L'uccello dal becco giallo la scrutò inclinando il capo, come per valutarla da un diverso punto di vista. L'ispezione non dovette soddisfarlo, poiché arruffò le lucide penne nere, drizzò la testa e spiccò il volo chioccolando contrariato.
- Scusa! - gli gridò dietro Shamira, in equilibrio su un ramo, seguendolo divertita con lo sguardo.
- Non distrarti, se non vuoi cadere di sotto - le diede voce Tavish dalla scala su cui era arrampicato.
La ragazzina guardò in basso cercando il suo sguardo apprensivo e gli sorrise.
Accantonata la brutta esperienza del loro arrivo, nel giro di pochi giorni Shamira si era sentita come nel giardino incantato del dio Krun. Nella valletta riparata dai primi rigori dei venti autunnali, il sole manteneva il clima ancora mite.
Per la notte si erano sistemati nella parte superiore di un vecchio fienile. Per loro ci sarebbe stato posto anche nella camerata di tutti i lavoranti, ma c'era qualcosa lì dentro che metteva profondamente a disagio il suo amico.
- Mi-mi dispiace. Non ci riesco... - aveva ansimato con voce rotta, dopo essere praticamente fuggito fuori dal locale rumoroso pieno di gente.
- No importa! Cerchiamo posto tutto per noi. Anche io preferisco! - aveva tentato di rassicurarlo, cercando di nascondere il turbamento che le dava la sua angoscia.
Ma fu tra i rami spinosi dell'aranceto che sì scoprì leggera e agile come un lemure, capace di arrampicarsi sin sui rami più alti e sottili senza bisogno di scale o sostegni, suscitando le occhiate corrucciate di Tavish. Si stava bene lassù, in compagnia solo degli uccelli e dei propri pensieri.
E poi alla mensa aveva conosciuto Tasha.
Quando la nave, che l'aveva trasportata in quella terra inospitale, aveva scaricato sulla banchina del porto di Triana il suo carico di carne umana, lei e i suoi compagni di viaggio erano stati separati come un gregge di capre al mercato. Che fine avessero fatto i ragazzi sopravvissuti del suo villaggio le era ignoto. Lei era stata spintonata su un carro e condotta con un gruppo di sconosciuti sino alle brulle colline coperte di ulivi. La reciproca diffidenza e la scarsa conoscenza della lingua, oltre al regime di paura cui erano sottoposti, le avevano impedito distringere amicizia con i ragazzini dell'accampamento.
A Gola Secca, invece, era stata Tasha a rivolgerle la parola. Era una giovinetta dal musetto paffuto cosparso di lentiggini, incorniciato da una ribelle capigliatura color rame. Come figliastra del capo sorvegliante, godeva di qualche piccolo privilegio e le era concesso quel minimo di libertà che le consentiva di aggirarsi per la piantagione come più le piaceva. Erano le uniche due ragazzine in un campo pieno di adulti. Incontrarsi e diventare amiche fu una sorta di reciproco istinto disopravvivenza. Nelle brevi pause concesse dal lavoro, Tasha condivideva con lei piccoli segreti e confidenze. La veniva a trovare durante la pausa di mezzogiorno oppure la sera, nel loro rifugio del vecchio fienile, magari portando qualcosa di buono sottratto lestamente dalle cucine.
Tavish si teneva discretamente in disparte, vegliando senza interferire, rifiutando di volta in volta di profittare delle focaccine o dei biscotti ancora caldi. Che le due piccole amiche potessero godere almeno per un poco della reciproca compagnia senza essere disturbate, si ripeteva sorridendo al loro fitto chiacchiericcio, sonnecchiando tra la paglia profumata.
Ma altri occhi spiavano quei giochi innocenti.
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La Ragazza che veniva dal Mare #wattys2023
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