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Qualche mattina dopo prendo la bici come al solito per andare a scuola, non ho dormito molto per aver cercato di studiare il più possibile e perciò sono più distratto del solito, ma non ci do troppo peso. Purtroppo.
Mi avvio lungo le curve in pendenza allontanandomi da casa, le ruote prendono velocità ma non me ne accorgo, troppo perso a fissare con occhi vuoti la strada davanti a me, e alla fine inciampo su qualcosa che mi fa bloccare di colpo e cadere a terra sotto la bicicletta.
Mi rendo conto di tutto solo quando sbatto contro il suolo, cercando di realizzare la situazione e svegliarmi da quella paralisi, agevolato dal dolore proveniente da tutto il lato sinistro che mi riporta alla realtà.
Mi rialzo a fatica e continuo il mio percorso portando la bici di lato, troppo spaventato di salirci ancora, finendo per fare tardi ancora.
Non do molto peso nemmeno a questo.
Durante la mattinata sono ancora distratto, dall'accaduto e dalla stanchezza costante, ma cerco di far finta di nulla: ormai dovrei esserne capace.
Non ne parlo con Kageyama, anche se non sembra convinto quando gli dico di star bene e sento il suo sguardo perennemente su di me per tutte le lezioni.
Quando penso di avergli tolto ogni dubbio, commetto un grandissimo errore che gli fa subito spostare di nuovo l'attenzione su di me: mi cambio dandogli il lato ferito, senza rifletterci, non ricordando nemmeno di dovermi controllare i segni della caduta.
Ma lo fa lui al mio posto.
<<Che hai fatto qui? Hai tutto il fianco e il braccio graffiato>>
Provo ad inventarmi una scusa, ma fallisco profondamente.
<<Nulla, mi sono grattato>>
<<È un po' troppo per esserti solo grattato...>> riflette preoccupato, sgranando poi gli occhi mentre mi prende la mano <<ti ha fatto male qualcuno?>>
<<No, no>> lo rassicuro subito.
Solo un idiota che non guardava dove andava, ecco chi.
<<Che è successo?>> chiede ancora in ansia e cedo con un sospiro.
<<Sono caduto in bici, non è nulla...>> spiego tenendo lo sguardo basso, vergognandomi di raccontarlo.
Lui sembra calmarsi un po', ma non smette di fissarmi in apprensione.
<<Com'è successo?>>
<<Non so, penso ci sia un guasto ai freni, mi si è bloccata di colpo>> rispondo raggirando la questione, non volendo ammettere la mia stupidità.
Lui sembra crederci e mi raccomanda di sistemarla al più presto, tenendomi d'occhio per tutto l'allenamento in cui fatico a dare il massimo.

Qualche giorno dopo però, quando nemmeno credo che possa ricordare l'accaduto, la barriera di quella bugia inizia a sgretolarsi.
Da allora sono sempre venuto a piedi a scuola, timoroso che possa accadere di nuovo un incidente simile o peggiore, e senza saperlo lui ha notato tutto.
<<Piccolo, posso parlarti?>> mi chiede la mattina tra una lezione e l'altra, facendomi subito accettare per quel nomignolo che sa piacermi così tanto; probabilmente l'ha fatto apposta.
<<Certo, che c'è?>>
<<È successo qualcosa alla bici?>> chiede prendendola alla larga, ma so già dove vuole arrivare, così mi affretto a rispondere con un'altra scusa.
<<È ad aggiustare, per quel problema>>
Lui mi guarda annuendo piano, ma sono certo che stia per ripartire con un'altra domanda.
<<Sei sicuro non ci sia altro per cui non la stai più prendendo?>>
Lo osservo per un attimo, poi sposto lo sguardo con un lieve sospiro, arrendendomi completamente.
<<Non sono caduto per i freni, ero solo distratto... e ora ho paura di prenderla>> ammetto in un sussurro continuando a fissarmi le gambe.
<<Piccolo... mi dispiace, potevi dirmelo, non c'è nulla di sbagliato>> mormora dolcemente abbassandosi accanto a me, cercando inutilmente di incrociare il mio sguardo.
<<È imbarazzante... sono solo stupido>>
<<No che non lo sei>> mi interrompe subito lui, prendendomi le mani, e inizio a piangere senza rendermene conto.
<<Può succede amore, solo perché c'è una difficoltà non significa che sei complicato tu>> aggiunge accarezzandomi la guancia per asciugarmi le lacrime.
Io rimango in silenzio, limitandomi a chiudere gli occhi, non volendo confessare ciò di cui sono davvero convinto.
Non sarebbe affatto piacevole.
<<Ci sono io con te, mh? Possiamo risolvere tutto insieme>>
<<Non si può risolvere...>> sussurro trattenendomi ancora dal rivelare completamente il mio pensiero.
<<Si può invece, che ne dici se ne parliamo con calma e poi con qualcuno?>> propone con un sorriso calmo, continuando a scorrere le dita sulle mie guance.
Avrei voluto subito negare, dire di star bene e che in fondo non era nulla di che; ma inizio a rendermi conto quanto tutto ciò mi limiti e faccia diventare tutto incredibile difficile.
Quindi, per mio stesso stupore, accetto.
<<Va bene>> mormoro annuendo piano, cercando di calmarmi.
E per la prima volta penso anche che possa davvero risolversi.

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