sulla piccola libreria, sembravano i suoi unici tesori. La maggior parte erano opere di letteratura e poesia. Oscar Wilde spiccava tra gli autori, ma ciò che attirò davvero la sua attenzione fu un libro di fiabe: Alice nel Paese delle Meraviglie.
Sorrise appena, immaginandola perdersi tra quelle pagine di fantasia. Poi tornò a guardarla. Eveline era ancora lì, immersa nella musica, con un'espressione che emanava una calma quasi contagiosa. Gabriel si appoggiò al muro, lasciandosi attraversare anche lui da quella sensazione di pace.
Quando la melodia terminò, Eveline prese un respiro profondo, come se stesse tornando alla realtà. Aprì gli occhi lentamente e, senza esitazione, restituì il cellulare a Gabriel. Il gesto lo sorprese. La maggior parte dei pazienti gravemente malati avrebbe resistito, trattenendo qualunque oggetto procurasse loro conforto. Ma Eveline sembrava diversa. Nonostante tutto, era consapevole.
Gabriel infilò il cellulare nella tasca del camice, riflettendo sulle informazioni che aveva letto nella cartella clinica. Eveline soffriva di attacchi di rabbia, ansia e panico. Eppure, non era particolarmente violenta. La sua rabbia si manifestava più attraverso il sarcasmo e l'ostilità, piuttosto che con azioni distruttive. Quella ragazza gli appariva come una persona dal passato spezzato, ma non irrecuperabile. Ci sarebbe voluta pazienza, tanta pazienza, per guadagnare la sua fiducia.
Con un tono delicato, Gabriel ruppe il silenzio.
"Sai suonare il pianoforte?"
Eveline voltò lo sguardo verso la finestra, fissando il cielo oltre le sbarre. "Sapevo suonare," mormorò in un sussurro, quasi parlando a se stessa.
"Sapevi?" ripeté Gabriel, cercando di incoraggiarla a continuare.
Lei lo guardò appena, sospirando profondamente. I piedi si muovevano lentamente tra le morbide lenzuola, mentre le gambe restavano incrociate. "Da quando sono qui, non ho più potuto suonare."
Gabriel si sporse leggermente in avanti. "Abbiamo un programma educativo in cui si possono suonare strumenti musicali, e–"
"Non mi hanno dato il permesso di partecipare," lo interruppe Eveline, questa volta guardandolo dritto negli occhi.
L'intensità del suo sguardo lo colpì. Non c'era rabbia, ma una frustrazione mista a rassegnazione che lo lasciò senza parole per un istante.
"Potremmo rivalutare la decisione," disse Gabriel dopo una breve pausa. "Ma solo se tu collaborerai."
"Collaborare?" chiese Eveline, sollevando un sopracciglio.
"Parla con me. Parlami di te. Dimmi a cosa pensi, come ti senti. Io sono qui per ascoltarti," spiegò con voce pacata, cercando di abbattere il muro che sentiva tra loro.
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Ventuno
FanfictionIntrappolata tra le mura asettiche di un ospedale psichiatrico, Eveline Carter vive giorni scanditi da una monotonia opprimente, dove il tempo sembra essersi fermato. Il pianoforte nella sala musica è la sua unica via di fuga, uno spiraglio di liber...
