È incredibile come il passare del tempo ci veda indossare i panni di qualcun altro totalmente diverso. Non sono solo le fattezze a cambiare, magari fosse così. Cambiano i nostri sentimenti, i nostri gusti, i nostri punti di vista sulle cose. Tra queste, i ricevimenti alla Martiniana.
Da piccola mi facevo sopraffare dall'entusiasmo ogni qual volta qualcuno si lasciava sfuggire "cena di gala". Rimanevo con la bocca aperta quando vedevo sfilare nell'androne donne dagli abiti lunghi e luccicanti, acconciature fin troppo elaborate e un portamento degno della Regina Elena. E allora immaginavo che, un giorno, anche io sarei riuscita a entrare alla villa da gran signora, con una pelliccia di visone attorno al collo e per mano un nobile gentiluomo.
Ma si sa, il cambiamento è sempre dietro l'angolo, specialmente se si è un'adolescente a cui vengono tarpate le ali. Fu perciò che, diventata abbasta grande da prendere coscienza che il mio principe azzurro si era perso nel bosco, notai che quella parata un tempo sfarzosa si era tramutata in una processione priva di solennità. Faceva quasi male notare come il tempo avesse, per così dire, baciato solo alcuni degli ospiti che si ostinavano a presentarsi a quegli eventi mondani, nonostante l'età e gli scandali. Così, affianco a uomini sempre più grassi e ben abbigliati, c'erano signori smilzi coi vestiti dai tagli démodé e le consorti dal volto incerato, vano tentativo di illudersi che gli anni non avessero marchiato anche la loro pelle. Patetico, ecco come sembrava. Uno spettacolo di ombre cinesi di cui noi non eravamo spettatori, bensì macchinisti. Era dei domestici il merito dell'eventuale riuscita della serata, malgrado Romeo si limitasse ad addossarci la colpa di ogni fallimento. Dietro a un semplice banchetto, infatti, c'era sempre chi aveva consacrato le proprie giornate alla sua organizzazione e preparazione. A che scopo, poi? Sperare che l'ingegner Spinelli gradisse il maialino in crosta tanto quanto a noi piacevano le frittole, le parti meno nobili del suino lasciate bollire nella caddara. Forse a noi sfuggiva il senso di tutto ciò, sembrava tutto un groviglio di persone senza alcuna logica. Ma, come nelle ombre cinesi, tutto assume valore, se lo si osserva dall'altra parte.
Mentre gli ospiti se la prendevano comoda nel finire il proprio pasto, al piano di sotto noi ci stavamo ristorando con curcuci spalmati sul pane caldo che aveva portato Giuseppa la mattina da Pellegrina. Fin dal suo ritorno alla villa, aveva stampato sul viso un sorrisetto malizioso che non ero ancora riuscita a interpretare. Non osava nemmeno addentare la sua fetta di pane, che se ne stava coricata sul piatto aspettando che qualcuno la prendesse tra le mani. A quell'aria sognante preferivo il suo solito sguardo perso, che almeno giustificavo con la sua svampitaggine.
Le punzecchiai il gomito, aspettando la sua reazione. Il modo in cui si voltò dalla mia parte e allargò il già presente sorriso non solo deluse le mie aspettative, ma riuscì a irritarmi definitivamente. Le tirai un'ulteriore gomitata, più forte, alla quale non avrebbe potuto rimanere indifferente.
«Uh», si lasciò sfuggire. Non sopportavo le finte tonte, avrei preferito che mi vomitasse addosso qualsiasi stupidaggine le stesse passando per la mente. Dato che, però, era intenzionata ad alimentare il mistero che si celava dietro a quell'insopportabile sorrisetto, fui io a incitarla a parlare.
«Si può sapere che hai?». Girò gli occhi in tutte le direzioni per accertarsi che nessuno fosse in ascolto; gesto ridicolo, visto che il resto della servitù aveva cominciato a giocare a cucù. Perfino Sebastiano, l'unico che si sarebbe potuto interessare alle parole di Giuseppa, era fin troppo attratto dalle sue carte per degnarla di uno sguardo.
La vidi avvicinarsi al mio orecchio. «Credo di piacergli, Marì» sussurrò per poi tapparsi la bocca con le mani, nemmeno avesse rivelato un segreto di Stato.
«Ma chi?» dissi addentando la fetta di pane. Tante storie per una cottarella? Mi detestai un po' per aver dedicato la mia attenzione a una questione di tale futilità.
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Amaranto
Historical FictionMaria è solo una bambina quando, da una delle finestre della maestosa Martiniana, guarda impotente Antonino, il suo compagno di giochi, lasciare la villa senza neppure un ultimo saluto. Il rancore accompagna gli anni che seguono: attraversa il terre...
