Attraversai il corridoio principale come se mi appartenesse. Il ritmico tacchettare delle mie Louboutin rosso fuoco eccheggiava contro le pareti come un potente richiamo. L'aria era impregnata del profumo di caffè fresco proveniente dalla caffetteria poco lontana, un aroma avvolgente che sembrava amplificare la mia aura. Ogni sussurro, ogni occhiata, erano per me, quasi palpabili, come una carezza di approvazione che scivolava delicatamente sulla mia pelle. La mia presenza si propagava come un'onda che alterava l'atmosfera. Ero la regina indiscussa del mio regno personale, la dea a cui tutti si inchinavano, anche se non osavano ammetterlo. Ogni sguardo lanciato di sbieco modellava il mondo attorno a me, un costante promemoria del mio potere.
«Becca.»
Accelerai il passo nell'udire la voce di London. Che nome stupido da dare a una bambina. Chi darebbe alla propria figlia un nome così? Solo una madre persa nel proprio mondo di barbiturici.
«Rebecca.»
Era una voce troppo acuta per quell'ora del mattino. Mi fece contrarre le tempie già provate dal mal di testa. Avevo bevuto troppo la sera precedente?
«Rebecca!»
Alzò il tono di voce. Alcuni ragazzi mi rivolsero occhiate curiose.
Che imbarazzo.
«London.» Mi fermai voltandomi lentamente verso di lei, un sorriso glaciale sulle labbra. «Dimmi.»
Mi raggiunse ansimando. «Saranno almeno dieci minuti che ti rincorro.»
«Davvero?» Aggrottai le sopracciglia portandole verso il naso e imbronciai le labbra. «Non me ne ero accorta.»
London mi osservò da sotto le sopracciglia sollevate cercando di sembrare severa. Ma la perenne espressione da cucciolo bastonato la tradiva e rendeva ogni suo tentativo di sembrare autoritaria vano.
Sempre la solita sospettosa.
Con aria indolente lasciai che il mio sguardo scivolasse dai suoi capelli castani e lisci alle scarpe da ginnastica bianche. Lei abbassò lo sguardo.
Sempre la solita insicura.
«Dimmi, cosa vuoi? Sii veloce. Ho un mal di testa atroce.» Mi massaggiai le tempie con i polpastrelli.
«Forse se frequentassi meno fes-»
«London,» la interruppi con tono ancor più freddo. «Vuoi farmi perdere tempo?»
Portò una mano al polsino destro della giacca in denim e lo torse con dita nervose. «Ho avuto un colloquio con il rettore ieri. Mi ha chiesto di fare da guida al ragazzo nuovo, ma non posso.»
«Quale ragazzo nuovo?»
«Arriva domani. Psicologia.»
«A corsi iniziati da due mesi? Sei sicura di aver capito bene?»
Contrasse la mandibola prima di rispondermi.
«Certo che ho capito bene. Non sono stupida.»
«Sei la solita esagerata. Non era quello che intendevo.» Sospirai. «Perché vieni a dirlo a me?»
L'anno scolastico era iniziato da poco, ma avevo già abbastanza impegni. L'idea di doverne gestire un altro mi infastidì.
«Ho il volontariato alla mensa dei poveri, il ballo di beneficenza da organizzare entro la fine del primo semestre, mia madre che occupa metà dei miei week-end, i corsi da seguire,» elencò i suoi vari impegni come un automa. «Se prendo un altro impegno,» continuò con ritmo così veloce che faticai a starle dietro, «mi viene un collasso cerebrale.»
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Unsafe Place
Romantik| DARK ROMANCE - Power dynamics | Alla Nyxvale University il potere è l'unica legge. Rebecca Anderson vive come la regina del campus, William Murray porta con sé un silenzio carico di segreti. Quando si incontrano, il desiderio diventa minaccia. Reb...
