Capitolo trentaduesimo

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Certamente quell'uscita non fu l'unica causa del suo malessere, infatti l'inverno passato a Chalfont St. Giles, come credo anche qui a Londra, fu uno tra i più freddi e rigidi e seppi che fece numerose influenze. La piccola Sophie si prese una forte febbre e, ancor peggio, una grave polmonite; stette a letto notte e giorno, ed il medico di paese ci faceva visita ogni pomeriggio, senza mai rassicurarci sulle sue condizioni.

Mi sembra ancora di vederla, quella poveretta! Se ne stava pallida come un morto tra le coperte del letto, tremante, a respirare con straziante fatica e a tossire con dolore; eppure, vi giuro, non si lamentò mai, mostrando una forza d'animo davvero invidiabile per una bambina della sua età. Al suo capezzale vi erano entrambi i genitori, uno nel lato destro del letto e l'altro nel sinistro; e non vi è da stupirsi che la piccoletta cercò più il supporto e la mano del padre anziché quella della madre, cosa che contrariò molto la signora Victoria, che si mosse subito in una smorfia quando il suo tocco venne ignorato pur senza malizia.

«Andrò nella casa del Signore, papà?» domandò la piccola con voce sospirante, ad un certo punto, tenendo stretta la presa sulla mano più grossa del padre, mentre il suo piccolo petto si alzava e abbassava a rilento sotto alle coperte. Il signor Vincent serrò le labbra, con il viso divorato dalla disperazione, e non le volle dare risposta per paura che sarebbe andata via per davvero, le strinse invece la mano con più forza. Credo che la piccola Sophie, solamente guardandolo negli occhi lucidi, ne capì la risposta. Era una bimbetta intelligente.

«Non sprecare fiato a parlare, bambina mia, devi pensare a riposare.» la rimproverò la madre, rimanendo al suo fianco col suo viso austero e composto.

La piccola non le diede ascolto, «Ho freddo...» mormorò mentre i suoi occhietti facevano fatica a rimanere aperti. Il signor Vincent si premurò subito di alzarle meglio le coperte. «Però non devo avere paura...» aggiunse sibilando, facendo poi dei colpi di tosse così forti da farle salire del sangue, «Il Paradiso è un bel posto, non è vero, papà? Là potrò giocare?» domandò con sempre più fatica, mentre il suo viso andava ad impallidirsi più di quanto già non fosse.

Il signor Vincent si corrucciò con la schiena addolorato e tremante, portando con entrambe le mani quella fredda della piccola sul proprio viso ricoperto di lacrime. «Potrai giocare quanto vorrai, e sarai piena di forze e salute» le rispose a denti stretti, sofferente.

La bambina sorrise col suo visetto angelico e gentile, pallido e sudato, e illuminato dalla luce della candela a fianco del suo letto. «Grazie, papà» disse come se fosse stato lui a concederle il permesso di andare, «Un giorno mi piacerebbe ancora giocare con te... e magari, anche con la mamma...» concluse a voce sempre più bassa.

Quelle furono le ultime parole della piccola Sophie; quella povera e buona creaturina si spense con la mano ancora unita a quelle del padre, provocandogli un dolore fatale nel cuore. La signora Victoria invece si morse le labbra impetuosa, e per la prima volta le vidi gli occhi lucidi anche a lei per qualcosa che non riguardava solo la propria persona; si alzò in piedi ed uscì dalla stanza a passo rapido, lasciando la porta spalancata dietro sé.

Il signor Vincent rimase nella camera a piangere calde lacrime di dolore, continuando a stringere a sé la mano fredda della sua piccoletta; ed io restai in disparte a osservarlo, senza nessuna parola abbastanza buona e giusta da dire per consolarlo. Fu uno scenario terribile, e l'ennesima disgrazia successa al mio padrone; in cuor mio mi chiedetti se sarebbe riuscito a superare anche quello, l'addio all'unica fonte di felicità che gli era rimasta, e quali nuove violente emozioni sarebbero potute nascere in lui. Oh, e quanto soffrii anch'io per la perdita della mia beniamina, visto che l'avevo cresciuta con tutto l'amore che avevo, come se fosse una nipote; mi si stringe ancora il cuore a pensarci, povera cara!

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