Tre

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"È ho capito che il mondo
lo vivo così.
Con la faccia distrutta
quando è Lunedì "
Ipocondria, Ultimo

🌙

«Mamma, vado a scuola, ciao!» urlo al volo mentre afferro lo zaino.

Sono in ritardo. Tardi. Tardissimo. Non so nemmeno se riuscirò ad arrivare in tempo.

«Non fai colazione?» mi chiede mia madre dalla cucina.

«No no, non importa! Non ho tempo. Ci vediamo dopo, ciao!»

Scendo le scale a due gradini alla volta, cercando di non rompermi l'osso del collo.

Una volta fuori, succede l'imprevisto del giorno: faccio schiantare una bici contro un albero.

Ero in corsa, dovevo svoltare a sinistra ma i cespugli e gli alberi lungo il marciapiede coprivano completamente la visuale. Giro l'angolo... e mi trovo faccia a faccia con una bicicletta.

Il ragazzo sopra, per non travolgermi, sterza bruscamente a destra (che per me è sinistra) e BAM, la bici finisce dritta contro un albero.

«Scusa!» grido al volo, senza nemmeno potermi fermare. E corro via come se non fosse successo nulla.

Spero solo che stia bene.
O almeno che non mi abbia riconosciuta.
_______

Arrivata.

Sto salendo le scale.
Ogni gradino è un colpo al petto, come se il cuore volesse risalire per conto suo.
Mi ripeto che devo restare calma.
Ma lo so già: non ci riuscirò.

La fortuna, oggi, ha deciso di dormire.
E forse sogna di prendermi in giro.

«Hey piccoletta, che fai? Scappi da qualcuno?»
La voce mi punge le spalle prima ancora che possa voltarmi.
Rick.
Il migliore amico di Joel.
Il suo braccio destro, il complice silenzioso.
Quello che ride sempre alle sue battute sbagliate.
Quello che sa, eppure finge.

Mi volto appena, quanto basta per non sembrare impaurita. Anche se lo sono.
Eccome se lo sono.

«Va male. Sono in ritardo. Fammi passare» sussurro, stringendomi nelle spalle.

Provo a superarlo, ma lui non si sposta.

«Credo proprio di no» risponde. La sua voce è morbida, tranquilla, quasi educata. Eppure... c'è qualcosa che graffia.

In quel momento mi maledico.
Per non aver fatto colazione.
Per non essermi svegliata prima.
Per non essere rimasta a casa.
Per non essere stata investita da quella bici.
Sì, ecco. Avrei preferito finire sotto le ruote.
Almeno avrei avuto un livido, un motivo, una scusa.
Qualcosa di concreto, che facesse più male fuori che dentro.

E invece sono qui.
A due passi dalla classe, ma lontanissima dalla pace.

«Joel, prendi lo zaino.»

Joel?
Da quanto... da quanto era lì?
Possibile che non me ne sia accorta?

Mi volto di scatto.

Lui è lì. Più vicino di quanto pensassi.
Mi guarda. Gli occhi fermi, vuoti, come se fosse tutto normale.

Poi allunga una mano, afferra lo zaino dalle mie spalle con un gesto secco.

«Mi dispiace», dice. Ma il tono è ironico, lontano anni luce da qualsiasi forma di empatia.
Guarda Rick con uno sguardo d'intesa. Quello di chi sa esattamente cosa sta per succedere.

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