Se c'era una cosa che Griffin aveva imparato dagli innumerevoli rewatch di Jurassic Park a cui Del lo aveva costretto nel corso degli anni, era che se per caso ti trovavi di fronte a un T-rex, dovevi restare assolutamente immobile. Era l'unico modo perché lui non ti vedesse e non ti divorasse usando le tue ossa come stuzzicadenti.
Non credeva che un'informazione del genere gli sarebbe mai servita nella vita, considerata l'attuale scarsità di dinosauri nella sua zona. Ma in quel momento, nel vedersi bloccato in una diatriba famigliare che aveva tutto il potenziale per sfociare in catastrofe, si ritrovò a pensare che se quella tecnica funzionava con i dinosauri magari avrebbe funzionato anche col padre di Alistair: forse se Griffin fosse rimasto totalmente, perfettamente immobile, facendosi piccolo piccolo senza nemmeno respirare, lui non si sarebbe accorto della sua presenza.
Da come Alistair gli aveva descritto suo padre e il suo lavoro da archeologo, Griffin si era immaginato qualcuno più o meno all'Indiana Jones, una sorta di intellettuale da sala da tè ma anche un avventuriero, qualcuno che avrebbe potuto tranquillamente sopraffarti in un combattimento corpo a corpo mentre enumerava tutti i faraoni che si erano succeduti sul trono dell'Antico Egitto.
Non si era sbagliato.
L'uomo che si trovava davanti aveva una corporatura chiaramente intimidatoria, del genere che avrebbe fatto comodo a suo padre tra le forze dell'ordine: era notevolmente abbronzato, molto più di Alistair, cosa che faceva risaltare ancora di più l'azzurro quasi celeste dei suoi occhi e il lieve grigiore dei suoi capelli lungo le tempie. Non c'erano rughe sul suo volto, tranne quelle del riso appena accennate agli angoli della bocca.
Ma adesso non stava sorridendo affatto: le sue labbra erano serrate in una linea sottile, le braccia incrociate al petto, e gli occhi celesti gelidi come ghiacciai, fissi sul figlio, in attesa.
«Papà, cosa... che... cosa ci fai qui?» balbettò Alistair, mescolando incredulità e allarme in un'unica domanda sconnessa.
«Sono io che dovrei farti questa domanda, Alistair», rispose severamente lui. «Hai una vaga idea di quanto ci hai fatto preoccupare?»
Il ragazzo aprì la bocca più volte, tentando di articolare una frase che avesse senso. Fece per alzarsi in piedi salvo ricordarsi all'ultimo che non poteva, e si lasciò ricadere sulla sedia con un sospiro.
«Io non... non era mia intenzione.»
«Oh, io penso che fosse esattamente tua intenzione, invece.» La voce del signor Moon era controllata, e se possibile ciò lo rendeva ancora più spaventoso. Sembrava la personificazione del secondo che precedeva l'eruzione del vulcano. Questi fece un passo avanti, parandosi di fronte al figlio. «Non hai risposto alla mia ultima chiamata, così ho pensato di telefonare a tua madre per chiederle se ti stavi trovando bene qui insieme a lei. Immagina la mia sorpresa quando mi sono sentito rispondere che non aveva idea di cosa stessi parlando, che a casa sua non ci eri mai arrivato, che pensava che il tuo arrivo fosse programmato tra due settimane.»
Suo malgrado, a quelle parole Griffin strabuzzò gli occhi e alzò la testa di scatto. Aspetta, cosa? La madre di Alistair si trovava lì in città? Ma allora perché al loro primo incontro lui gli aveva detto di non avere nessuno da cui stare?
Alistair era chiaramente a un passo dall'attacco di panico: lo vide spostare lo sguardo da suo padre a lui e viceversa, cercando di stabilire con chi chiarirsi per primo. Griffin avrebbe tanto voluto sapere che diavolo stava succedendo.
«Sentite, io... posso spiegare,» disse infine, rivolto a entrambi.
Suo padre inarcò un sopracciglio, come per invitarlo a parlare. Ma Alistair, invece, si voltò lentamente verso Griffin, le labbra distorte in una smorfia contrita come preparandosi a ricevere un pugno. «Mi dispiace. Quando ti ho detto che non avevo nessuno da cui andare, io... ho mentito. Mia madre vive qui, dall'altra parte del lago, e il vero motivo per cui ho lasciato il Cairo è perché dovevo stare da lei per qualche settimana.»
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La Canzone del Silenzio
Fiksi RemajaGriffin Lockhart non parla mai. Né, tantomeno, esce mai dal suo piccolo villaggio. Ha trascorso la sua vita a confondersi con lo sfondo: un semplice adolescente solitario amante della musica, che preferisce la compagnia di un bel romanzo di mistero...
