Quando rientro nella nostra stanza, il silenzio che mi accoglie è carico di una tensione palpabile. Le mie compagne di stanza e fedeli Mangiamorte, sono tutte visibilmente preoccupate. I loro sguardi ansiosi e le espressioni tese tradiscono la loro preoccupazione, ma non c'è nulla che possa prepararle alla realtà di ciò che è appena accaduto.
"Lilibeth," inizia Lucretia, la sua voce che vibra di preoccupazione. "Sei tornata. Cosa è successo alla riunione? Perché ci guardi con quegli occhi? Cos'è successo?"
Faccio un passo indietro, consapevole di come la mia presenza possa suscitare domande e sospetti. Il peso della riunione è ancora sulle spalle, la tensione è troppo forte, e non riesco a nascondere completamente la mia inquietudine. Cerco di compormi, ma le parole sembrano sfuggirmi.
"È stata una riunione difficile," rispondo infine, cercando di mantenere il tono neutro, ma non riesco a non tradirmi. Il mio respiro è leggermente affannato, ma continuo a mantenere il controllo. "Ma non preoccupatevi, sto bene."
Araminta, che è sempre stata una delle più comprensive e solidali tra di noi, si avvicina e posa una mano sulla mia spalla. Il suo tocco è caldo e rassicurante, ma i suoi occhi sono pieni di domande. "Se hai bisogno di parlare," dice con calma, "siamo qui per te. Nessuna di noi ti giudicherà. Sei una di noi."
Mi sento sollevata dalla sua offerta, ma la risposta che desidero non è semplice. Non sono ancora pronta a spiegare la mia ansia, la sensazione che mi attanaglia il petto, quella paura silenziosa che sembra avvolgermi come una nebbia oscura. Per ora, preferisco tacere. Mi siedo sul letto, posando le mani sulle ginocchia, cercando di tranquillizzarmi.
Il marchio, quello stesso marchio che brucia sulla mia pelle, è come un ricordo costante e indissolubile. Con movimenti lenti e quasi impercettibili, porto la mano al braccio destro, là dove la pelle è segnata in modo indelebile. Le dita scorrono lungo le linee del marchio nero, quasi a cercare una risposta a domande che non sono mai riuscita a formulare ad alta voce. Il marchio pulsa, come se avesse una vita propria, e il suo dolore è un costante promemoria di ciò che sono diventata.
Lucretia, Araminta e Harfang, non distolgono lo sguardo, anche se posso percepire il loro turbamento. Mi osservano, e sono sicura che si pongano mille domande su ciò che questo segno significa per me, sulla mia lealtà, sulla mia identità. Non so cosa pensano, ma so che non osano chiedere.
"Ti fa ancora male?" chiede Araminta, la sua voce è quasi un sussurro. È evidente che le interessa davvero, e il suo sguardo è pieno di compassione.
Annuisco, anche se il dolore non è tanto fisico quanto emotivo. "Sì," ammetto, lasciando che la mia voce tradisca la fatica che provo. "Ma è qualcosa con cui devo fare i conti. È la mia condanna."
Lucretia non sembra affatto sorpresa da questa affermazione. È una delle più ambiziose tra di noi, e la sua ammirazione per il potere di Lord Voldemort è evidente in ogni parola che pronuncia. "Alphard dice che il Marchio Nero è un privilegio riservato ai più fedeli, ai più fidati," osserva, il suo tono quasi ammirato. "Solo il Signore Oscuro concede un simile onore. Ma non è solo un segno, è un legame. Un controllo."
"Lord Voldemort non si fida di nessuno," aggiunge Harfang, il suo volto serio e impassibile. "Tutti noi siamo una pedina nel suo gioco. Anche tu, Lilibeth."
Il mio sguardo si fa più duro, ma dentro di me c'è solo incertezza. Non riesco a dare un senso a tutto questo. La mia ribellione, la mia indole irrequieta, mi hanno sempre spinto a sfidare l'autorità di chiunque, eppure questo marchio, simbolo di sottomissione, mi è stato impresso senza che avessi avuto voce in capitolo.
"Mi stupisco che te l'abbia dato," continua Araminta, un'espressione perplessa sul volto. "Sei sempre così... imprevedibile. Perché avrebbe dovuto darti il marchio? Non lo capisco."
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La figlia del diavolo
FanfictionLilibeth Morning cresce in orfanotrofio con Tom Riddle. A Hogwarts le loro opinioni si separano, ma non i loro cuori. ‼️in revisione
