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L'acqua sfiorava placida il legno rosicchiato da anni di deboli onde ora increspate dall'aria estiva.
Le stelle brillavano sullo specchio liquido immerso nella foresta riflessa sulla sua superficie.
Le iridi mi tremavano sotto le scosse telluriche del cuore in subbuglio.
Mi sporsi dal pontile, un'asse in legno scricchiolò sotto il mio peso, la saliva mi si bloccò in gola.
Niente.
Allora mi accucciai, per vedere più da vicino.
Scrutai il buio, e lui mi osservò pacato.
Niente.
Feci per alzarmi, ma forse il vestitino si era impigliato in qualche scheggia.
Abbassai lo sguardo, tra il bubolare dei gufi e il ronzio delle lucciole vagabonde.
Tirai la stoffa, ne strappai forse un pezzettino ma poco importava.
Quando tornai in piedi, diedi un ultimo rapido sguardo al lago.
Era lì.
A pancia in giù.
Non si muoveva.
Iniziai a correre, dovevo avvertirlo.
Forse eravamo ancora in tempo per fare qualcosa.
Mi avrebbe aiutata.
Avrebbe sistemato quel casino.
E non mi avrebbe fatta sentire difettosa.
Era stato un incidente.
Un po' se lo meritava.
Ma il fumo salì e coprì i tronchi delle querce mentre il fuoco ne divorava i rami e le foglie.
Tossii coprendomi naso e bocca con un braccio, e mi bloccai.
Tornai sui miei passi, ma il lago era sparito.
Proseguii a rilento, confusa, finché misi male un piede e caddi.
Quando mi rialzai, la stanza era in fiamme ed il fuoco mi sfiorava da vicino.
Ma non ero più sola.
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