Capitolo 7 - Rebecca

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C'erano dei vantaggi ad avere Susan e Grace che frequentavano Psicologia Cognitiva con William. Mi avevano scritto appena era uscito dall'aula.

Quando arrivai fuori dalla caffetteria rimasi a distanza. Lui uscì dopo qualche minuto. Si portò il telefono all'orecchio. La voce calda, intima e rilassata. Parlava con il padre. Niente di rilevante. Attesi che finisse prima di avvicinarmi.

Stesso risultato della mattina. Rigidità. Distanza.

Arrogante.

Lo constatai mentre si allontanava senza voltarsi.

Controllai l'orologio al polso. Il quadrante del Cartier catturò un riflesso di luce. Avevo ancora tempo prima della lezione successiva.

Raddrizzai le spalle e mi incamminai nella direzione opposta, i tacchi che risuonavano sull'asfalto con ritmo deciso. Missione: Marrow Library, Memorie dal sottosuolo.

Non bastava leggerlo sul telefono, scaricarlo come un file anonimo da consumare in privato. Dovevo avere il libro fisico. Portarlo con me. Tenerlo in mano. Visibile quel tanto che bastava per catturare lo sguardo di William, per caso, tra una lezione e l'altra.

Spinsi la porta in legno massiccio che cigolò appena. L'odore di carta invecchiata, polvere e qualcosa di stantio mi graffiò le narici. Trattenni il respiro per qualche secondo, poi lo rilasciai mentre attraversavo l'atrio.

La luce filtrava dalle alte finestre ad arco disegnando fasci chiari e zone d'ombra sugli scaffali allineati a file serrate. Il silenzio era quasi opprimente, interrotto solo dal rapido fruscio occasionale di pagine voltate e dal raschiare di sedie trascinate.

Intorno a me, studenti curvi sui libri come monaci devoti a una religione sconosciuta, dita che scorrevano su righe di testo, labbra che si muovevano in sommessi mormorii.

Un impegno che non avevo mai compreso né trovato interessante.

Raggiunsi il bancone. Una donna dalle guance cadenti e dai sottili capelli grigi sfogliava scartoffie con dita paffute.

«Buongiorno, tesoro.» L'accento tradiva origini straniere. «Come posso aiutarti?»

«Sto cercando Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij.»

«Oh, certo, un classico meraviglioso.» Si spinse indietro sulla sedia girevole. «Vado subito a prendertelo.»

Sparì poco dopo tra gli scaffali di legno.

Appoggiai le mani al bancone. Le dita tamburellavano sul ripiano. I minuti sembrarono interminabili. L'orologio a parete, antico, con numeri romani, scandiva il tempo con un ticchettio secco. Le file di volumi polverosi, immobili fino a poco prima, ora mi sembravano più vicine. Gli scaffali si stringevano attorno a me.

Finalmente la bibliotecaria ricomparve, stringendo tra le mani un libricino sottile dalla copertina consumata. Lo appoggiò davanti a me con un sorriso soddisfatto.

Allungò la mano verso il mouse piegandosi verso il computer. «Ora mi servirebbe solo la tua tessera per registrare il prestito.»

Mi dispiace.» Le sorrisi. «Non ce l'ho.»

La donna annuì con comprensione. «Può capitare di dimenticarsela, in questo caso mi basteranno nome e cognome.»

«Rebecca Anderson.»

La bibliotecaria digitava sulla tastiera, premendo un tasto alla volta, con pause così marcate tra un gesto e l'altro da farmi tendere i nervi.

«Strano.» Alzò lo sguardo verso di me aggrottando la fronte. «Qui non trovo nulla. Sei sicura di esserti registrata?»

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