Capitolo 10 - William

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La lezione di Psicologia Clinica era finalmente terminata. Disturbi dell'umore. Eziologia. Sintomatologia. Trattamento. DSM-5-TR. Slide dopo slide, criteri diagnostici, sigle. Una grammatica di ciò che può andare storto in una mente umana.

Quando uscimmo, London sbuffò. «Ho il cervello fritto.»

«Due ore di criteri diagnostici fanno questo effetto,» commentai sorridendo.

Sorrise a sua volta, alzò il colletto del cappotto e ci nascose il mento.

L'aria fredda odorava di foglie secche e resina, e sotto il cielo grigio e uniforme il campus sembrava desaturato. Lungo il vialetto qualcuno aveva rastrellato le foglie, ma il vento le aveva già ridisposte in piccole onde contro le recinzioni laterali.

Attraversammo il quad in direzione di Harwell Hall. Mancavano dieci minuti alla lezione successiva: Introduzione alla Poesia. Almeno quella sarebbe stata più leggera.

Scrivevo quando le parole esondavano, per questo avevo scelto quel minor per il primo semestre. La psicologia mi mostrava come le persone funzionavano, la poesia come si sentivano.

L'edificio emerse oltre il filare di alberi, mattoni scuri e cornici in pietra chiara consumata agli angoli. Le finestre strette sembravano custodire le parole di chi ci entrava. Rispetto all'Holloway Center, con le sue superfici di vetro che riflettevano il cielo, era un baluardo contro la modernità.

Entrammo e salimmo le scale. La pietra consumata al centro da anni di passaggi, il corrimano opacizzato da mani che avevano attraversato il tempo.

Al secondo piano le voci degli altri studenti si mescolavano nel corridoio. L'ambiente aveva una nota calda e densa, la stessa che i libri rilasciano quando vengono aperti dopo tanto tempo.

Aula 212.

London spinse la porta e io la seguii all'interno.

L'aula era piccola, niente a che vedere con gli anfiteatri moderni e attrezzati di Blackwood.

Le sedute formavano un cerchio irregolare al centro della stanza. La cattedra abbandonata contro una parete. Vicino alla finestra, una lavagna nera sulla quale la professoressa Voss stava scrivendo. Il gesso che graffiava la superficie.

Scegliemmo due sedie a un lato della finestra. Sotto il davanzale, il termosifone emetteva piccoli colpi secchi a intermittenza.

Quando l'ultimo studente entrò, la professoressa posò il gesso sul bordo inferiore della lavagna e prese posto tra noi.

«Buongiorno.»

Qualche risposta sparsa. Una sedia che strideva sul pavimento. Qualcuno che apriva lo zaino alla ricerca di qualcosa.

Lei aspettò che il movimento si assorbisse, tirò fuori dalla borsa una cartellina trasparente con alcuni fogli e la posò in grembo.

«Oggi parliamo di poesia confessionale.» Ci osservò uno a uno accavallando una gamba sull'altra. «Chi ha già sentito questo termine?»

Due mani si alzarono.

«Okay.» Indicò una ragazza con la treccia. «Cosa ti suggerisce?»

«Poesia personale? Tipo esperienze private?»

«È il punto di partenza.» Estrasse i fogli dalla cartellina. «Ma se fosse solo questo, sarebbe un diario.»

Si alzò e tornò alla lavagna. Il gesso sottolineò i nomi bianchi e netti scritti in precedenza.

Sylvia Plath. Anne Sexton. Robert Lowell. W.D. Snodgrass.

«Anni '50 e '60. Stati Uniti. Questi autori fanno qualcosa che, per l'epoca, è radicale. Quasi indecente.»

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