Il tempo scorre lento tra i corridoi di Hogwarts, mentre l'autunno si dissolve nel gelo dell'inverno. Le giornate si accorciano e la neve si posa come un manto soffice sulle guglie e i cortili del castello. L'aria è densa di magia e del profumo di legno bruciato, mentre il Natale si avvicina e le decorazioni dorate e scintillanti trasformano ogni angolo in un paesaggio da fiaba. Eppure, non per tutti questo periodo porta gioia.
La maggior parte degli studenti si prepara a tornare a casa, lasciando dietro di sé aule deserte e dormitori silenziosi. Io e Tom, però, abbiamo deciso di restare. Così, mentre gli altri partono uno dopo l'altro, restiamo soli, in un castello che improvvisamente appare troppo grande e silenzioso.
Le serate scorrono lente. La neve cade fuori dalle finestre, coprendo il paesaggio con una luce irreale. Io e Tom passiamo il tempo insieme, spesso senza bisogno di parole. Nella Sala Grande, ora quasi vuota, ceniamo a una lunga tavolata apparecchiata per i pochi rimasti. Le candele fluttuano nell'aria con la loro luce calda, riflettendosi negli occhi scuri di Tom mentre studia una scacchiera con la solita, imperturbabile espressione.
"La scuola sembra diversa durante le vacanze," osservo, lasciando scivolare lo sguardo sui festoni dorati e sulle luci tremolanti.
Tom solleva appena lo sguardo dai pezzi sulla scacchiera. "Diversa, sì. Ma non necessariamente migliore," risponde con tono misurato. C'è una rigidità nella sua voce, come se il concetto stesso del Natale fosse per lui qualcosa di distante, irrilevante.
Non insisto. Con un gesto sicuro, muovo il mio pezzo sulla scacchiera. "Scacco matto."
Per un istante, la sua maschera di impassibilità si incrina. Un lampo di sorpresa attraversa il suo volto, subito sostituito da qualcosa di più raro: un accenno di sorriso. "Non me l'aspettavo. Hai giocato bene, Lilibeth."
Trattengo la soddisfazione nella voce mentre rispondo: "Grazie. Battere Tom Riddle non è un'impresa da poco."
Un suono inaspettato interrompe il nostro momento. Una voce eterea, melodiosa, sussurra nel silenzio della Sala Grande. Mi irrigidisco e incontro lo sguardo di Tom. "Hai sentito anche tu?"
Lui annuisce, i suoi occhi si stringono in una fessura mentre si concentra sulla direzione da cui proviene il suono. "Andiamo a vedere."
Ci alziamo e percorriamo i corridoi deserti, guidati da quella voce ipnotica che sembra chiamarci. Le torce lungo le pareti emettono una luce tremolante, allungando ombre distorte sul pavimento di pietra. Il canto ci conduce fino a una porta socchiusa, in un'ala poco frequentata del castello. Tom si ferma per un istante, poi spinge lentamente la porta, rivelando l'oscurità oltre la soglia.
All'interno della stanza, l'unico oggetto presente è uno specchio antico, massiccio, incorniciato da intagli elaborati. La sua superficie sembra vibrare alla flebile luce delle torce.
"È solo uno specchio," sussurro, ma il mio stesso tono di voce tradisce l'incertezza.
Tom avanza senza esitazione. "No, non è solo uno specchio."
Mi avvicino cautamente, il cuore che batte più forte. Quando alzo lo sguardo verso la superficie lucida, il sangue mi si gela nelle vene. Il riflesso non è il mio. Vedo un'immagine distorta, ombre che si muovono attorno a me, figure indistinte che sussurrano parole incomprensibili. Un calore innaturale mi avvolge, mentre un sibilo sottile si insinua nella mia mente.
"Sangue."
Un brivido mi attraversa la schiena e mi aggrappo al braccio di Tom. "Non voglio restare qui."
Lui rimane immobile per un lungo istante, gli occhi fissi nello specchio come se cercasse di decifrare un messaggio nascosto. Poi, con un'espressione tesa, si volta verso di me. "Andiamocene."
Mi prende per mano e ci allontaniamo in fretta, lasciandoci alle spalle lo specchio e il suo inquietante mistero. Ma mentre la porta si chiude dietro di noi, non posso fare a meno di sentire che qualcosa—o qualcuno—ci sta ancora osservando.
Nella sala comune di Serpeverde, il fuoco nel camino danza silenzioso, proiettando ombre tremolanti sulle pareti di pietra. Il crepitio delle fiamme è l'unico suono a rompere il silenzio che grava tra me e Tom, un silenzio carico di pensieri inespressi e inquietudini che non osiamo confessare.
Continuo a ripensare a ciò che ho visto nello specchio. L'immagine si ripresenta nella mia mente con una nitidezza spaventosa: figure indistinte, la sensazione di calore, quel sussurro sibilante. "Sangue." Quella parola continua a echeggiare dentro di me, come un veleno che si insinua lentamente nella mia coscienza. Ma più cerco di darle un senso, più mi sfugge.
Alzo lo sguardo verso Tom. È seduto sulla poltrona accanto al camino, il volto parzialmente illuminato dalla luce ambrata del fuoco. Il suo sguardo è perso nei bagliori delle fiamme, le sopracciglia leggermente aggrottate in un'espressione pensierosa. Non so cosa abbia visto lui nello specchio, ma so che lo ha turbato. E se qualcosa riesce a turbare Tom Riddle, allora deve essere qualcosa di terribile.
"Tom," dico infine, con voce bassa ma ferma. Lui solleva lentamente lo sguardo su di me. "Non voglio dormire da sola stanotte. Non dopo... quello."
Ho paura che possa giudicarmi debole, che possa vedere la mia richiesta come un segno di fragilità. Ma per qualche ragione, non mi importa. Ho bisogno di sentire che non sono sola.
Tom mi osserva per un lungo istante. Nei suoi occhi c'è qualcosa di indecifrabile, una riflessione silenziosa che lo trattiene dal rispondere subito. Poi, con una calma quasi inquietante, annuisce. "Va bene," dice semplicemente. "Puoi restare nella mia stanza."
Mi alzo senza fare rumore e lo seguo lungo il dormitorio deserto. I corridoi sono immersi in un silenzio innaturale, rotto solo dal lontano gocciolio dell'acqua sulle pareti umide. Il nostro cammino è lento.
Quando entriamo nella sua camera, il senso di vuoto è palpabile. Il letto degli altri ragazzi è perfettamente rifatto, segno che non c'è nessuno oltre a lui. L'aria sa di pergamena, cera e qualcosa di indefinibilmente suo. Tom mi indica il letto accanto al suo, ma io esito sulla soglia.
"Posso restare qui... vicino a te?" domando, la voce appena più di un sussurro.
C'è un momento di silenzio in cui temo di aver detto troppo. Poi Tom inclina leggermente la testa, studiandomi con il suo sguardo analitico, come se stesse valutando la mia richiesta. Infine, senza dire nulla, si sposta leggermente, facendo segno di sedermi accanto a lui.
Mi avvicino con cautela, sentendo il battito del mio cuore accelerare. Ci sistemiamo contro i cuscini, l'uno accanto all'altra, avvolti solo dalla luce fioca del camino. Per la prima volta, vedo Tom senza la sua maschera di sicurezza assoluta. Il fuoco illumina il suo profilo con delicatezza, rendendolo quasi umano, ma c'è ancora quella stessa ombra nei suoi occhi.
"Non c'è nulla di cui avere paura, sai?" dice infine, la sua voce bassa e ipnotica. "La paura ci rende deboli. Dobbiamo affrontarla."
Le sue parole hanno un peso, come se contenessero un significato più profondo. Lo osservo per un attimo, cercando di capire cosa voglia dire davvero. Forse non si riferisce solo allo specchio.
Annuisco piano, anche se non sono sicura di crederci davvero. Il calore del fuoco mi avvolge, e la presenza di Tom, così vicina, è in qualche modo rassicurante. Forse non per le ragioni giuste, ma in questo momento non ha importanza.
Chiudo gli occhi, lasciandomi trasportare dal sonno che finalmente mi reclama. "Buonanotte, Tom," mormoro, la voce ormai debole.
Lui non risponde subito, e per un attimo penso che non lo farà. Poi, appena udibile, la sua voce si insinua nel silenzio.
"Buonanotte, Lilibeth."
C'è qualcosa nel modo in cui lo dice, qualcosa di insolito. Quasi... protettivo. Ma nel suo tono c'è anche un'altra sfumatura, più oscura, più profonda. Qualcosa che mi fa sospettare che questa sia solo la calma prima della tempesta.
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La figlia del diavolo
FanfictionLilibeth Morning cresce in orfanotrofio con Tom Riddle. A Hogwarts le loro opinioni si separano, ma non i loro cuori. ‼️in revisione
