La Gente del Vento

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Introduzione dell'autore:
Stavolta niente introduzione.

L'aria fredda gli inondò il viso, mentre gli zoccoli del cavallo percuotevano l'erba umida di rugiada del mattino.
La colonna si muoveva velocemente, percorsa dall'adrenalina, facendo slalom tra i moah'kai e i salici rampicanti. Ora si inerpicava sul sentiero scosceso, ora si infilava in un tunnel roccioso, ora si lanciava attraverso il bosco.
Joaqim rise, la brezza che gli scompigliava i capelli.
Ecco l'ultimo avvallamento. Il drappello si precipitò giù dalla discesa, superando la statua di Hu'nhar, e utilizzò l'impeto per risalire il versante opposto del monte. Si intrufolò per un pertugio tondo, sbucando dall'altra parte.
Dunque, si fermò.
Oltre l'uscita della grotta si apriva una spianata a forma di mezzaluna, grande abbastanza da contenere appena sei uomini e i loro cavalli, coperta di fili d'erba e fiori azzurri.
Su tre lati, le pareti della montagna salivano verticali ed imponenti, tempestate di rune e bassorilievi. Parecchie decine di metri più in alto si trovava il Nido, dove vivevano i Saggi.
Davanti a loro, invece, un dirupo scendeva altrettanto verticale per chilometri.
E là sotto stava, in tutto il suo splendore, la Grande Valle.
Joaqim scese da cavallo e, mentre gli altri si preparavano per la Cerimonia, camminò verso il burrone.
Si fermò proprio sul bordo, e respirò il cielo, guardando quei fiumi, quei boschi, quei colli, quei castelli, quei laghi, quei campi, quei villaggi che ormai conosceva così bene. Poi si voltò: gli altri erano quasi pronti.
Oggi era il giorno della Cerimonia, per il suo fratellino. Ricordava con nostalgia quando, cinque inverni prima, era toccato a lui.
Sorrise. Era un momento importante, per i giovani della Gente del Vento.
Quella mattina era il turno di Han'ku (il fratello di Joaqim) e di due altri ragazzi. Con loro erano saliti alla Radura della Luna due uomini del Vento che avevano già svolto la Cerimonia, ovvero lo stesso Joaqim e una ragazza di nome Lh'kae, e un Saggio che li accompagnava.
I tre ragazzi si erano vestiti con l'abito rituale: penne d'aquila azzurre nei capelli, piume di gufo e di falco intorno al collo e alle spalle, con lunghi strascichi di tessuto e di piume legati ai fianchi e ai polsi, torso scoperto, la tunica porpora decorata dei giovani iniziati intorno alla vita e alle gambe, tantissimi bracciali di cuoio e uno d'argento.
Joaqim e la ragazza girarono loro intorno, pitturandogli il volto con polveri azzurre e viola, mentre il Saggio intonava il Canto Delle Correnti. Poi Joaqim e Lh'kae si fecero da parte, e mentre il canto raggiungeva le note più grandiose, i tre iniziati si affacciarono sull'abisso. Il vento che dava il nome al loro popolo risalì la parete sollevando loro i capelli e facendogli svolazzare la tunica. Per un attimo Joaqim vide negli occhi di Han'ku la paura, ma fu un attimo molto breve, dunque tornò la determinazione. Ormai era grande, suo fratello.
Il canto raggiunse l'apoteosi. I tre ragazzi si guardarono negli occhi, tra l'ansia e l'eccitazione. Poi tornarono a fissare la Valle.
Quindi, si tuffarono.
Han'ku e i suoi compagni sfrecciarono giù, sempre più in fretta, verso uno sperone di roccia.
Pochi secondi prima dell'impatto, il ragazzo aprì le braccia. Le piume cerimoniali si dispiegarono come ali, gli strascichi si gonfiarono a modo di piccoli paracadute e la tunica si stese, come la coda di una macchina volante.
Con un rapido movimento di braccia, evitò la sporgenza. Il ragazzo volteggiò nel cielo, ora planando, ora scendendo in picchiata fra mille avvitamenti.
Joaqim sorrise ancora, vedendo sé stesso nel corpo del fratello che danzava nel vento, domando le correnti come si fa con un cavallo.
Vai, Han'ku.
Cavalca le nuvole.

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