51. Bad boys have bad habits

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Ognuno ha diritto al proprio peccato

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Ognuno ha diritto al proprio peccato.



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Ci provai a dormire. Ma non feci altro che girarmi e rigirarmi nel letto senza sosta.

E poi arrivarono in flotta i sensi di colpa.

Piansi per minuti, forse per qualche ora.

Mi nascosi sotto le lenzuola, e mi portai una mano davanti alla bocca per cercare di non fare troppo rumore.

Soffrii più in silenzio che potei. E i pensieri nocivi mi corrosero rancorosi senza avere pietà di me.

Non meritavo nulla di ciò che avevo, tranne quell'inguaribile odio per me stessa.

Non meritavo la bontà di Nate, e non meritavo nemmeno Ethan. Almeno non quella versione di lui che si ricordava del mio compleanno nonostante lo avessi trascorso rinchiusa in una vasca a pregare di avere il coraggio di lasciarmi morire. Non quella che mi aveva cercata torturando e uccidendo chiunque avesse potuto sapere dove fossi finita. Non quella che si era incisa una stella sul petto per ogni tramonto senza di me dando vita sul proprio corpo alla costellazione più rara di cui avessi mai sentito parlare, la stessa da cui proveniva il nomignolo con cui mi aveva tatuato addosso un paio d'ali di sangue con un sospiro. Non quella che aveva messo a repentaglio l'indagine più importante della sua vita per aiutare me. Non quella che mi aveva regalato un oggetto che andava ben oltre il valore economico già di per se inestimabile. Non quella che mi aveva promesso non sarei più stata sola. Non quella che sarebbe stata al mio fianco, se solo lo avessi desiderato.

Avrei meritato la versione con cui mi si era presentato la notte in cui mi aveva quasi arrestata, quella velenosa di cattiverie da sputarmi addosso, quella che mi aveva quasi strangolata.

Ma chi volevo prendere in giro?

In fondo non mi aveva mai fatto davvero del male. Si era solo nascosto dietro una facciata di dolorosa indifferenza, di inequivocabile odio verso lo spettro dell'idea che aveva di me.

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